I capitelli della Certosa di Pesio

“Toutes les creatures que Diex crea en tierre, crea il pour homme et pour prendre exemple de creanche et de foi en elle.”

(Tutte le creature che Dio creò sulla terra, le creò per l’uomo e affinché l’uomo possa ricavarne esempi di religione e di fede.)
Pierre de Beauvais. La Version longue du Bestiaire.

Quest’articolo è presente sul N. 23 – giugno 2013 del periodico d’informazione storico-culturale: “Chiusa Antica”

Risale al III secolo a.C. il Physiologus, il primo testo, d’autore incerto, redatto ad Alessandria d’Egitto e relativo ad animali, pietre e piante, che riscosse notevole fortuna nel Medioevo e sulla cui base prese piede una ricca tradizione simbolica. Dunque immagini di piante e animali (sia reali che immaginari), mostrate in chiave allegorica attraverso citazioni delle Sacre Scritture, rappresentano un vasto codice simbolico, dall’alta valenza conoscitiva, che si è tramandato nel tempo. Ed è proprio l’espressione attraverso simboli una fascinosa, quanto intrigante caratteristica che la Certosa di Pesio custodisce ancora oggi. Ma come sovente accade per i dettagli, che per loro natura son sotto gli occhi di tutti e al tempo stesso celati agli sguardi distratti, occorre alzare leggermente la testa per scoprire che i capitelli del chiostro certosino son differenti tra di loro.

Siamo nella prima metà del 1500. La Certosa viene ampliata notevolmente e un nuovo, quadrangolare chiostro è ora lo spazio-perno della vita monastica. Il suo porticato delimita e “abbraccia” il giardino claustrale, il quale ha già in sé il simbolico significato di luogo sacro e protetto: hortus conclusus (Da un passo del Cantico dei Cantici, con cui s’associa alla purezza della Vergine Maria).
A differenza di molti altri monasteri certosini, quello della Valle Pisii, con oltre cento colonne dal fusto liscio (presumibilmente 108), è un porticato che stupisce piacevolmente gli uomini che vi camminano e lo vivono, restituendogli una sensazione di vuoto dilatato che ben si sposa con un senso mistico e devozionale.
Ma la Storia della “domus superior” di Pesio vuole che nel corso dei secoli le vicissitudini legate ai contrasti con gli abitanti “della Chiusa”, ma soprattutto il crollo del campanile e lo stato di degrado dovuto al lungo periodo d’abbandono conseguente la soppressione napoleonica (1802), abbiam provocato gravi danni strutturali. Infine, a modifica dell’antico complesso monastico, i lavori del Cav. Avena, attorno al 1840, per la trasformazione dello stesso in stabilimento idroterapico. Quel che resta del chiostro, oggi, ogni volta che si percorre lo scalone del Boetto e, in cima, a sinistra, si apre al nostro sguardo, è il porticato ovest. Le sue eleganti arcate e le volte a crociera continuano, in senso antiorario, soltanto nella manica sud. Occorre quindi compiere uno sforzo immaginativo per veder passeggiare sotto quattro lati porticati, uomini di Dio vestiti di bianco, che, sollevando appena la testa, scorrono diverse figure al centro dei capitelli corinzieggianti.
Una lettura simbolica delle raffigurazioni scolpite può certo sembrare anacronistica e forzosa, per chi liquida le immagini come orpelli dalla mera funzione decorativa, coerente con il periodo storico in cui vennero realizzati. Tuttavia è proprio osservando con maggiore attenzione l’apparato scultoreo sopravvissuto, di 39 capitelli (circa un terzo del totale), che si notano singolari caratteristiche. Come l’alternarsi delle foglie d’acanto ad altre due varietà di foglie lisce, rispettivamente dal margine lobato e non, con una scansione dalla logica criptica. Certo il fatto che della manica sud si siano conservati soltanto 13 capitelli decorati su 28, non aiuta a costruire un ipotetico disegno unitario sul ritmo relativo le foglie al di sotto delle volute, che talvolta son rivolte verso il basso e altre verso l’alto. Si può comunque trovare per le immagini un significato iconologico, ossia una spiegazione didascalica legata alla devozione e alla dottrina. Ma data la natura del soggetto trattato, che impedisce una definitiva e univoca spiegazione, propongo qua di seguito soltanto alcune delle numerose chiavi interpretative delle immagini scolpite.
Per rendere il mio studio analitico sui capitelli fruibile a chiunque, li ho convenzionalmente numerati, a partire da quello in parte murato nell’ala nord. Inoltre ho classificando ciascuna delle quattro facce. Stando quindi all’interno del porticato, di fronte a una singola colonna, il lato sinistro del capitello è indicato con la lettera A, quello frontale con la B, quello di destra con la C, infine, con la lettera D, la faccia del capitello visibile soltanto dal giardino. Questo distinguo fa saltare subito all’occhio come non tutti i capitelli certosini presentino una medesima immagine su entrambe le sue facce. Ma, entrando un pochino nel cuore di questa analisi, intendo da subito far notare come la grande devozione dei certosini per la Vergine sia esplicata attraverso simboli numerose volte.
Nel capitello 18 troviamo la ghianda, il frutto della quercia che è attributo della Madonna. Il legno “incorruttibile” di questo solido albero ha assunto il significato di salvezza, poiché la croce di Gesù sarebbe stata costruita proprio col suo legno.
Ben cinque capitelli presentano immagini floreali distinte, associate alla Madonna. Tra di esse la rosa. Secondo un’antica leggenda, prima della caduta dell’uomo la rosa era senza spine, e la Vergine è detta proprio “rosa senza spine” perché non è stata toccata dal peccato originale.
Il giglio, emblema di purezza e castità. Il tulipano, simbolo del divino amore, poiché muore se lontano dal sole. L’immagine scolpita sul 34C è presumibilmente una melagrana, che simboleggia la castità di Maria, ma significa anche: Resurrezione, così come l’astice (28B) e i grappoli d’uva eucaristici (16). Trae poi origine dalla Genesi la simbologia del corvo (11A-11C), inviato da Noè prima della colomba a controllare che le acque si fossero ritirate dopo il diluvio. La sua fama positiva deriva anche da varie leggende che raccontano di come il volatile abbia sfamato alcuni eremiti nel deserto, portando loro del pane. Sempre il corvo può avere anche significato funereo, a causa del colore del suo piumaggio e del suo canto. Il triste “cras, cras”, che in latino corrisponde a “domani”, veniva infatti considerato un ammonimento di morte imminente. Tra i vari simboli dal chiaro significato religioso troviamo poi la conchiglia dei pellegrini (25A) e la croce, sia latina che greca. Tuttavia quest’ultima, che si trova sì in corrispondenza di un antico recinto ove era collocato il cimitero dei monaci (15), potrebbe anche avere una valenza politica. A rafforzare quest’ipotesi è la presenza del giglio francese (20), di elmi (37) e di uno stemma con tre piccoli emblemi araldici (1C). Il principale simbolo della fede cristiana, potrebbe, dunque, anche significare lo stemma crociato sabaudo (Tosco 2012, La Certosa di Santa Maria di Pesio). In tal caso corrisponderebbe all’antico stemma che nel 1424 Amedeo VIII, primo duca di Savoia, stabilì per il Principe di Piemonte. Tra le raffigurazioni scultoree certosine non mancano, poi, mascheroni (3), figure mostruose (7-9-13-30) e draghi (38), allegoria di satana. Col termine latino draco si identificava sia l’animale alato che il serpente. Entrambi, infatti, si possono spesso trovare, nell’iconografia tradizionale, ai piedi della Vergine, come simbolo del male soggiogato. E se il passo biblico di Amos (8,1) in cui il profeta invita a guardare la cesta di frutta matura come annunciazione della fine, può riferirsi al capitello 21, il 22, raffigurante tre pesci, è forse l’immagine cristiana più diffusa. Il suo termine greco (Ichthýs) è considerato acrostico delle parole Iesoũs Christós Theoũ Hyiós Sotèr: “Gesù Cristo Salvatore Figlio di Dio”.

Lato Ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio
Lato Ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio

Manola Plafoni