Don Mauro Ferrero

Borgata Fiolera. L’India & la scrittura

[Intervista realizzata nell’agosto MMXIII]

schirfu o più o meno 06082014 (14).JPG
La Valle Pesio (CN) I boschi oltre la borgata Fiolera

 

 

«La famiglia Ferrero da cui provengo era composta da due fratelli: Domenico, che sarebbe mio nonno, “barba Net”, e Andrea, “barba “Ciot”. Erano “marghè”. Da San Pietro (29 giugno) a San Michele (29 settembre) andavano con le mucche e alcune capre in montagna, oltre la Certosa di Pesio. Poi si son divisi, hanno cessato quest’attività per dedicarsi alla campagna. E hanno fatto i contadini. Ricordo ancora il caldaio di rame, dove facevano il formaggio. Il “grande pentolone”, pertanto, legava ancor di più le due famiglie; che l’adoperavano anche per la lascivia primaverile e talvolta per il bagno dei bambini.» Inizia così a raccontare don Mauro Ferrero; classe 1924, nato il 14 aprile. E – come lui stesso sottolinea presentandosi con una battuta – “tutti quelli che nascono nei mesi con la “R sono “un po’ pazzerelli”.

Corporatura snella, spalle diritte, naso importante. Dallo sguardo mite e al contempo profondo. Cammina a passi brevi, parla lentamente, lucidissimo. La sua calma trascende l’uomo religioso, l’uomo avanti con l’età. È di chi ha visto e ascoltato tanto. Di chi si è soffermato e ha ammirato; fatto amicizia con l’uomo di ogni razza e religione. Di chi ha preso appunti durante il viaggio della vita.
Poi una nota d’ironia compare sul suo volto, che si allenta in un sorriso e diventa risata gentile. Don Mauro Ferrero – il cui nome di battesimo è Giuseppe, ultimo di nove figli, proveniente da Fiolera, la borgata più antica della Valle Pesio – riprende a raccontare della sua famiglia. «Domenico ha avuto un figlio: mio babbo, Vincenzo. Ferrero Vincenzo. Che ha sposato Ellena Giovanna, di “Monfort”. Il nonno Domenico, invece, aveva sposato Angela “du Castel” (Gola), sorella di “barba Murìsiu” di San Bartolomeo.» E continua: «Il babbo Vincenzo aveva tre sorelle. Una ha sposato “barba Martin” (Musso) di Vigna, e le altre due erano suore. Suore al Cottolengo di Torino. Una di loro è morta in un incidente stradale a Milano. Ma già mia nonna Angela aveva una sorella suora al Cottolengo.»
Certo quando si parla di parentele raccapezzarsi non è semplice; specie se si fa riferimento all’Ottocento. Ma ciò che salta all’occhio è l’attitudine consanguinea alla vita ecclesiale. Le famiglie “Gola-Ferrero”, infatti, erano conosciute, non solo come di grandi lavoratori ottimisti, ma soprattutto per esser religiose di spirito. Propensione che nella numerosa famiglia Ferrero si è estesa anche a metà dei figli.

P1100196
Una rarissima foto di Don Mauro Ferrero

Ma andiamo per ordine. I fratelli di don Mauro erano: Domenico (1908), missionario in Brasile; morto e sepolto a Caxias du Sul nell’ 85. Luca (1910) e Angela (1912) sposati con famiglia, han vissuto in Francia. Margherita (1913), “suor Cesira” paolina ad Alba, poi rientrata a casa per accudire gli anziani genitori. Caterina (1915), “suor Vincenza”, anch’essa religiosa tra le Pie Discepole del Divin Maestro, ad Alba e in seguito in Argentina e a Roma. Giovanna (1916), morta piccolissima; cui è seguita un’altra Giovanna (1919), sposata con famiglia, vissuta e deceduta a Chiusa di Pesio nel ’92. Vincenzo (1922), che nel ’38 rivelò al fratello Giuseppe, già chierico, di volersi fare prete: “Ma non uno comune…”. Arruolato poi alpino e nel ‘43 morto disperso in Russia.

«E io sono l’ultimo: “Beppino”. Giuseppe. Sono il cocco di mamma, “Magna Giuana”!» scherza. Nei suoi occhi c’è gioia quando afferma che il lato del suo carattere così ottimista e allegro l’ha ereditato proprio da lei. «Il buon umore di mia madre fioriva d’istinto e diventava contagioso. Qualche volta mi prendeva con sé per andare a visitare le famiglie dei parenti. Ovunque eravamo ben venuti. Mamma portava allegria e un regalino. Io ero contento perché mi aspettava una buona pasta asciutta e non la solita polenta, anche se buona.»

Quindi riprende a narrare e il suo sguardo muta ancora nel domandargli il perché della scelta del nome di professione religiosa “Mauro”; diventa espressione d’ovvietà: «Da Fiolera! Dai “Maü”. Ma la mia storia è molto semplice.» Continua: «Sono stato ordinato sacerdote della Società San Paolo il 7 giugno 1950. Nel 1951 destinato all’India. E adesso comincia la storia bella…»

0402v71a
Dall’alto: Don Mauro Ferrero. Con il Beato Alberione. Missionario in India

Le sue parole si caricano di colori. «A novembre sono sbarcato a Bombay, in India, come missionario della buona stampa. Non sapevo la lingua, ma mi assaliva il desiderio di comunicare con il popolo. Di giorno la gente affollava le strade e di notte dormiva sui marciapiedi! Io mi son domandato: come posso dare un messaggio a questa gente?» E prosegue. «Per prima cosa mi son chiesto: con quale nome? Ferrero? E siccome gli orientali non gradiscono nomi e cognomi occidentali…» sospira «Ferrero non andava bene. Giuseppe ancor di meno. Allora: Mauro. Che con mia meraviglia fu tradotto in lingua nazionale hindi in: Maurya.» La sua storia si fa avvincente. Don Mauro prosegue: «I Maurya erano una grande dinastia d’imperatori prima di Cristo, che hanno governato l’India per molti secoli.» E specificando: «Quindi da Maurya lo pseudonimo Maurus, con cui sono firmati i miei libri. Questo fortunato frangente aiutò a divulgare rapidamente i miei testi, non solo in India ma in tutte le nazioni di lingua inglese. Fino adesso ho scritto 125 libri, molti sono “best sellers” e tradotti in diverse lingue.» Egli, infatti, nella città indiana di Allahabad, non si dedica solo all’apostolato paolino; la promozione pastorale e culturale è integrata con il lavoro nella tipografia e nella libreria allestite in loco.

2010 - La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero la seconda domenica di Pasqua.
2010. La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero (nel centro) la seconda domenica di Pasqua.

 

Nel proseguo del suo racconto precisa: «Indù, buddhisti e mussulmani, come autore mi credevano un discendente dei Maurya.» Sorride. «Sangue blu. Brahmano.» Cioè appartenente alla più elevata casta indiana. «I cristiani mi consideravano un monaco. Molti, dunque, compravano i libri di Maurus.»
Il primo testo redatto da questo artigiano della penna , che ha vissuto per trentacinque anni in India e viaggiato in ogni dove del mondo, supervisore generale delle edizioni Paoline, s’intitola: Just a moment please. “Solo un momento per favore” (1958). «È una raccolta di 365 messaggi, uno al giorno.» Spiega.

 

Don Mauro Ferrero mentre scrive.
Don Mauro Ferrero mentre scrive

«Di questo libro – noi eravamo molto poveri! – ho ricevuto un primo ordine di pubblicare cento copie.» Pare di vederlo, là in terra asiatica, giovane sacerdote che si domanda quale sia il modo migliore per divulgare. «Tutti i miei libri sono molto semplici. Una storiella. Una spiegazione. Illustrati. Con aneddoti e proverbi. Presento ai lettori una verità e tutto rende la lettura scorrevole e piacevole. Questo è il mio modo di comunicare!» E già solo il primo volume raggiunge le trecentomila copie; ben quarantanove edizioni in Messico.
Nel suo secondo libro – 8 tappe per il successo (Nell’edizione italiana: Felici voi; Ed. Paoline) – presenta le otto Beatitudini evangeliche come via alla felicità. «Nelle scuole indù era usato come testo di morale.» Racconta con tono genuino. E precisa: «Io non sono apologetico. Non difendo. Ma propongo. La proposta tutti possono accettarla. Non offende nessuno.»

Il primo libro di Maurus, nell'edizione Italiana. Il testo è stato tradotto in più di 10 lingue
Uno dei suoi numerosissimi libri (Ed. Paoline) tradotto in oltre 10 lingue

Nel frattempo nel seminario locale insegna latino e filosofia indiana. Il suo amore per la letteratura e la cultura di quella terra è profondo. Impastato col Vangelo. Legge i classici degli Upanishads e Bagavad Gita – che poi insegna ai seminaristi paolini – e da essi apprende il motto: “Lascia che nobili pensieri vengano a te da ogni parte”. Tema dei suoi scritti diviene così: l’amore universale; la pace nella famiglia e nella società. La gioia. Il benessere.
Fra i riconoscimenti più prestigiosi: nel 2003 è decretato “Uomo dell’anno” dall’American Biographical Institute. Mentre a Mumbay, il 6 maggio 2012, è stato conferito il primo Fr Maurus Ferrero Annual Award (premio annuale), istituito per celebrare la pluriennale attività del paolino, fondatore , tra l’altro, della prestigiosa collana St.Pauls Better Yourself Books e di due periodici mensili: The Teenager today e Inspirational Quote.

mille e una storia
Don Mauro Ferrero scrive per le Ed. Paoline con il nome “Maurus”

Ma il quasi novantenne don Mauro, che ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, è anzitutto uomo semplice e d’animo gioioso. Da oltre vent’anni è cappellano nell’ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale, dove ogni giorno fa visita ai ricoverati.
Nel concludere la sua storia non tralascia gli aneddoti e racconta ancora di quando era in seminario ad Alba: «Un giorno il superiore generale don Alberione mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Quanti anni hai?” Ne ho ventisette, gli ho risposto. “Quanto pesi?”. Sessanta chili. “Quanto sei alto?” Un metro e settanta. “Ecco” mi ha detto “hai età, peso e altezza giusti per andare in India!”»

Don Mauro Ferrero con don Alberione, in India. (Foto Paoline)
(Photo: Paoline) Il Beato Don Alberione (a sinistra), con Don Mauro Ferrero, in India

L’Alberione lo raggiunge in visita nel 1953. Ed è allora che gli suggerisce di iniziare a pubblicare, a diffondere. Mette don Mauro a capo del settore pubblicazioni e, benché lui non conosca ancora l’inglese, lo sprona dicendogli: “Comincia a scrivere. Ci riuscirai benissimo”. Sembra compiersi una profezia. Il suo spirito missionario si sposa con l’aspirazione letteraria. «Fin da quando, a tredici anni, son andato in seminario, avevo il desiderio di scrivere.» Ricorda il sacerdote con la stessa calma e semplicità che si delinea nei suoi testi. «I miei libri sono proiettati a creare un mondo migliore. Più umano e più socievole. »
Poi resta un istante in silenzio. I suoi occhi brillano.
«Io mi considero un miracolato del Beato don Alberione.»

Manola Plafoni

[Quest’articolo compare sul N.24 – dicembre 2013 / del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Chiusa di Pesio – CN)]

Attualmente Don Mauro Ferrero ha 92 anni e vive a Roma

Annunci

Se scompare la scrittura in corsivo.

Se il mio commento all’articolo odierno de La Stampa lo sto digitando sulla tastiera del pc allora vuol dire che: è inutile che esprima delle considerazioni in merito? Per un buon 50% mi sto infatti (quasi) inconsapevolmente dando una risposta da sola. Non sto scrivendo su un foglio, quindi non sto scrivendo in corsivo.
Ma l’articolo mi rattrista un pochino. Perché?
Per via della stagione forse…
L’intera pagina 35 mi suona malinconica e un campanello lieve mi avverte del cambiamento in atto. Un “passaggio da un modo di fare le cose a un altro” – sì, è così senz’altro – “ha sempre caratterizzato l’evolversi della civiltà”. Mi viene in mente Rita e il suo slancio verso il futuro*. Sorrido.
Quindi non è il caso che mi rattristi troppo. Semmai ci sono un paio di annotazioni che trovo interessanti:
La scrittura non è innata, non è genetica, va insegnata”.
Anche qui… le parole della mia amata Levi Montalcini fanno capolino nella mente*. L’argomento Cervello è da alcuni anni nella top ten dei miei preferiti.
Questo chiaro rimando al campo delle Neuroscienze e all’Evoluzione dell’essere umano, è importante.
Ma scrivere su una tastiera elettronica non esclude che si debba IMPARARE la scrittura.
Piuttosto la questione è legata al fatto che pare che, scrivendo in corsivo, “circa un terzo del nostro cervello si mette all’opera quando scriviamo a mano”. Bene. Ma la differenza rilevante è che: “molto di più di quando scriviamo sull’iPad”.
Quindi dovrei considerare che questo potrebbe rappresentare un’involuzione umana?
Forse sì.
Se poi faccio riferimento al: “ricordiamo meglio le cose scritte a penna” (dove, ripensando agli anni scolastici, mi vien naturale una smorfia di consenso) non posso non notare il passaggio successivo sull’effetto particolarmente positivo del RICOPIARE.
Ricopiare a mano un testo dell’autore preferito consente di comprenderne meglio la tecnica”.
Questa volta mi viene in mente una ragazza brillante, Gessica Franco Carlevero, che circa tre anni fa avevo sentito suggerire proprio questo. Non ho niente da sindacare contro quest’ultima considerazione, anzi! La teoria del’aspetto divinatorio dell’imitazione** è qualcosa di addirittura sublime. Mi chiedo, però, se sia davvero meno valido e/o efficace il trascrivere con mezzi tecnologici. In fondo io ora sto anche ricopiando parti dell’articolo e mi pare che – per il semplice fatto di scrive e quindi di fare un minimo sforzo in più, oltre i ragionamenti che l’articolo mi suscita – quest’azione tipica dell’Homo Sapiens Sapiens, metta un po’ più in funzione il mio cervello cognitivo***.
Ma, tornando alle altre frasi degne di nota (che con la penna ho sottolineato sul giornale), quella a proposito della tendenza a non scrivere più a mano e della (conseguente?) incapacità di leggere la propria calligrafia, mi piace particolarmente:
Rin Hamburg da anni tiene un diario, ma non lo nasconde più, perché nessuno sarebbe comunque in grado di decifrarlo”. Questa è una cosa fantastica! Addirittura una buona notizia, per una come me che in realtà non pensa sul serio di abbandonare la scrittura in corsivo e che adora i piccoli segreti e le cosine nascoste.
In conclusione… se il corsivo, che è “l’arte della scrittura”, ci “insegna a controllare le nostre dita e incoraggia la coordinazione occhio-mano”, e che per di più ci caratterizza (per via della calligrafia!), mi dispiace non aver letto prima questa pagina. Perché alcuni anni fa avevo aiutato un bambino delle elementari ad imparare, appunto, il corsivo, ma allora non sapevo che questo “è il modo di scrivere che più si avvicina al fluire del pensiero umano”. E che – cosa ancor più bella e stimolante – scrivendo a mano “il cervello diventa un alveare di attività. Una rete di processi si mette in azione: le aree di associazioni visuali rispondono a modelli visivi o rappresentazioni”. E poi, per quanto possa far ridere qualcuno, “nel corsivo le lettere hanno le legature e si scrivono tutte unite tra loro”.

*Rita Levi Montalci.
– “Abbi il coraggio di conoscere”. Ed. B.U.Rizzoli
– “La clessidra della vita”. (con Giuseppina Tripodi) Ed. Baldini Castoldi Dalai
– “I nuovi magellani nell’er@ digitale”. Ed. Rizzoli
**Imitatio Christi
***Il cervello cognitivo, a differenza di quello limbico che si trova nell’ippocampo, è nato con il linguaggio e si è sviluppo in modo straordinario, specialmente grazie alla cultura, negli ultimi centocinquantamila anni.

corsivo

[Impressioni sugli articoli:
Venerdì 12 dicembre2014, La Stampa
“Il tramonto del corsivo. In Finlandia abolito dalle scuole: non serve per il pc. Gli studiosi: un errore, cambia il modo di pensare.”
di Vittorio Sabadin & Intervista a Lorenza Castagneri]

Manola Plafoni