San Bruno, il fondatore dell’ordine certosino

La nascita del nuovo ordine monastico, le montagne, e le prime testimonianze legate alla Certosa di Pesio.

Le montagne della Valle Pesio, dove sorge il monastero certosino fondato nel 1173. (Grangia di san Michele, sopra la Certosa)

Quando il 6 ottobre si festeggia S. Bruno, pochi sanno che la data deriva dal giorno esatto della morte, nell’anno 1101, di un docente di teologia e filosofia. Bruno – o Brunone, nella forma latinizzata – il fondatore dell’ordine monastico Certosino.

Era nato in Germania, nella città di Colonia, nel 1030. Aveva insegnato a Reims, nella scuola da lui diretta e, fra i suoi allievi, il benedettino Oddone di Châtillon, nel 1090 diverrà papa col nome di Urbano II. Ma tra le motivazioni che inducono il teologo a fondare una comunità monastica nella zona del delfinato francese, nel massiccio della “Chartreuse” (da cui, appunto, Certosa), è probabile vi sia una vocazione nata in anni difficili. Bruno, infatti, fu costretto ad abbandonare la sua scuola a causa di dissidi col vescovo Manasse di Gournay, che aveva accusato di simonia, ovvero di compravendita di cariche ecclesiastiche. Egli è invece “acceso d’amor divino” e la sua chiamata monastica è legata al bisogno di condurre una vita ritirata e ascetica.

Come per altri casi celebri è una visione a guidare l’avvento. Il vescovo di Grenoble che lo aiuterà donandogli un terreno – Ugo di Châteaunef – in sogno vede sette stelle che indirizzano sette pellegrini in un luogo solitario, nel cuore della Chartreuse . Ed è proprio assieme a sei compagni che, nel 1084, Bruno erige la casa Madre: la Grande Chartreuse, dove si dedicherà alla vita contemplativa.

Particolare dell’affresco staccato della Certosa di Pesio

Non stupisce quindi che “la nostra” Certosa di Pesio si trovi in una zona montana. E se il primo monastero – fondato appunto da San Bruno – è ai piedi  della Grand Som, nell’attuale dipartimento dell’Isère, a circa 1175 m. di altitudine, quello di Pesio è di poco sotto i 1000 m. s.l.m., ai piedi del massiccio del Marguareis. Caratteristica, questa della vocazione montana, che contraddistinguerà i primi monasteri certosini italiani.

Ma tornando dunque al buon Bruno, circa sei anni dopo, il suo ex allievo divenuto papa lo sceglie come consigliere e lo convoca a Roma. Bruno non può certo declinare l’invito. Seguirà una brevissima esperienza monastica nel complesso della chiesa di S. Ciriaco – donata appunto da Urbano II – presso le Terme di Diocleziano, accanto a quella che oggi è Piazza della Repubblica, poco distante dalla stazione Termini. Nota, secoli dopo, per il chiostro di Michelangelo.

Interno della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma. Al centro, sul pavimento, il simbolo certosino del globo sormontato dalla croce, circondato dalle sette stelle.

La permanenza di Bruno a Roma durerà dal 1089 al 1091, quando poi si stabilirà in Calabria, a circa 790 m. di altitudine, nell’attuale Serra San Bruno.

Secondo i suoi precetti i pochi confratelli devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna attraverso i consigli e con istruzioni scritte. Queste dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. Ma, soprattutto, quella dei certosini è una comunità “mai riformata, perché mai deformata”, proprio come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).

San Brunone. Affresco visibile dal fondo del porticato ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio

Con la Regola ormai in vigore troviamo, nella Certosa di Pesio, dal 1228 (grazie ad un discreto repertorio di fonti), testimonianze relative a scambi e a rapporti intercorrenti tra le comunità certosine locali. Emerge il nome di un intraprendente converso: Enrico Testa, che amministra la grangia di Tetti Pesio e proviene dal consortile di Morozzo (Guglielmotti, Signori di Morozzo, p. 225).

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Particolare. Chiesa di Tetti Pesio, vicino a Cuneo.

Fonti ancora più tarde indicano che nel 1218 Pesio ottiene la visita di due priori delle case savoiarde di St. Hugon e Aillon (Bligy). Questi, accompagnati dal priore di Casotto Guglielmo, ispezionano i suoi beni fondiari e l’alta valle, per poter accertare come possano soddisfare le esigenze del monastero e fissano, quindi, più vasti termini d’espansione. Sempre fonti tardi legate alla Certosa di Pesio indicano, nel 1233, che venne stretto un patto di preghiera con la certosa di Durbon. E un priore di Pesio compare nell’elenco dei testimoni a un importante atto di Monte Benedetto, rogato a Villarfocchiardo, relativo al movimento dei certosini tra i due versanti alpini.

Le montagne, dunque, riepilogando, come sfondo ineluttabile di questo nuovo ordine monastico. E in rare occasioni, soprattutto in questo periodo più alto, valle e Certosa sono anche dette “de Ardua”. Così, sempre nel caso di Pesio, troviamo una facile spiegazione al nome della vicina località tutt’oggi presente, appunto chiamata Ardua.

La Certosa di Pesio, nell’omonima valle. Sullo sfondo, dietro la chiesa superiore, si intravede la sommità della montagna su cui si trova la “Madonnina” d’Ardua.

La vocazione eremitica è quindi coerentemente perseguita col rigore nella scelta del sito. E la primitiva innovazione certosina, geograficamente e cronologicamente concentrata sulle Alpi, riguarda anche aspetti gestionali. Il fenomeno più rilevante è quello delle grange, per l’uso della manodopera fornita dai conversi e, soprattutto, per la sistematicità con cui queste vengono installate. Ma già a metà Duecento sopraggiungono i primi segnali di una certa inversione di tendenza. Sebbene ancora solo in ambito subalpino, come nel caso di Tommaso di Savoia che, nel proprio testamento, redatto nel 1248, dispone che sia edificata una nuova casa certosina in vai Dubbione, nella pianura Pinerolese, che diverrà una Certosa femminile.

Manola Plafoni

(Articolo comparso sul N. 34 – dicembre 2018 – della rivista storica Chiusa Antica)

Grazie a Vanessa Gatti per le preziose indicazioni per le mie ricerche.

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Il noviziato nella Certosa

Attraverso un’intervista ad un frate della Consolata, la testimonianza sulla vita dei novizi, nella Certosa di Pesio. Per circa quarant’anni luogo di formazione religiosa dei futuri missionari.

4 ottobre 12 (12)

Un incontro cordiale ed estremamente semplice, con Fratel Gaetano. Uomo mite e dall’aspetto genuino di chi è abituato a lavorare e a rimboccarsi le maniche. L’intervista avviene una mattina di fine inverno, in piedi, nel porticato del chiostro superiore della Certosa. E, subito, la sua voce rivela le sue origini piemontesi. Inizia, così, una piacevole conversazione, a proposito della sua esperienza di novizio, di oltre cinquant’anni fa.

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Fratel Borgo – Certosa di Pesio, primavera 2017

Manola: Come si chiama?
Fratel Borgo: Mi chiamo Borgo Gaetano. Nato ad Alpignano, in Provincia di Torino, il tredici novembre del 1939.
M: Lei è un frate, non è vero?
F B: Sì, sono un fratello, un laico. Un frate. Ho i voti religiosi: povertà, castità, obbedienza.
M: Si trova da molto qui alla Certosa?
F B: Sono arrivato il cinque settembre del 2015.
M: Lei è stato in missione in Kenya per quarantaquattro anni, e tre anni in Inghilterra. Ma facciamo un passo indietro: quando si è avvicinato al mondo religioso?
F B: Avevo diciannove anni.
M: E poi ha fatto il Noviziato qui alla Certosa.
F B: Sì, nel ‘61/’62. Guardi… io sono arrivato qui per la prima volta – non l’avevo mai vista la Certosa, ne avevo solo sentito parlare – e mi ha stupito il fatto che tutto questo fosse dei Missionari della Consolata. Ero proprio stupito.
M: Un complesso molto grande, in effetti. Com’era 55 anni fa?
F B: Mi ricordo che di là [fa un cenno con la mano verso est] a San Giuseppe c’era ancora tanta gente. Li vedevo solo venire a messa la domenica, con i bambini. E anche là [questa volta indica la Correria] c’era un bel gruppetto, con i figli.
M: Chi era, all’epoca, il Priore?
F B: Padre Rabaioli. Giovanni. Che veniva già dal Kenya, però con cinque anni di prigionia, durante la guerra in Sud Africa. Tutti i missionari della Consolata che erano in Tanzania, Kenya, Etiopia, erano stati messi nei campi di concentramento. E avevano arrestato anche le suore della Consolata, che erano duecentoquaranta. Loro non le hanno deportate ma le avevano messe in un unico convento a Nyeri, sotto la supervisione di militari fino alla fine della guerra.
M: Lei sa per quanto tempo qui nella Certosa ci sono stati i noviziati?
F B: Dal 1934. E l’ultimo noviziato è stato nel 1975.
M: Lei è venuto qui all’inizio degli anni Sessanta, il Padre Superiore era dunque Rabaioli…
F B: Sì. Era uno molto pratico.
M: Ma i primi “passi” della sua vita ecclesiastica dove sono iniziati?
F B: Ad Alpignano. Nella Casa di formazione dei Fratelli. Proprio nel mio paese. Perché io andavo a scuola là da bambino, a fare l’avviamento professionale. È per questo che ho conosciuto i missionari della Consolata.
M: E ha deciso di farsi Fratello…
F B: Sì, perché mi piaceva quello stile di vita.
M: E cosa, in particolare, la colpiva e le piaceva?
F B: Il fatto che ci fosse sia la preghiera che il lavoro. Un po’ sullo stile Benedettino…

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Chiostro superiore della Certosa

M: Quindi lei ha iniziato nel suo paese.
F B: Per sei mesi, nell’istituto. Però io conoscevo i missionari già da bambino, perché andavo là la domenica. Ero un ragazzo dell’oratorio e andavamo a giocare al pallone.
M: E dopo questo primo periodo?
F B: Dunque… da lì ad Alpignano, eravamo un bel gruppo, eravamo tredici! Cioè, eravamo un gruppo di diciassette ma prima di venire qui ne hanno già scartati alcuni.
M: Li scartavano perché non seriamente intenzionati?
F B: Perché non erano adatti. Oppure cambiavano idea. Il ché era una buona cosa, non bisogna mica forzare…
M: Quindi da lì intraprese il suo cammino.
F B: Io avevo già un mestiere. A casa facevo il contadino e in fabbrica facevo il tornitore. E allora avevo già “il mestè”, come si dice. E siccome loro mi conoscevano da lunga data… non mi han fatto fare l’anno completo ad Alpignano. Ad ottobre si iniziava qui alla Certosa – per tutti, sia per coloro che volevano farsi Fratelli, che per chi studiava da prete – e ho incominciato l’anno di prova. Questo anno di prova andava dal primo ottobre a fine settembre dell’anno successivo.
M: Un intero anno.
F B: Sì, era obbligatorio. L’anno di prova si chiama: Noviziato.
M: Questo prima di prendere i Voti.
F B: Prima di andare via da qui si facevano i Voti per tre anni. Poi se uno voleva ancora decidere d’andarsene, se ne andava. E molti se ne andavano…
M: E alla fine di questi tre anni?
F B: Si facevano i Voti Perpetui.
M: Ma la differenza tra lei che è Frate e i Preti, in cosa consiste?
F B: Che oltre ai tre voti loro hanno l’ordinazione sacerdotale.
M: Quindi possono celebrare messa. Mentre i Frati no, come le suore.
F B: Esatto e noi, invece dei preti, studiavamo materie tecniche. Mentre loro studiavano teologia e filosofia. Perché in missione c’è bisogno sia di chi predica che di chi lavora. Perché è anche necessario costruire.
M: Quando lei è venuto qui nella Certosa quanti anni aveva?
F B: 21 anni.
M: E quando è arrivato cosa le è stato detto, all’inizio?
F B: Arriva il Superiore, Padre Rabaioli, e dice: “Chi vuol prendersi la responsabilità dell’acqua calda, dell’acqua fredda, delle fogne, dei lavori tecnici, eccetera?” Ed io – siccome c’era un altro più giovane di me – ho pensato: lasciamo che se ne occupi lui. Però già ad Alpignano mi avevano preparato un po’, per fare lavori da tubista. E quindi poi il Superiore mi disse: “Lei, Fratel Borgo, si prenda la responsabilità dell’acqua”. Poi ricordo che c’era un altro, sui trent’anni, bresciano. Sabaini. Faceva il falegname. Era responsabile di tutto quel che riguardava il legname. Porte, finestre… Con cui poi ho collaborato anche dopo, per più di trent’anni, nella scuola missionaria in Kenya. È mancato l’anno scorso.
M: Quanti eravate, qui, a fare il noviziato?
F B: 63 chierici e 13 fratelli.
M: Secondo lei perché erano di più quelli che studiavano per diventare preti?
F B: Non saprei. Nelle congregazioni miste, come la nostra, ci sono sempre più sacerdoti che Fratelli.

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Lo scalone (del Boetto) mette in comunicazione la parte inferiore con quella superiore dove si trova il grande chiostro.

M: Erano presenti anche delle suore?
F B: Sì, lì nell’ala sud. [Indica la parte terminale del braccio porticato del chiostro, che va verso la montagna]. Quella che adesso si chiama “ala Deserto”. Mi pare fossero anche un bel gruppo. Quasi venti. Perché per loro era una casa di formazione, mi pare. Ma non le vedevamo mai. Solo la domenica a messa. Perché al mattino c’era l’altro Padre che andava a dir messa là.
M: Ma la domenica partecipavano tutti, alla messa?
F B: Sì, nella chiesa grande. Era tutto pieno.
M: E le sorelle cosa facevano durante la settimana?
F B: So che avevano anche delle ore di studio. Noi non le vedevamo mai. Da una delle ruote, lasciate già dai certosini [indica quelle nei muri del chiostro], c’era una campana. E se uno aveva bisogno di qualcosa – siccome le suore lavavano, cucivano, stiravano – si andava là e si suonava la campana. Allora una arrivava dalla ruota e si sentiva solo la voce. Diceva: “Sia lodato Gesù Cristo”. “Sempre sia lodato”. “Cosa desidera?” E magari serviva un paio di calze, oppure una giacca o la talare…
M: La talare?
F B: La veste nera. Avevamo tutti la talare. A noi Fratelli veniva data quando venivamo qui, mentre i chierici l’avevano già due anni prima.
M: Quindi vi passavano l’occorrente attraverso la ruota.
F B: La ruota era a due piani. La suora incaricata metteva la roba lì. Tutto il resto ce lo facevamo noi. Non le vedevamo mai. Io le vedevo a volte perché magari avevano qualche problema con l’acqua calda, o i rubinetti da aggiustare.
M: E durante il noviziato com’era strutturata la vostra giornata?
F B: Al mattino dalle otto e mezza alle undici e un quarto circa, c’era il lavoro per noi Fratelli. Per i chierici, invece, c’era lo studio.
M: Voi, dunque, facevate dei lavori manuali e loro si dedicavano allo studio di materie religiose.
F B: Facevamo restaurazioni. Ognuno di noi riparava qualcosa qua alla Certosa. Poi dalle undici e mezza a mezzogiorno: meditazione nella chiesa grande. E d’inverno faceva freddo…
M: Poi c’era il pranzo nel refettorio?
F B: Sì. E dopo pranzo, alle due, si iniziavano i lavori. Ma prima c’era del tempo libero. Circa un’oretta.
M: E cosa facevate in quel tempo a disposizione?
F B: In inverno, a volte, andavamo a sciare. Magari fino ad un quarto alle due, per rientrare in tempo. Ogni tanto qualcuno si rompeva una gamba… Oppure si passeggiava fino ad Ardua, o giù fino alla Correria. Ma non si stava qui, si usciva. A meno che non piovesse a dirotto.
M: Alle 14:00 di nuovo lavoro. Per tutti?
F B: Sì. Io, ad esempio, avevo sotto di me due chierici. Comunque ognuno di noi aveva un compito preciso. C’era quello che era responsabile dei muratori: Fratel Torta, che è stato qui ultimamente. Lui era il capo dei muratori, per la riparazione dei muri di cinta. E lavori ce n’erano sempre. C’era l’incaricato della pulizia, degli alberi, dei prati… E, dato che faceva freddo, anche chi era incaricato di portare la legna dove c’era la caldaia, o dalla chiesa.
M: Ognuno aveva un suo compito. Ma c’erano anche persone esterne?
F B: C’erano dei Famigli. Era il nome di quelli che adesso chiamiamo volontari. Uno si chiamava “Ciapèla” e faceva il calzolaio. Era gente onesta, che lavorava. Dell’altro non ricordo il nome.
M: Erano di San Bartolomeo?
F B: Non ricordo esattamente. Erano della zona però. Erano soli. Adesso vanno all’ospizio…
M: Ma allora quanti anni avevano?
F B: Sui settanta.
M: E loro davano una mano con i lavori?
F B: Sì. Lavoravano e poi mangiavano e dormivano anche qui. Noi ci prendevamo cura di loro come fossero uno di noi. L’unica differenza era che non avevano i voti.
M: E l’altro Famiglia di cosa si occupava?
F B: Guardava le mucche. Avevamo un po’ di maiali e anche cinque o sei mucche. Ah, poi avevamo anche il pollaio.
M: Il pollaio era già laggiù in fondo al chiostro?
F B: Sì. E la stalla delle mucche era qua sotto dove ora c’è il garage [All’ingresso del viale alberato, sulla destra]. Nella stalla vicina, poi, c’erano quattro o cinque maiali.
M: Dove dormivano i Famigli?
F B: Qui, vicino a noi. E poi mangiavano con noi.
M: E voi religiosi dove dormivate?
F B: Tutti qui, in quella che adesso è chiamata “Ala noviziato”. Di fianco a dove ora c’è il museo, nel chiostro inferiore.
M: Erano dei dormitori?
F B: C’erano due o tre cameroni. Si dormiva lì. Eccetto quelli che erano più anziani. Dei dottori che erano già stati in missione e poi avevano deciso di farsi missionari.
M: E quanti anni avevano, all’incirca?
F B: Sui quaranta. Poi, c’erano anche due o tre sacerdoti che venivano dalle diocesi. E volevano farsi missionari della Consolata.
M: Quindi questo periodo chiamato Noviziato è obbligatorio per tutti.
F B: Sì e durante quell’anno viene spiegata com’è la vita nell’istituto in cui vuoi andare. Cosa devi fare, cosa sarà tuo e cosa non sarà tuo, e cosa ti faran fare i superiori o cosa possono dirti di fare. Perché uno ha bisogno di idee chiare. Perché sarà per la vita…
M: Da quel che mi racconta occorrevano molte stanze per alloggiare tutti voi.
F B: Certo. E poi qui venivano i seminaristi. [Indica l’ala nord, non più porticata, del chiostro superiore]. I seminaristi di Mondovì. Infatti quella ora si chiama “Ala Mondovì”. In quegli anni ce n’erano tanti.
M: E chi erano i seminaristi?
F B: Quelli che studiavano per diventare diocesani. Quei sacerdoti che sono nelle parrocchie. Che si chiamano “Don”, non “Padre”.
M: Ma i diocesani non posso essere anche missionari?
F B: Allora no. Dovevano lasciare la diocesi e venire da noi. E allora ce n’erano sempre tutti gli anni , due o tre.
M: Quanti erano i seminaristi di Mondovì?
F B: Un centinaio e più.
M: Ma erano qua tutto l’anno?
F B: No, solo d’estate, durante le vacanze, per circa due mesi. Anche “l’Ala Cuneo”, adesso si chiama così perché alloggiavano lì un centinaio di seminaristi di Cuneo. All’ingresso della Certosa, arrivando proprio dalla strada.

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L’ingresso della Certosa visto dal viale intero (arco dx). Denominata “Ala Cuneo”

M: Dunque d’estate eravate almeno trecento!
F B: Eh sì, eravamo tantissimi. Poi d’inverno diventava quasi vuoto. Ma d’estate era pieno perché c’erano anche molti turisti in visita. E alla domenica si vedeva gente da ogni parte!
M: E i seminaristi cosa facevano?
F B: Erano per conto loro. Messa per conto loro, pasti per conto loro… Erano ospiti, diciamo. Poi studiavano anche un poco. Ma al pomeriggio erano liberi.
M: Ma non vi incontravate con loro?
F B: No. Avevano altri orari. E anche il cibo se lo facevano loro. Anche perché se no, tutti assieme non ci saremmo mica stati…
M: Ma torniamo a voi novizi della Consolata. Alle due del pomeriggio, cosa facevate?
F B: Dalle due alle quattro: lavori manuali per tutti, anche per i chierici. E dopo si faceva merenda.
M: Si ricorda cosa mangiavate?
F B: Un pezzo di pane. Solo una pagnotta senza nient’altro. Poi alle cinque: studio. Per tutti. Fino alle sei. Quindi c’era la conferenza. La spiegazione della costituzione, ovvero la Regola.
M: La Regola religiosa dei missionari?
F B: Sì. Poi alle sette meno un quarto si andava in chiesa, per vespri e rosario. E dopo cenavamo. Infine circa tre quarti d’ora di ricreazione. La chiamavamo così. Si stava assieme, si leggeva il giornale, si chiacchierava. E a un quarto alla nove, di nuovo preghiera e infine andavamo a dormire.
M: A seguito del noviziato, avveniva una cerimonia?
F B: C’era la cerimonia dei Voti perpetui, quelli dei tre anni. Se ammessi dall’istituto e se uno voleva continuare, naturalmente. Ma già al termine del noviziato, qui, si faceva una cerimonia molto solenne.
M: Quindi l’ha fatta qui.
F B: In realtà no, a Rosignano. Gli ultimi mesi ci han mandati via perché eravamo in troppi. Quindi sono stato qui circa nove mesi, perché c’erano troppi turisti, più tutti gli altri… ed eravamo disturbati. Se no la cerimonia l’avrei fatta qui. Si faceva dentro la chiesa. E subito dopo si andava via. I Chierici a Torino a completare i loro corsi religiosi, o a continuare con la filosofia e la teologia. Mentre i Fratelli andavano di nuovo ad Alpignano, per perfezionarsi nelle materie tecniche, per poter andare in missione. E così ho fatto anch’io. E ad Alpignano sono poi andato a scuola dai Salesiani, che sono noti per l’educazione attraverso le scuole tecniche.
M: Dello stile di vita qui nella Certosa durante il suo noviziato, cosa ricorda?
F B: Facevamo una vita molto regolare. Di preghiera e meditazione. E di lavoro, naturalmente. Tra di noi non si parlava molto. C’era molta meditazione, ricordo.
M: Ma con le altre persone che erano qua, come si trovava?
F B: Il rapporto era molto buono. Anzi, in quell’anno di noviziato nasceva uno spirito di gruppo. Come per i coscritti. Così c’era molta più comunicazione. Sia qui che poi nella missione.
M: E questo è positivo perché creava le basi dell’aggregazione per una vita comunitaria.
F: Proprio così. La nostra non è una vita solitaria. È una vita bilanciata tra preghiera e lavoro. E a me questa vita è sempre piaciuta.

 

Intervista di Manola Plafoni, comparsa sulla rivista d’informazione storico-culturale “Chiusa Antica” / giugno 2017

Il medico Bruno e i dottori di Chiusa Pesio

Il medico appassionato di botanica e i suoi colleghi, alla fine del Settecento

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Nella seconda metà del Settecento il medico Bruno risiede a Chiusa di Pesio. La sua è una famiglia di dottori: già il padre Giovanni Battista professa nel capoluogo della Valle Pesio e lui, oltre a dedicarsi alle cure dei pazienti, è un appassionato di botanica che conosce e collabora con il converso certosino Fra Ugo Maria Cumino, il quale lo cita con tono confidenziale nelle sue lettere sin dal 28 Luglio 1788

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Annuario botanico. Medico Bruno – Anno 1800

“Il Sig. Medico Bruno è mai più comparso per far mia qualche conferenza nello Studio Botanico. Mi son però trattenuto qualche poco in due giorni cogli Sig.ri Medico e Speziale di Limone, uomini di capacità in questa Scienza”.

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vista aerea Certosa di Pesio

Maurizio Antonio Bruno – di cui non sono note né la data di nascita o di morte – è solito recarsi sulle montagne con lo speziale Cumino per ricercare piante e fiori da erborizzare; il 19 agosto 1788, ad esempio, assieme trovano nella zona dei Laghi Biacai l’Azalea Procumbens e l’Astragalus Austriacus.

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Laghi “Biacai” (Biecai) m 1967

Ma il rapporto di collaborazione e fiducia tra i due uomini di scienza emerge soprattutto dalle lettere datate: 21 febbraio e 9 maggio 1796, in cui il Cumino, spiegando al corrispondente torinese Bellardi i caratteri e i sintomi dell’epidemia corrente nella valle, parla della povera gente che la abita e che non può permettersi le cure di un medico. A Chiusa di Pesio vi sono, infatti, in quegli anni ben tre dottori. Oltre al suddetto vi è il medico: “M. Gondolo della Chiusa con cui non ho alcuna famigliarità” (scrive il Cumino).

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Azalea Procumbens

E svolge la professione medica anche tale: Damilano – ne parla sempre il frate certosino, in data: 26 luglio 1791, riferendosi ad un salasso che questi ordina per l’allora Padre Priore della Certosa, assalito da “vomiti portati da indigestione che gli durarono per intervalli quattro ore continue, con lordaggine […]” –.
Il medico Damilano è citato anche in una delibera dell’ospedale-ricovero di Chiusa: Deliberazioni 1786-1811, 12 gennaio 1790 (“Il medico Damilano esercita da anni con espressa caritatevole rinuncia alle spese per esso prestate a beneficio dei poveri.”)

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annuario del medico Bruno (1800)

Durante il periodo epidemico: “i rimedj, secondo il metodo del S.r M.o Bruno sono in primo luogo l’Emetico d’Ipecaquanna, che spesso, e quasi sempre, fa espellir vermi per secesso. Nel progresso della malattia si usano gli anthelmintici e arriseptici (e diaforetici se vi è l’esantema). Dopo alcuni giorni di purga l’ammalato con un diluito di Cassia, Tamarindi, Seme Santo e Senna con Sciroppo di fior di Persico e tutto fa espellir vermi, e sembra per allora il malato sollevato, ma lo spossamento non si recupera e molti soccombono tanto giovani che vecchj, ed il male è di natura Epidemico, ed attacca per lo più la povera gente, e nella casa in cui s’inoltra, passa per tutti, ed in alcuni fa strage.” (N. 21887 – Carteggio Cumino/Bellardi).

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Particolare di un capitello del chiostro sup. della Certosa di Pesio, lato ovest

Sul finire del XVIII secolo sappiamo, poi, che nella vicina Boves lavora un altro amico del Cumino: il dottor Giusiana, mentre a Roccaforte Mondovì un ulteriore medico Bruno.

Resta ancora da annotare una piccola curiosità, di tradizione orale, scoperta quasi per caso e non confermata. Alcune persone di Chiusa di Pesio, ancor oggi, quando con tono scherzoso dicono: “fatti curare dal medico Bruno” intendono:

“lascia stare e aspetta che il tuo mal guarisca da solo”

Non è escluso, dunque, che a distanza di due secoli si sia tramandata la diceria legata ad un dottore che era solito curar non con farmaci ma con piante ed erbe.

 

Manola Plafoni

(Articolo anche comparso sul Periodico di informazione storico-culturale  Chiusa Antica N.28 / Dicembre 2015)

 

Don Mauro Ferrero

Borgata Fiolera. L’India & la scrittura

[Intervista realizzata nell’agosto MMXIII]

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La Valle Pesio (CN) I boschi oltre la borgata Fiolera

 

 

«La famiglia Ferrero da cui provengo era composta da due fratelli: Domenico, che sarebbe mio nonno, “barba Net”, e Andrea, “barba “Ciot”. Erano “marghè”. Da San Pietro (29 giugno) a San Michele (29 settembre) andavano con le mucche e alcune capre in montagna, oltre la Certosa di Pesio. Poi si son divisi, hanno cessato quest’attività per dedicarsi alla campagna. E hanno fatto i contadini. Ricordo ancora il caldaio di rame, dove facevano il formaggio. Il “grande pentolone”, pertanto, legava ancor di più le due famiglie; che l’adoperavano anche per la lascivia primaverile e talvolta per il bagno dei bambini.» Inizia così a raccontare don Mauro Ferrero; classe 1924, nato il 14 aprile. E – come lui stesso sottolinea presentandosi con una battuta – “tutti quelli che nascono nei mesi con la “R sono “un po’ pazzerelli”.

Corporatura snella, spalle diritte, naso importante. Dallo sguardo mite e al contempo profondo. Cammina a passi brevi, parla lentamente, lucidissimo. La sua calma trascende l’uomo religioso, l’uomo avanti con l’età. È di chi ha visto e ascoltato tanto. Di chi si è soffermato e ha ammirato; fatto amicizia con l’uomo di ogni razza e religione. Di chi ha preso appunti durante il viaggio della vita.
Poi una nota d’ironia compare sul suo volto, che si allenta in un sorriso e diventa risata gentile. Don Mauro Ferrero – il cui nome di battesimo è Giuseppe, ultimo di nove figli, proveniente da Fiolera, la borgata più antica della Valle Pesio – riprende a raccontare della sua famiglia. «Domenico ha avuto un figlio: mio babbo, Vincenzo. Ferrero Vincenzo. Che ha sposato Ellena Giovanna, di “Monfort”. Il nonno Domenico, invece, aveva sposato Angela “du Castel” (Gola), sorella di “barba Murìsiu” di San Bartolomeo.» E continua: «Il babbo Vincenzo aveva tre sorelle. Una ha sposato “barba Martin” (Musso) di Vigna, e le altre due erano suore. Suore al Cottolengo di Torino. Una di loro è morta in un incidente stradale a Milano. Ma già mia nonna Angela aveva una sorella suora al Cottolengo.»
Certo quando si parla di parentele raccapezzarsi non è semplice; specie se si fa riferimento all’Ottocento. Ma ciò che salta all’occhio è l’attitudine consanguinea alla vita ecclesiale. Le famiglie “Gola-Ferrero”, infatti, erano conosciute, non solo come di grandi lavoratori ottimisti, ma soprattutto per esser religiose di spirito. Propensione che nella numerosa famiglia Ferrero si è estesa anche a metà dei figli.

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Una rarissima foto di Don Mauro Ferrero

Ma andiamo per ordine. I fratelli di don Mauro erano: Domenico (1908), missionario in Brasile; morto e sepolto a Caxias du Sul nell’ 85. Luca (1910) e Angela (1912) sposati con famiglia, han vissuto in Francia. Margherita (1913), “suor Cesira” paolina ad Alba, poi rientrata a casa per accudire gli anziani genitori. Caterina (1915), “suor Vincenza”, anch’essa religiosa tra le Pie Discepole del Divin Maestro, ad Alba e in seguito in Argentina e a Roma. Giovanna (1916), morta piccolissima; cui è seguita un’altra Giovanna (1919), sposata con famiglia, vissuta e deceduta a Chiusa di Pesio nel ’92. Vincenzo (1922), che nel ’38 rivelò al fratello Giuseppe, già chierico, di volersi fare prete: “Ma non uno comune…”. Arruolato poi alpino e nel ‘43 morto disperso in Russia.

«E io sono l’ultimo: “Beppino”. Giuseppe. Sono il cocco di mamma, “Magna Giuana”!» scherza. Nei suoi occhi c’è gioia quando afferma che il lato del suo carattere così ottimista e allegro l’ha ereditato proprio da lei. «Il buon umore di mia madre fioriva d’istinto e diventava contagioso. Qualche volta mi prendeva con sé per andare a visitare le famiglie dei parenti. Ovunque eravamo ben venuti. Mamma portava allegria e un regalino. Io ero contento perché mi aspettava una buona pasta asciutta e non la solita polenta, anche se buona.»

Quindi riprende a narrare e il suo sguardo muta ancora nel domandargli il perché della scelta del nome di professione religiosa “Mauro”; diventa espressione d’ovvietà: «Da Fiolera! Dai “Maü”. Ma la mia storia è molto semplice.» Continua: «Sono stato ordinato sacerdote della Società San Paolo il 7 giugno 1950. Nel 1951 destinato all’India. E adesso comincia la storia bella…»

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Dall’alto: Don Mauro Ferrero. Con il Beato Alberione. Missionario in India

Le sue parole si caricano di colori. «A novembre sono sbarcato a Bombay, in India, come missionario della buona stampa. Non sapevo la lingua, ma mi assaliva il desiderio di comunicare con il popolo. Di giorno la gente affollava le strade e di notte dormiva sui marciapiedi! Io mi son domandato: come posso dare un messaggio a questa gente?» E prosegue. «Per prima cosa mi son chiesto: con quale nome? Ferrero? E siccome gli orientali non gradiscono nomi e cognomi occidentali…» sospira «Ferrero non andava bene. Giuseppe ancor di meno. Allora: Mauro. Che con mia meraviglia fu tradotto in lingua nazionale hindi in: Maurya.» La sua storia si fa avvincente. Don Mauro prosegue: «I Maurya erano una grande dinastia d’imperatori prima di Cristo, che hanno governato l’India per molti secoli.» E specificando: «Quindi da Maurya lo pseudonimo Maurus, con cui sono firmati i miei libri. Questo fortunato frangente aiutò a divulgare rapidamente i miei testi, non solo in India ma in tutte le nazioni di lingua inglese. Fino adesso ho scritto 125 libri, molti sono “best sellers” e tradotti in diverse lingue.» Egli, infatti, nella città indiana di Allahabad, non si dedica solo all’apostolato paolino; la promozione pastorale e culturale è integrata con il lavoro nella tipografia e nella libreria allestite in loco.

2010 - La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero la seconda domenica di Pasqua.
2010. La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero (nel centro) la seconda domenica di Pasqua.

 

Nel proseguo del suo racconto precisa: «Indù, buddhisti e mussulmani, come autore mi credevano un discendente dei Maurya.» Sorride. «Sangue blu. Brahmano.» Cioè appartenente alla più elevata casta indiana. «I cristiani mi consideravano un monaco. Molti, dunque, compravano i libri di Maurus.»
Il primo testo redatto da questo artigiano della penna , che ha vissuto per trentacinque anni in India e viaggiato in ogni dove del mondo, supervisore generale delle edizioni Paoline, s’intitola: Just a moment please. “Solo un momento per favore” (1958). «È una raccolta di 365 messaggi, uno al giorno.» Spiega.

 

Don Mauro Ferrero mentre scrive.
Don Mauro Ferrero mentre scrive

«Di questo libro – noi eravamo molto poveri! – ho ricevuto un primo ordine di pubblicare cento copie.» Pare di vederlo, là in terra asiatica, giovane sacerdote che si domanda quale sia il modo migliore per divulgare. «Tutti i miei libri sono molto semplici. Una storiella. Una spiegazione. Illustrati. Con aneddoti e proverbi. Presento ai lettori una verità e tutto rende la lettura scorrevole e piacevole. Questo è il mio modo di comunicare!» E già solo il primo volume raggiunge le trecentomila copie; ben quarantanove edizioni in Messico.
Nel suo secondo libro – 8 tappe per il successo (Nell’edizione italiana: Felici voi; Ed. Paoline) – presenta le otto Beatitudini evangeliche come via alla felicità. «Nelle scuole indù era usato come testo di morale.» Racconta con tono genuino. E precisa: «Io non sono apologetico. Non difendo. Ma propongo. La proposta tutti possono accettarla. Non offende nessuno.»

Il primo libro di Maurus, nell'edizione Italiana. Il testo è stato tradotto in più di 10 lingue
Uno dei suoi numerosissimi libri (Ed. Paoline) tradotto in oltre 10 lingue

Nel frattempo nel seminario locale insegna latino e filosofia indiana. Il suo amore per la letteratura e la cultura di quella terra è profondo. Impastato col Vangelo. Legge i classici degli Upanishads e Bagavad Gita – che poi insegna ai seminaristi paolini – e da essi apprende il motto: “Lascia che nobili pensieri vengano a te da ogni parte”. Tema dei suoi scritti diviene così: l’amore universale; la pace nella famiglia e nella società. La gioia. Il benessere.
Fra i riconoscimenti più prestigiosi: nel 2003 è decretato “Uomo dell’anno” dall’American Biographical Institute. Mentre a Mumbay, il 6 maggio 2012, è stato conferito il primo Fr Maurus Ferrero Annual Award (premio annuale), istituito per celebrare la pluriennale attività del paolino, fondatore , tra l’altro, della prestigiosa collana St.Pauls Better Yourself Books e di due periodici mensili: The Teenager today e Inspirational Quote.

mille e una storia
Don Mauro Ferrero scrive per le Ed. Paoline con il nome “Maurus”

Ma il quasi novantenne don Mauro, che ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, è anzitutto uomo semplice e d’animo gioioso. Da oltre vent’anni è cappellano nell’ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale, dove ogni giorno fa visita ai ricoverati.
Nel concludere la sua storia non tralascia gli aneddoti e racconta ancora di quando era in seminario ad Alba: «Un giorno il superiore generale don Alberione mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Quanti anni hai?” Ne ho ventisette, gli ho risposto. “Quanto pesi?”. Sessanta chili. “Quanto sei alto?” Un metro e settanta. “Ecco” mi ha detto “hai età, peso e altezza giusti per andare in India!”»

Don Mauro Ferrero con don Alberione, in India. (Foto Paoline)
(Photo: Paoline) Il Beato Don Alberione (a sinistra), con Don Mauro Ferrero, in India

L’Alberione lo raggiunge in visita nel 1953. Ed è allora che gli suggerisce di iniziare a pubblicare, a diffondere. Mette don Mauro a capo del settore pubblicazioni e, benché lui non conosca ancora l’inglese, lo sprona dicendogli: “Comincia a scrivere. Ci riuscirai benissimo”. Sembra compiersi una profezia. Il suo spirito missionario si sposa con l’aspirazione letteraria. «Fin da quando, a tredici anni, son andato in seminario, avevo il desiderio di scrivere.» Ricorda il sacerdote con la stessa calma e semplicità che si delinea nei suoi testi. «I miei libri sono proiettati a creare un mondo migliore. Più umano e più socievole. »
Poi resta un istante in silenzio. I suoi occhi brillano.
«Io mi considero un miracolato del Beato don Alberione.»

Manola Plafoni

[Quest’articolo compare sul N.24 – dicembre 2013 / del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Chiusa di Pesio – CN)]

Attualmente Don Mauro Ferrero ha 92 anni e vive a Roma

Dalle lettere del frate Cumino pagine di Storia locale (I)

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Uno spiraglio di Storia locale degli ultimi dodici anni del XVIII sec. e i primissimi del IXX si estrinseca da un carteggio. Una raccolta di lettere (ritrovata negli archivi dell’Accademia delle Scienze di Torino dal Prof. Cristoforo Masino) che il frate della Certosa di Pesio Cumino scrisse al medico e botanico torinese Bellardi.
Dai 93 fogli rinvenuti, dove vi sono trattazioni soprattutto botaniche e micologiche, ho potuto estrapolare piccole, rilevanti e talvolta sorprendenti, informazioni su quel periodo (che qui di seguito indico tra virgolette).

Così sappiamo con certezza che, negli stessi anni caratterizzati dal sapere scientifico e razionale dell’illuminismo (fine ‘700), “il Monistero” certosino è attivo a tutti gli effetti. Pieno di persone, frati, novizi ma anche “servi”. E “la spezieria … per la moltiplicità degli infermi che vi è … in questa Valle, e Certosa” è sovente presa d’assalto da “questi abitatori Valpesiani” che non possono permettersi le cure del “medico Maurizio Antonio Bruno” della “Chiusa”. Le lettere testimoniano le attività “di questa clausura” che si potevano solo immaginare, come “le grandi occupazioni e fatiche intorno alla Porta, e nella scorsa settimana m’ hanno aggiunto la Cucina”, o ancora: “distillar l’ acqua” e “attorno a torcer il miele e la cera” o il lavoro “nel mio piccolo orto”, ed anche: “m’hanno fatto Pristinajo” (panettiere). Addirittura, con riferimento all’ospite Padre Vicario della Certosa d’Asti: che “non ha mai più atteso alla miniatura”.

Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l'inizio dell'800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_
Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l’inizio dell’800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_

Chi parla in prima persona è Giovanni Paolo Cumino, giovane farmacista nativo di Revello. La sua prima lettera di questa corrispondenza è datata 19 luglio 1788. Ha ventisei anni, da due ha conseguito il brevetto di speziale ed è (presumibilmente) entrato da poco alla Certosa di Santa Maria. Per comprendere meglio il quadro storico del periodo di cui tratto, è utile ricordare che di poco più giovane è Napoleone Bonaparte, nato nello stesso anno in cui sale al soglio pontificio papa Clemente XIV (1769).
“Spero che mi metteranno nel Noviziato per poi far la professione nel 1790 in giugno” scrive il 21 agosto 1788 il Cumino, che intanto si è scelto il nome da religioso di Fra Ugo Maria. Lo ribadisce in data 27 novembre del medesimo anno ma poi purtroppo scrive anche: “Quest’ impegno mi fa tardare il Noviziato sin’ al futuro autunno, o nell’ inverno, ma non mi fa pena affatto, perchè ho piacere di proseguir ancor quest’ anno i giri botanici, acciò essendo vieppiù internato nel principiato Studio mi sia poi più facile la ritentiva”.

"Spezierie" In realtà questa foto (M. Plafoni) è d'esempio, perché scattata sull'isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa
“Spezieria”
In realtà questa foto (M. Plafoni) è d’esempio, perché scattata sull’isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa

Il linguaggio dell’epoca pare oggi singolare e a tratti poco comprensibile. Ma dagli scritti del nostro speziale, la cui calligrafia è curata e leggibile, emerge come egli si inoltri con passione “in questo piacevole Studio Botanico”. E talvolta, essendo vincolato agli impegnato religiosi “non potendo andar io per le montagne lascio a molti pastori di portarmi l’erbe che le vengono alle mani ma essendo questi assai dati all’ozio, ben di rado ne posso ottenere da loro”. Ricavo quindi informazioni strettamente legate alla Valle Pesio, come il numero approssimato di “3000 anime” e “il numero immenso delle pecore e capre … che eccedono i 4milla”. Una triste informazione riguardante la maggior parte degli abitanti è poi nel passaggio di una lettera al Bellardi: “non potrebbe trattener le lacrime nel veder tante miserie, e l’ assicuro che se non fosse del Soccorso della Certosa il più perirebbe, li necessita di tutto”.
Sul finire del Settecento, negli anni delle più belle composizioni di Mozart, nella nostra valle la corrispondenza (“il porto da Pesio a Cuneo”) è efficiente ed affidata a “il nostro Cavallante, che carica tutto, e conduce sino a Cuneo”; tale signor “ Ferrero” che “riceve dalla Certosa e per la Certosa … pesa tutto, ed è pagato dal Monastero al fine dell’anno”. Ma sorprende poi leggere che: “avrei spedita l’ altra cassietta che teneva in pronto se il nostro cavallante non si fosse infermato, e reso defunto”.

Un'immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud
Un’immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud

Ciò che purtroppo caratterizza quegli anni sono però le malattie. Scrive Cumino il 18 Dicembre 1788: “il Ciel preservi pur dalla corrente epidemia”. Questa è “La Brienne … che è assolutamente tosse e raffreddori di capo e di petto, come presentemente ne siamo assaliti noi, avendo principiato io, ed in seguito gli altri Religiosi, di cui ne conto otto oltre i servi, che sono dieci, e si può dir che tutte le ore ne viene assalito qualche duno”.
Il contagio è diffuso. “Nella Valle poi, in tutte le case vi è tal malattia. Alla Chiusa è poi differente, ed è interpretato mal di Costa falso, e con questo male se ne vanno alcuni nei Campi Elisj.” Così anche nella stagione estiva (26 luglio 1791) “la quantità degli ammalati, sebben pochi religiosi”. E ancora pagine grigie tra il febbraio e l’aprile del 1796 su “la moltiplicità grande degli ammalati che vi sono nella Valle”.
La malattia è così descritta: “In primo si sentono uno spossamento di forze alle gambe, braccj, colle vertebre a cui succede un forte dolor di testa, con qualche poco di gravame allo stomaco, il polso frequente, la bocca amara, (un calore intenso che desiderano sempre bever freddo, questo sintomo accade più alle Donne, che agli Uomini), e dopo il quarto, o sesto giorno compare un’esantema sull’ Epidermide che è di carattere petecchiale, e questa eruzione, o macchie, sono a chi rosse, e a chi livide, e quest’ ultimo spesso li conduce alla fossa”. E ancora: “in varj de’ Malati ho osservato … che i vermi espelliti e per vomito e per secesso furono di color sanguigno di modo che parevano formati dal med.mo Sangue”.

Boschi attorno alla Certosa di Pesio
Boschi attorno alla Certosa di Pesio

Ma, tralasciando i rimedi che vengono adoperati per questa presumibile forma di Peste, o Tifo petecchiale (cit. V. Somà 2012), strettamente legata alla cattiva alimentazione della gente povera è la causa di tale malattia: “non essendo venute in perfetta maturazione le Castagne, l’ hanno dovute raccoglier semi mature, quindi essendone restate una porzione sotto la neve intempestiva che giù cadde, e poi liquefattasi, hanno di nuovo raccolte queste castagne che furono gelate, delle quali nutrendosi per non aver altro, gli generano tanti vermi, e non sostentano affatto la macchina, motivo per cui la ragiono io che sopravviene tal malattia acuta”. Tra le numerose pagine dello speziale che parlan dello stato di salute delle persone, ve ne sono poi alcune con riferimento anche agli animali: “Temiamo anche qui l’Epidemia corrente delle Bovine, che in qualche parte vicina al Mondovì ha già fatto qualche strage in varie stalle”.

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Il chiostro superiore (sullo sfondo il porticato del lato Sud)

 

Scorrendo i numerosi fogli, alcuni poi portan indicato solo il numero 4. L’anno però è il 1796, quello de I Capricci dipinti da Goya e, ironia della sorte, nello stesso anno i capricci li fa anche il tempo, tant’è che il Cumino scrive: “Noi qui godiamo un felicissimo inverno senza neve”. Ma questa è indubbiamente l’informazioni meteorologica del tempo più rilevante, fra le varie che si ricavano.
Per concludere questa prima parte di Storia locale della fine del Settecento, elenco quindi alcuni dei “nomi vernacoli” che il nostro Cumino riesce a “ricavare da questi abitatori Valpesiani riguardo alle piante”, come: “Erba Mulina”, “Erba Plòsa”, “Erba Marsolina” e “Linsantòn Servai” di cui “le capre ne sono avidissime”. Vi sono poi le “Pèr Marin” (le pere), le “Lavasse Plòse” e la “Tartarèa” di cui scrive: “Erba perniciosissima ne’ prati”. O anche la “Smorbia” di cui “applicano le foglie sulle piaghe massime delle gambe, qualche volta con giovamento”. E il “Bergognon” che “entra nella minestra d’erbette in porzione”. Nomi molto simili o addirittura uguali a quelli che adoperiamo ancora oggi in dialetto. “Sciappateste”, “Lambron”, “Fior d’ l’ annonsià” ed anche “Pissa Sangh” così chiamati “perchè quando le vacche ne mangiano le fa orinar sangue, e per esser certo della verità m’informerò meglio”. E poi le nostre apprezzate “Orle”, che più di duecento anni or sono venivan già denominate così e di cui sappiamo che “di queste ne mangiano assai in minestra”.

Un affettuoso ringraziamento a Vittorio Somà per la disponibilità e passione.

Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio
Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio

Quest’articolo è comparso sul N.25 -Giugno 2014 del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Cuneo)

Scritto da Manola Plafoni

Dalle lettere del frate Cumino pagine di Storia locale (II)

Sul finire del Settecento il frate certosino Ugo Maria Cumino intrattiene con il medico torinese Bellardi una fitta corrispondenza, lunga circa dodici anni.

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“Qui siamo ancor trincerati da un’immensa quantità di neve”, scrive il Cumino il 9 marzo 1795 dalla Certosa di Pesio. La lettera che riporta quest’informazione comprende anche un pacchetto con alcune piante, destinate al suo corrispondente torinese. Dalle lettere successive emergerà invece il suo nascente interesse per i funghi. Ed è proprio a Ugo Maria Cumino che si deve il primo studio micologico sulla nostra valle: il Fungorum Vallis Pisiis Specimen, un campionario dei funghi della Valle Pesio che vede la luce nel 1805, nel Volume VIII delle Memorie dell’Accademia delle Scienze di Torino. È la prima flora micologica mai pubblicata in Piemonte e tra le prime in Italia, ma il lavoro scientifico dello speziale ci è noto anche dalle cronache della Certosa del Caranti (Storia della Certosa di Pesio). Il Cumino cita, per esempio, il Boletus scaber, conosciuto in volgare come: Cravette rosse e in Val Pesio come: Gambette. Queste, dice, crescono abbondanti “in sylvis subalpinis prope Roccaforte et La Chiusa, atque etiam in Valle Pisii”. Del Boletus scobinaceus: “Questo fungo apparisce in autunno lungo le strade, tra gli ericeti, sotto i castagni, ed è abbastanza frequente. Gli abitanti della Val Pesio lo chiamano Gasparin ed è mangereccio … viene raccolto e conservato sotto sale come per i porcini”.

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Boschi di faggi sul versante ovest della valle, a sinistra del torrente Pesio. L’edificio in basso è l’ex mulino certosino. [Foto realizzata dalla chiesa superiore]

Se si pensa al periodo cui fanno riferimento queste informazioni, è curioso sapere che all’incirca negli stessi anni – il 24 maggio 1786 – Balmat e Paccard compiono la prima scalata del Monte Bianco. E il nostro frate, appassionato di botanica, non è molto da meno nel percorrere in lungo e in largo le montagne circostanti. Il 4 agosto 1789, in una lettera che firma: “Frà Paolo Cumino Converso” dice: “sono andato a trovare il Sig. Viale a Limone”. Certamente attraversando le montagne che dividono la Valle Pesio dalla Val Vermenagna; e con buone probabilità rientrando in giornata al “monistero” della Certosa.

Nel suo ricco carteggio parla più volte delle località in cui si reca; luoghi che talvolta hanno il medesimo nome di quelli che oggi noi conosciamo. “La ventura settimana ho pensato dimandar licenza al Padre Priore per partir da buon’ora, ed andar ai Laghi detti dei Bicay, confini della Briga colle nostre montagne” (12 agosto 1788). In un’altra sua lettera (17 novembre 1789) scopriamo, a proposito della Campanula Rhomboid affinis, che “si trova frequentissima nei luoghi detti i grop di Serpentera … e lungo l’Armellina di Limone, da per tutto nelle fessure de’ sassi”. La Centaurea Succisoefolia poi “nasce ne’ luoghi esposti a levante e mezzogiorno della Pavarina attigua ai Grop della Mirauda”. Il 15 agosto del 1791 racconta: “In tutto il mese di luglio non ho potuto assentarmi dalla Certosa stanti le quotidiane piogge e tempeste che devastano tutte le campagne di questi contorni, ma poi il primo del corrente fece una buona giornata che il Padre Priore graziosamente me la fece profittare intera, onde percorsi la montagna de La Carsena e quella di Malaberga”. Tra le altre località: “martedì ho fatta una scorsa sino vicino a Carlin dove si chiama Le Celle de’ Briaschi” (18 agosto 1791) e in numerosi scritti è citato: “Tetti Pesio” (grangia certosina dove più volte si reca) e poi “Boves” e “Beynette”.

A proposito invece di “Costa Rossa, alpe attigua alla Pessimalta” (che noi oggi chiamiamo Bisalta) in un documento senza data, ma molto verosimilmente databile 1796, Cumino ci dice che vi “abbonda più di tutte le altre località alpine della Valle Pesio, di Achillea herbarota” e di questa pianta fa un resoconto molto dettagliato dell’impiego farmaceutico: “ho raccolta una grande quantità … che in parte ho distillato con sufficiente quantità d’ acqua pura, previa macerazione, su bagno maria; in parte ho pestato in mortaio per preparare una infusione di olio; e in parte ho ancora pestato per estrarne il succo; e poiché questa pianta è di per sé poco succosa, l’ho mescolata con una terza parte di acqua pura, e l’ ho fatta macerare per diverse ore su bagno maria, perché la stessa acqua estraesse il particolare olio dalla pianta pestata. L’acqua ottenuta per distillazione di queste piante, ha un sapore aromatico, piccante amaro; la ho addolcita con piccole quantità di succo edulcorante e l’ho provata come rimedio specifico; e non mi è andata delusa la mia speranza di buon successo. La giudico anche efficace per uso interno, per le ulcere, e l’ho sperimentata in questi casi. Per uso esterno l’ho applicata come astringente a una ferita della mano sinistra, che arrivava fino al periostio. Non cessava la fuori uscita di pus anche coll’impiego di olio di Achillea e di balsamo del Perù, e nemmeno cessava dopo applicata una fasciatura al dito con un lino bagnato di acqua distillata. Ripetei questa operazione due volte al giorno, fino a che la ferita fu perfettamente risanata nello spazio di sei giorni”.

Dal carteggio appassionato emergono poi i nomi di altre Certose attive sul finire del XVIII secolo. “Il Padre Priore di Casotto è asceso al grado di visitatore, ed essendo codesto per visitare questa Certosa fra breve, dice di non esser prudenza di lasciarmi andar in giro, tanto più che sono vicino al mio noviziato” (29 giugno 1789). “Dovendo il Padre Priore portarsi in Torino nella ventura settimana col Padre Visitatore per visitar la Certosa di Collegno” (5 novembre 1789). Ma anche la Certosa d’Asti e la Gran Certosa (la Certosa Madre di Grenoble).

Il giovane speziale, talvolta amareggiato nei confronti degli altri monaci, ci lascia anche degli scritti sorprendenti, che fan luce sulla sua vicenda umana alla Certosa di Pesio. Scrive nel dicembre del 1790: “Le replicate istanze del Padre Priore, e di varj altri Monaci (ancorché alcuni miei emuli per il fatto successomi) persuadendomi di ritornare dalla mia risoluzione di Secolarizzarmi, colle più vive espressioni fattemi non senza lagrime, mi hanno nuovamente indotto a Seguitare nella Religione, in cui credo, che il Sig.r Iddio alla fine m’avrà destinato, tutto ché umanamente riflettendo, in niun conto non avrei più dovuto lasciarmi lusingare, ma avendo riguardo alli spirituali riflessi, credo essere la via più sicura per incamminarmi alla Patria Eterna”. E, ringraziando il medico Bellardi per l’appoggio morale, conclude: “tuttavolta, che mi succedesse di dover abbandonare i Certosini, mi offerisco sempre a di lei cenni, e non mancherei di profittarmi delle graziosissime di lei gentilezze espresse nell’ultima sua. Non so quando mi restituirò in Certosa, in cui pervenendo credo, che mi faranno fare tutt’altro che lo Speziale, ma comunque capiti non mi maraviglio, perché ho già conosciuto abbastanza che i frati sono teste B.F., e che non amano né Scienze, né Arti, ma bensì l’Emulazioni, adulazioni … Pazienza, che farci, dapertutto vi sono guaj.”

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Ma in fondo Ugo Maria Cumino è molto legato alla bella Valle Pesio e, in una sua del 5 novembre 1789 scrive al suo corrispondente: “il Signor Malacarne fa una corografia del territorio d’Acqui, come se questa città fosse lontana 12 mila miglia dal Piemonte; si vede che questo associato ha un gran prurito di scrivere. Se si facesse anche quella della Valle di Pesio sarebbe anche più voluminosa, e più curiosa di quella d’Acqui, dove poco per volta si trova poi essere il luogo dove l’Onnipotente creò l’Uomo, quindi lo scacciò per la disobbedienza.”

 

Manola Plafoni

[Articolo sul N. 26 – dicembre 2014 / “Chiusa Antica” – Rivista di informazione storico-culturale]