Ho visto thanatos, così come lo sento.

L’Orfeo e Euridice all’Opera di Roma, per la regia di Carsen.

C’è stato un momento in cui ho pensato che lo scopo dell’arte fosse quello di rendere metafora ciò che incontriamo nella vita. Parlo dei grandi temi e delle emozioni importanti, sia in positivo come in negativo. Ma probabilmente più in negativo, certo. E c’è stato un momento in cui ho seriamente creduto che quella metafora potesse essere importante. Perché riconoscendola, accarezzandola, si può diventare un po’ più consapevoli e un po’ più liberi. E, per estensione, anche un po’ più felici.

Ma alcune metafore racchiudono un simbolo così greve che non so più se questo senso produca felicità.

Quando si è alzato il sipario – e non avevo alcuna aspettativa, non immaginavo nulla – nel buio,  nella penombra appena accennata da un controluce che esalta la mancanza – l’assenza di luce, di vita – è entrato un corteo funebre. Con quella lentezza, pesante e al tempo stesso ordinata, come prevede il rito, che ho riconosciuto subito.

Quello doveva essere il funerale di Euridice. E il coro di Pastori e Ninfe, vestito a lutto, accanto all’inconsolabile Orfeo, vero protagonista del doloroso momento. Ma loro li avevo già visti. O, meglio, li ho conosciuti chiaramente. Nei funerali dei miei cari. Nel disegno, pietoso, esatto, del Mio sentire dolore.

A turno, i partecipanti al funerale gettarono nella tomba di Euridice una palata di terra. Orfeo, sospeso nel nulla di quel luogo, piangeva. Piangeva la morte dell’amata.  Le furie spettrali, esseri bianchi, strisciarono al suolo come larve. Spensero la fiamma ardente nel cuore di Orfeo, e così le fiaccole in quello spazio infernale.

Orfeo vede la sua amata Euridice, ma non la può guardare. Non c’è nulla da fare.Così è la morte. Così è la perdita. La mancanza.

Così è quel vuoto inspiegabile.

Foto Fabrizio Sansoni
“Orfeo e Euridice” Foto di F. Sansoni

Nell’atemporalità del mito greco i due protagonisti indossavano abiti dei tempi nostri, ma di tutti i tempi. E combattevano le pulsioni fondamento della vita stessa: eros e thanatos. Legati in un modo talmente intimo da aver l’impressione di non lasciare mai il funerale. Neanche alla fine, con il ballo e il duetto d’amore. Tutto è rimasto cupo, grigio. E in quest’aura di solennità, il minimalismo, nella sua pura essenza, crea il “non luogo”. Perché altro non potrebbe essere, per rappresentare la morte.  “Non luogo” e “non tempo”. Mancanza. Mancanza estrema.

Timeless modern”. Come lo definisce lo stesso Carsen, il geniale regista canadese che mette in scena quella modernità priva di collocazione spaziale, in cui è ambientata l’opera di Gluck (del 1762).

E se nell’Orfeo di Monteverdi (del 1607) il protagonista riesce a penetrare negli Inferi grazie al suo talento musicale, qui sono le furie a permetterlo, mosse esclusivamente dallo strazio d’amore d’Orfeo, dal suo dramma, della sua vicenda privata. Che diventa universale. A tal punto che l’emozione che suscita è più vicina al dolore e alla commozione, che al senso di compiaciuta ammirazione per  il regista.

Poco meno di un’ora e mezza. Eppure è un tempo che non si percepisce affatto. Il ritmo calibrato sapientemente,  la direzione della regia che si esprime essenzialmente, con pochi studiati movimenti.  Uno spazio più immaginifico che reale.  E luci magistralmente orchestrate, che costruiscono via via spazi sempre diversi, disegnando il luogo emotivo della vicenda.

Che da metafora si sublima ancora, fino e divenire dolorosa e commovente realtà.

 

Manola Plafoni

Visto al Teatro dell’Opera di Roma, il 19 marzo 2019

“Orfeo ed Euridice”
Musica di Christoph Willibald Gluck

Libretto di Ranieri de’ Calzabigi

Regia  di Robert Carsen

Meglio essere preparati

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Meglio essere preparati. Per attutire il colpo e non sentire il male. O il meno possibile.
Perché in realtà non si è mai abbastanza pronti per evitare del tutto qualcosa di negativo .
Meglio essere pronti comunque. Tenersi preparati. Allenarsi, di tanto in tanto, e tenere le caviglie in esercizio e i muscoli non irrigiditi dalla pigrizia. Perché non si sa mai, potrebbe arrivare un momento grave in cui ci sarà da correre. Da scappare o di dover chiamare aiuto il più velocemente possibile.
“Meglio essere sempre pronti” diceva un giovane attore all’amico, una sera, riferendosi a provini e audizioni. “Perché se sei in forma e ti sei preparato due o tre pezzi buoni, non si sa mai, puoi sfoggiarli in qualsiasi situazione. Bisogna essere professionisti.” E allora quell’essere “pronti” assume il senso di “preparati”, diventa sinonimo di competenza. Qualunque sia il nostro mestiere.
Meglio, anche, essere pronti e stare allerta, e non credere devotamente alla persona amata. Che ci spezzerà il cuore perché, fedeli alla grande illusione “dell’amore”, saremo totalmente spiazzati di fronte al tradimento.
Meglio essere pronti, preparati e “mettersi il cuore in pace” – sforzo mica semplice, certo – perché persone vicine ci faranno del male. Parleranno male di noi o parleranno male di qualcun altro per poi, inaspettatamente, ipocritamente, comportarsi in modo incoerente.
Meglio essere preparati e seguire le indicazioni shakespeariane. “Dubita che le stelle siano fuoco”. Fino alla più alta forma di dubbio e di domanda: “essere o non essere?”.
“Meglio essere preparati” mi dico, con un moto certamente negativo. Perché il sospetto di momenti difficili coincide con la paura. Ma l’istinto ancestrale, limbico, che possediamo, è anche una chance di riuscita. E, per estensione, di felicità.
A quest’apparente pessimismo antepongo la buona volontà di attutire il più possibile il dolore e il male. Inevitabili – lo sappiamo – nella vita di ognuno.