Chiostro.

Il valore simbolico dello spazio porticato e i chiostri della Certosa di Pesio.

 

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Il grande chiostro della Certosa di Santa Maria s’apre ai nostri occhi nel suo monumentale splendore. Nell’accordo all’unisono di spazio e natura. A. Fondendo ottimamente la semplicità dell’architettura, con la rigogliosa natura della Valle Pesio. L’essere umano e il divino si fan più vicini, in questa consonanza tra il vuoto del porticato – dalle sobrie volte a crociera e le piccole colonne dal fusto liscio – e i grandi alberi all’interno del giardino, che dai boschi entrano direttamente nel monastero. Essendo il chiostro totalmente privo della manica verso la montagna. Un hortus ricco di vegetazione locale, al punto da non avvertire la sensazione d’essere in un’antica clausura.

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Nei lunghi anni in cui il monastero fu abitato dei certosini – dal 1173 al 1802 – subì importanti trasformazioni. L’originario apparato medievale presentava già un chiostro, attorno al quale erano collocati gli altri corpi di fabbrica del monastero. Esso corrispondeva, pressoché, all’attuale giardino inferiore che immette alla sala capitolare e alla primaria chiesa. Gli interventi cinquecenteschi e dell’età Barocca, poi, non solo soprelevarono il complesso architettonico – che, a causa del dislivello del terreno, degradante verso il torrente Pesio, venne organizzato su grandi terrazzamenti a quote differenti – ma lo ampliarono notevolmente.
Nell’area superiore, per un periodo non molto chiaro, un piccolo chiostro quadrato affiancava la chiesa principale. Il suo lato ovest era il naturale proseguimento della manica porticata del chiostro maggiore che, così, portava direttamente all’ingresso del presbiterio.

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Non vi sono però tracce di un chiostro nell’insediamento inferiore certosino. La Correria (sulla sponda opposta del torrente Pesio) oltre alla chiesa possedeva una foresteria e, sul lato destro, un locale per il ricovero degli attrezzi. Dai rilievi fatti dalla Dott. Valentina Ruberi (2015) emerge anche la presenza di un dormitorio per i religiosi, posto di fronte alla semplice chiesa. Ma non un chiostro. Poiché – grazie ad un’incisione del 1682 – si può scorgere soltanto la presenza di una cinta muraria e un appezzamento di terra. Un orto, con buone probabilità. Forse anche con le tipiche qualità del Hortus conclusus, con piante officinale e frutteti.
Ma quello più importante è il nuovo grande chiostro, che divenne così – rifacendosi al modello della Grande-Chartreuse presso Grenoble, fondata da San Brunone – fulcro della vita monastica.

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Rispettando a pieno la consuetudine di un impianto dove le celle dei monaci si affacciano sui corridoi porticati che circondano lo spazio a cielo aperto, permettendo di accedere ai principali locali conventuali.

 

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Cortile interno di un’ex cella certosina

 

Nell’Ottocento il complesso monastico subì le ultime, importanti, trasformazioni. L’ambiente religioso – a seguito delle soppressioni napoleoniche di inizio secolo e di un periodo di abbandono – venne modificato in stabilimento idroterapico, con i lavori promossi dal nuovo proprietario: il Cav. Avena. Gli interventi, a partire dal 1840, determinarono lo stato attuale del chiostro. Nel quale, non solo manca totalmente il lato Est – per dare il senso d’apertura tipico delle ville francesi (Peyron) – ma, nella manica Nord, è privo dell’originario porticato. Chiuso e riadattato alla nuova funzione alberghiera della struttura. Certo lontana dal senso di sobrietà della clausura certosina. Basti pensare che venivano alloggiati fino a 150 ospiti dell’alta borghesia. E i criteri architettonici residenziali non potevano che rispondere alle esigenza della villeggiatura dell’epoca.

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Ala Nord del Chiostro superiore

 

Oggi due lati su tre del chiostro sono porticati. Rimangono 53 archi poggiati su 54 colonne con base unghiata e fusto liscio non rastremato. Di queste solamente 39 conservano l’originale apparato scultoreo dei capitelli corinzieggianti – con abaco quadrangolare superiore e corallino di raccordo inferiore – con, al centro, un motivo ornamentale differente.

 

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Quale fosse, dunque, il primitivo stato del chiostro superiore, lo si desume guardando i disegni del Caranti, che copiò le planimetrie di inizio Ottocento, ormai perdute. E lo si intuisce anche ragionando sullo stato attuale. Semplicemente immaginando di completare un chiostro quadrato con altri due lati– in maniera speculare, su in ipotetico asse N-N-O /S-S-E – oltre quelli porticati esposi a meridione e levante.

Ipotesi Chiostro Superiore CERTOSA di Santa Maria di Pesio
Ipotesi Chiostro Superiore originario. Studio e grafica di Manola Plafoni

 

Il chiostro della Certosa di Pesio, all’incirca per tre secoli, fu costituito da 108 colonne. Una ogni due metri, per un perimetro di quattro lati lunghi, pressappoco, 70 metri. L’area totale copre una superficie di circa 5000 metri quadrati. E per avere qualche termine di paragone, si può, ad esempio, guardare alla Certosa più grande d’Italia; quella di Padula (nel Vallo di Diano, in Campania). Il suo è anche il chiostro più grande al mondo e misura 104 metri per 150 metri. Terminato nel XVIII secolo – con un porticato di 84 pilastri – misura ben 15000 metri quadrati. Ovvero 5000 in più di quello ad opera di Michelangelo, della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Certosa romana dove San Brunone venne mandato poco dopo aver costituito, nelle Alpi del Delfinato, l’ordine monastico certosino.
Parlando del chiostro della domus superior di Pesio, non si può prescindere da un discorso più ampio sugli elementi distintivi dei chiostri in Occidente. E, nello specifico, quelli legati alla regola monastica certosina. Essi sono infatti caratterizzati dalla separazione fisica dei corridoi coperti, mediante muretti bassi, interrotti da pochi accessi all’area del giardino.

 

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Ala Sud

 

Ma il termine chiostro ha già in sé il significato di separazione. Derivante dal termine latino claustrum (serratura) – per estensione clausura – indica la divisione e l’isolamento dei monaci dal mondo esterno. I quali, infatti, intorno al chiostro trovavano disposte le proprie celle – ove pregare e lavorare – con piccole finestre in cui era collocata la ruota per ricevere i pasti giornalieri.

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Ma, come già detto, questa struttura di raccordo tra le varie celle, e di passaggio verso gli edifici della vita comune – in primis la chiesa ove recarsi per le funzioni tre volte al giorno – è lo spazio inteso come Galilea maior. Un luogo simbolico, più che un chiostro in senso stretto. E se il carattere precipuo del portico claustrale sta nel suo spazio vuoto che include l’uomo – l’uomo di fede che al suo interno vi cammina, in meditazione, in preghiera – Galilea significa proprio “passaggio”, “trasmigrazione”. Perchè è in Galilea che Cristo insegnò agli uomini a migrare con lo spirito dalle cose terrene al cielo. E, sempre in quella terra, Cristo passò dalla morte alla vita con la Risurrezione. Così la Galilea esprime, anche, il significato di passaggio spirituale dalle cose visibili a quelle invisibili (Leoncini, 1990).

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Occupata da una fonte d’acqua e da un cimitero, la Galilea aveva forme quadrilatere, suddivisa al suo interno in modo cruciforme in quattro aree, tramite vialetti. Questa divisione rispecchia i princìpi di bellezza ideale, derivata dell’“ordine divino”. Simbolico Hortus conclusus, prodotto di quel simbolismo mistico di cui sono intrisi il Medioevo e i secoli a venire, il giardino è il luogo protetto dai pericoli esterni, in cui ricreare l’immagine dell’Eden. E l’immagine edenica, paradisiaca, si riflette nella fonte. Allegoria della sorgente da cui scaturiscono i fiumi del Paradiso e, al contempo, allusione al Cristo, origine di vita e salvezza.

 

Nel centro del Chiostro Superiore della Certosa

 

Nella Certosa di Santa Maria di Pesio la presenza della fonte è confermata, tanto quella del cimitero. Quest’ultimo si trovava subito all’ingresso del giardino, sul lato orientale. Due colonne in marmo e non in pietra come le altre ancora presenti, fungono da porta, nel punto centrale del porticato che, appena oltrepassato, sulla destra – all’ombra del capitello scolpito con una croce – era il luogo sepolcrale.

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Antico cimitero certosino

 

Così la vita e la morte si alternano in questo centrale spazio monastico. L’acqua e il cimitero. La vita – il rinnovamento perpetuo della natura – si contrappone all’ineluttabilità del destino umano. Dualismo simbolico elementare, come quello del giorno e della notte. Della luce e dell’ombra. Che sotto il porticato del chiostro, tra una colonna e l’altra si alternano, al passaggio dell’uomo di fede.

 

Manola Plafoni

 

[Articolo comparso sul N.30 – dicembre 2016, del Periodico di informazione storico-culturale Chiusa Antica]

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I capitelli della Certosa di Pesio

“Toutes les creatures que Diex crea en tierre, crea il pour homme et pour prendre exemple de creanche et de foi en elle.”

(Tutte le creature che Dio creò sulla terra, le creò per l’uomo e affinché l’uomo possa ricavarne esempi di religione e di fede.)
Pierre de Beauvais. La Version longue du Bestiaire.

Quest’articolo è presente sul N. 23 – giugno 2013 del periodico d’informazione storico-culturale: “Chiusa Antica”

Risale al III secolo a.C. il Physiologus, il primo testo, d’autore incerto, redatto ad Alessandria d’Egitto e relativo ad animali, pietre e piante, che riscosse notevole fortuna nel Medioevo e sulla cui base prese piede una ricca tradizione simbolica. Dunque immagini di piante e animali (sia reali che immaginari), mostrate in chiave allegorica attraverso citazioni delle Sacre Scritture, rappresentano un vasto codice simbolico, dall’alta valenza conoscitiva, che si è tramandato nel tempo. Ed è proprio l’espressione attraverso simboli una fascinosa, quanto intrigante caratteristica che la Certosa di Pesio custodisce ancora oggi. Ma come sovente accade per i dettagli, che per loro natura son sotto gli occhi di tutti e al tempo stesso celati agli sguardi distratti, occorre alzare leggermente la testa per scoprire che i capitelli del chiostro certosino son differenti tra di loro.

Siamo nella prima metà del 1500. La Certosa viene ampliata notevolmente e un nuovo, quadrangolare chiostro è ora lo spazio-perno della vita monastica. Il suo porticato delimita e “abbraccia” il giardino claustrale, il quale ha già in sé il simbolico significato di luogo sacro e protetto: hortus conclusus (Da un passo del Cantico dei Cantici, con cui s’associa alla purezza della Vergine Maria).
A differenza di molti altri monasteri certosini, quello della Valle Pisii, con oltre cento colonne dal fusto liscio (presumibilmente 108), è un porticato che stupisce piacevolmente gli uomini che vi camminano e lo vivono, restituendogli una sensazione di vuoto dilatato che ben si sposa con un senso mistico e devozionale.
Ma la Storia della “domus superior” di Pesio vuole che nel corso dei secoli le vicissitudini legate ai contrasti con gli abitanti “della Chiusa”, ma soprattutto il crollo del campanile e lo stato di degrado dovuto al lungo periodo d’abbandono conseguente la soppressione napoleonica (1802), abbiam provocato gravi danni strutturali. Infine, a modifica dell’antico complesso monastico, i lavori del Cav. Avena, attorno al 1840, per la trasformazione dello stesso in stabilimento idroterapico. Quel che resta del chiostro, oggi, ogni volta che si percorre lo scalone del Boetto e, in cima, a sinistra, si apre al nostro sguardo, è il porticato ovest. Le sue eleganti arcate e le volte a crociera continuano, in senso antiorario, soltanto nella manica sud. Occorre quindi compiere uno sforzo immaginativo per veder passeggiare sotto quattro lati porticati, uomini di Dio vestiti di bianco, che, sollevando appena la testa, scorrono diverse figure al centro dei capitelli corinzieggianti.
Una lettura simbolica delle raffigurazioni scolpite può certo sembrare anacronistica e forzosa, per chi liquida le immagini come orpelli dalla mera funzione decorativa, coerente con il periodo storico in cui vennero realizzati. Tuttavia è proprio osservando con maggiore attenzione l’apparato scultoreo sopravvissuto, di 39 capitelli (circa un terzo del totale), che si notano singolari caratteristiche. Come l’alternarsi delle foglie d’acanto ad altre due varietà di foglie lisce, rispettivamente dal margine lobato e non, con una scansione dalla logica criptica. Certo il fatto che della manica sud si siano conservati soltanto 13 capitelli decorati su 28, non aiuta a costruire un ipotetico disegno unitario sul ritmo relativo le foglie al di sotto delle volute, che talvolta son rivolte verso il basso e altre verso l’alto. Si può comunque trovare per le immagini un significato iconologico, ossia una spiegazione didascalica legata alla devozione e alla dottrina. Ma data la natura del soggetto trattato, che impedisce una definitiva e univoca spiegazione, propongo qua di seguito soltanto alcune delle numerose chiavi interpretative delle immagini scolpite.
Per rendere il mio studio analitico sui capitelli fruibile a chiunque, li ho convenzionalmente numerati, a partire da quello in parte murato nell’ala nord. Inoltre ho classificando ciascuna delle quattro facce. Stando quindi all’interno del porticato, di fronte a una singola colonna, il lato sinistro del capitello è indicato con la lettera A, quello frontale con la B, quello di destra con la C, infine, con la lettera D, la faccia del capitello visibile soltanto dal giardino. Questo distinguo fa saltare subito all’occhio come non tutti i capitelli certosini presentino una medesima immagine su entrambe le sue facce. Ma, entrando un pochino nel cuore di questa analisi, intendo da subito far notare come la grande devozione dei certosini per la Vergine sia esplicata attraverso simboli numerose volte.
Nel capitello 18 troviamo la ghianda, il frutto della quercia che è attributo della Madonna. Il legno “incorruttibile” di questo solido albero ha assunto il significato di salvezza, poiché la croce di Gesù sarebbe stata costruita proprio col suo legno.
Ben cinque capitelli presentano immagini floreali distinte, associate alla Madonna. Tra di esse la rosa. Secondo un’antica leggenda, prima della caduta dell’uomo la rosa era senza spine, e la Vergine è detta proprio “rosa senza spine” perché non è stata toccata dal peccato originale.
Il giglio, emblema di purezza e castità. Il tulipano, simbolo del divino amore, poiché muore se lontano dal sole. L’immagine scolpita sul 34C è presumibilmente una melagrana, che simboleggia la castità di Maria, ma significa anche: Resurrezione, così come l’astice (28B) e i grappoli d’uva eucaristici (16). Trae poi origine dalla Genesi la simbologia del corvo (11A-11C), inviato da Noè prima della colomba a controllare che le acque si fossero ritirate dopo il diluvio. La sua fama positiva deriva anche da varie leggende che raccontano di come il volatile abbia sfamato alcuni eremiti nel deserto, portando loro del pane. Sempre il corvo può avere anche significato funereo, a causa del colore del suo piumaggio e del suo canto. Il triste “cras, cras”, che in latino corrisponde a “domani”, veniva infatti considerato un ammonimento di morte imminente. Tra i vari simboli dal chiaro significato religioso troviamo poi la conchiglia dei pellegrini (25A) e la croce, sia latina che greca. Tuttavia quest’ultima, che si trova sì in corrispondenza di un antico recinto ove era collocato il cimitero dei monaci (15), potrebbe anche avere una valenza politica. A rafforzare quest’ipotesi è la presenza del giglio francese (20), di elmi (37) e di uno stemma con tre piccoli emblemi araldici (1C). Il principale simbolo della fede cristiana, potrebbe, dunque, anche significare lo stemma crociato sabaudo (Tosco 2012, La Certosa di Santa Maria di Pesio). In tal caso corrisponderebbe all’antico stemma che nel 1424 Amedeo VIII, primo duca di Savoia, stabilì per il Principe di Piemonte. Tra le raffigurazioni scultoree certosine non mancano, poi, mascheroni (3), figure mostruose (7-9-13-30) e draghi (38), allegoria di satana. Col termine latino draco si identificava sia l’animale alato che il serpente. Entrambi, infatti, si possono spesso trovare, nell’iconografia tradizionale, ai piedi della Vergine, come simbolo del male soggiogato. E se il passo biblico di Amos (8,1) in cui il profeta invita a guardare la cesta di frutta matura come annunciazione della fine, può riferirsi al capitello 21, il 22, raffigurante tre pesci, è forse l’immagine cristiana più diffusa. Il suo termine greco (Ichthýs) è considerato acrostico delle parole Iesoũs Christós Theoũ Hyiós Sotèr: “Gesù Cristo Salvatore Figlio di Dio”.

Lato Ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio
Lato Ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio

Manola Plafoni