Cronaca di boschi e di borgate

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I boschi sul versante orografico destro della valle, dietro l’abitato della frazione Vigna – Valle Pesio (CN)

Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro meta, i fiumi riprendono la loro marcia. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire. Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.”

Ecclesiaste 1, 4-9

L’avranno saputo? L’avran sentito qualche volta nella messa della domenica, i miei nonni, i nonni dei miei nonni? Forse sì. Forse avran creduto a questo.

   Sono nata nel luglio dell’84 e abito in Valle Pesio. In quella più a levante “delle sette valli alpine che, scendendo dal versante nord delle Marittime, si aprono sull’altipiano cuneese”. Come descrive nel 1952 Don Giorgis, lo storico parroco della frazione San Bartolomeo, nel librettino di memorie dal titolo: “La Certosa in Valle Pesio”.

Abito nella frazione Vigna, ad appena 700 m. s.l.m.. E qui ogni giorno il sole ha vita più lunga rispetto alla frazione a monte. Ma non son sicura che questo sia il luogo dove la quantità di luce sia la maggiore di tutta la valle. Perché ci sono molte borgate con case di pietra locale e piccoli insediamenti che, disposti sui due versanti del torrente Pesio, godono di ottima esposizione. E di panorami magnifici! 

Se oggi parlo di quelle numerose borgate – in gran parte disabitate – è perché è avvenuto qualcosa di molto anomalo. Un virus. Un’epidemia che per alcune ragioni potrebbe ricordare quella della Spagnola del 1918. Quella febbre – e riporto un esempio tragico – che portò via la madre della mia bis nonna, quando lei aveva appena due anni. Lasciandola nella borgata Fiolera senza la possibilità di avere un ricordo materno. Oggi… questo mese d’aprile lo definisco anomalo, però, solo da un punto di vista sociale. Perché mi guardo attorno e penso d’aver ragione di credere che non sia molto diverso da quello di sempre. Con il risveglio delle foglie d’un verde fresco e chiaro, fiori gialli di tarassaco e margherite nei prati, ciliegi vestiti da sposa come pois nei boschi di castagni, e acqua limpida nei valloni che mette di buon umore col suo suono, e molto, molto altro ancora…

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Borgata Fiolera, in Valle Pesio

La ciclicità della natura, con i suoi ritmi e i suoi eterni ritorni, sarà stata l’unica grande sicurezza nella vita delle genti di questa valle, fino a circa due generazioni fa. – Così come per molte altre persone… Certamente! – Ma è su di loro che provo a soffermarmi. Cercando di ricostruire il modo di pensare di alcune delle persone che hanno vissuto in questi luoghi di montagna, nell’ultimo secolo o poco più. Partendo da piccole memorie della mia famiglia, o da racconti locali, in questi giorni dove, stando forzatamente solo qui, non faccio che pensare a tutte quelle genti che, da questa valle, un tempo, non si sono pressoché mai allontanate.

   Mia madre era bambina nelle estati tra il ’68 e il ‘73 – all’incirca – quando con sua nonna partiva dalla stalla di “Cian da roba” (un gruppetto di case accanto alla borgata “Furè”, sulla destra orografica della frazione Vigna) per salire su per quel sentiero nel bosco che partiva proprio dietro casa. Per raggiungere “Ciùp”, poco sotto il pilone dell’Olocco, le due con le loro mucche camminavano in una stradina abbastanza ripida, tra bassi cespugli di mirtilli e grandi alberi di castagno. Un sentiero tenuto pulito dal continuo passaggio delle persone e dei loro animali. Un sentiero che, appena sopra l’abitato di Vigna, dove il pendio della montagna concede una naturale “balconata”, si scorgono tutte le case e la chiesa sottostanti. Il rintocco delle campane è ben udibile anche da lassù e il campanile – come il maggiore antropologo italiano De Martino cita in alcuni suoi studi sulle abitudini rurali, come riferimento simbolico – non è solo l’emblema della vita religiosa, cui pressoché tutti erano legati per tradizione e abitudine. Ma il campanile è anche il riferimento del luogo cui si era legati. Il simbolo dell’appartenenza a quella parrocchia e, per estensione, quel territorio.

Nonna e nipote portavano con se una merenda. Un pezzo di pane ed un pezzo di formaggio avvolti in un fazzoletto. Badando alle mucche in un bel prato ondulato rivolto a sud, accanto alla stalla e al portico per le foglie di “Ciùp”, sedevano sotto una bianca betulla, facile da “spellare”. O sotto un castagno. Uno di quei robusti alberi che il padre della mia bis nonna, Martino Ellena, aveva piantato in quel terreno acquistato negli anni ‘30. Quando, dopo aver venduto la stalla al “Runk”, sopra il Pilone dell’Olocco, a circa 1200 m. s.l.s., aveva preferito spostarsi un po’ più in basso. Proprio lì, durante la guerra, un gruppo di partigiani diede fuoco, però, alla sua stalla. Il motivo, ahimè, è sconosciuto…

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La frazione Vigna, vista dal versante orografico destro

Spesso mia madre – anche se andare al pascolo, non era più l’attività principale della famiglia – percorreva il sentiero avanti e indietro due volte al giorno. Tornava a Vigna e risaliva al pascolo dalla nonna. Passava quindi per un altro piccolo insediamento: “ü Stabbi”, dove c’erano tre case, una stalla e un portico. Tutti possedimenti dei Fratelli Ellena, Toni e Giacu. Oggi in mezzo a quelle case quasi interamente diroccate, passa lo stesso sentiero di un tempo, percorso però solo in discesa dai bikers. Che negli ultimi anni hanno contribuito – per praticare il loro sport – a mantenere puliti sentieri altrimenti solo percorsi dai caprioli.

Ma uno dei fratelli appena citati – il più vecchio – è ancora tristemente noto tra le persone anziane della valle, che lo ricordano per aver commesso un crimine efferato. Sinonimo, questo, che non tutto procedeva in tranquillità in questa valle. Che l’ambiente “chiuso” di montagna poteva non voler significare solo “scrigno” e “protezione. Ma, appunto, anche chiusura e mentalità ristretta e severa.

Si dice che Toni, dopo aver convinto un uomo che giocava a carte all’osteria “da Bagiàn” – ai “Pescatori”, nella frazione Vigna” – a seguirlo a casa sua, lo uccise facendolo a pezzi e nascondendo il cadavere sotto “la carburera” (la carbonaia). Per poi impossessarsi dei suoi abiti, il suo cappello e i suoi documenti, e fuggire in Germania.

Certo non erano questi gli avvenimenti all’ordine del giorno; forse proprio un’eccezione. Ma complice sarà stato un alto tasso di povertà; non difficile da intuire per la maggior parte delle persone nei primi decenni del secolo scorso. E pensando proprio alle condizioni di vita medie, mi vengono in mente le castagne. Quei piccoli frutti marroni che raccoglievano, chini, a lungo, nei boschi. Boschi costantemente tenuti puliti, rastrellati dalle foglie e dai rami secchi. Boschi e prati in cui le mucche o le capre, pascolavano. Ma un tempo c’erano solo due “bargè” (pastori) di pecore. Uno con il casotto per il gregge al “giàs d’Sestrèra”, che saliva ai “laghetti del Marguares” a 2000 m. s.l.m., ma proveniente dalla pianura, da un altro comune. E l’altro di fronte alla Certosa, con cinque figli. 

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Oggi mi guardo intorno e sono gli alberi i padroni della valle. I numerosi custodi, fieri e frondosi, che avvolgono i pendii. La vegetazione man mano cambia. Splendidi faggi dalla corteccia non più rugosa come quella dei castagni, ma quasi liscia, d’un grigio allegro, e splendide foglioline arrotondate, ovali e lucide, dal margine un po’ ondulato, ciliato. E con una sottile peluria sulle nervature.

Mi guardo intorno e mi par di vedere molta gente. Molte persone indaffarate. Tagliar legna, filare la canapa, costruire “garbìne” (ceste), limare “la sièssa” (la falce). Camminare, con i calzettoni di lana al ginocchio, su e giù per i sentieri e percorrere distanze oggi non più abitudinarie. Poiché non è più così scontato camminare per chilometri e chilometri nei boschi, se non per ragioni naturalistiche e sportive. Penso a tutte queste persone e le vedo forti, dai muscoli tesi, non molto alte ma robuste. Donne con foulard in testa e uomini, quando erano all’osteria, con cappello e “sigàlla” (il sigaro) o intenti a masticare tabacco. Vedo tanti bambini chiassosi correre con le braghe corte tirando una cinghia che racchiude un paio di libri. La scuola di Paglietta – ben sopra l’abitato di San Bartolomeo, sul versante sinistro della valle – ben esposta al sole, su due piani. E i banchi, la lavagna e l’odore dei gessi e dell’inchiostro. Qualche scolaro monello punito con una bacchettata sulla mani.

Poi immagino giovani amori nascere. Ragazzi che s’affrettano a raggiungere “a sòccia” (la fidanzata) probabilmente in una borgata differente da quella in cui vivono, illuminati dal sorriso dell’amata e da una prospettiva di vita nuova. Mettendo su famiglia e spostandosi in una delle frazioni più in basso. Complice, anche, un po’ di progresso economico, nel dopoguerra.

Ecco che le generazioni degli anni quaranta, una volta raggiunta la maggiore età, si ritrovarono nella condizione di poter migliorare e modificare un destino quasi segnato. Perché se fino alla generazione prima non era possibile l’affermazione dell’individualità, perché l’uomo restava legato biologicamente, per nascita, al proprio destino, la trasformazione e lo sviluppo che andava migliorando la vita nelle città, cominciò ad arrivare, a piccole dosi, anche nelle vallate. Nell’arco di pochi decenni il passaggio fu netto. E se pur molti restavano comunque legati alla montagna, ai propri costumi, alle tradizioni, alla propria terra, il modello di società si stava evolvendo. E una trasformazione – positiva o negativa che sia – implica sempre un cambiamento. Drastico.

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Il passaggio da una società di “tipo aristotelico”, cioè limitata per tipo di nascita e con una concezione collettivistica e ripetitiva della vita; fatta d’omologazione di gruppo e d’una debole individualità, perché il riconoscimento di se stessi passa dal riconoscimento altrui. Cioè dal sentirsi persone per bene, oneste e corrette proprio nel compiere gli stessi gesti della collettività. Nel ripetere quei lavori che si eran sempre fatti e nell’attenersi alle tradizioni che parevano assolutamente buone e corrette. Ma coloro che raccoglievano castagne, continuavano a raccogliere castagne e così i loro figli. Il passaggio, quindi, dalla società di “tipo aristotelico” – dove ognuno occupava una posizione per nascita, che restava tale per tutta la vita – ad una società moderna dove ogni uomo ha i mezzi per realizzarsi, era in atto.

E se De Martino nei suoi studi parla di “ripetere o decidere”, a proposito degli uomini del sud, la vita contadina era la medesima anche qui! Solo rapportata ad un diverso ambiente, ma sempre legata “alla terra” e al concetto di tradizione. 

E probabilmente proprio quelle prospettive di vita meno rigida, meno faticosa, con qualche servizio in più e qualche disagio in meno – penso anche solo a primi servizi igienici in casa, a fine anni ’50, o alla possibilità di andare da un medico più comodamente – non erano solo passaggi ad una vita diversa. Ma anche ad un modo di pensare e intendere la vita con prospettive molto differenti. Negli anni, qui, molti non hanno abbandonato del tutto le tradizioni locali, è vero. Qualcuno va ancora per castagne, rastrella l’erba, taglia la legna. Ma pochissimi per mestiere. 

La società si è notevolmente modifica. Eppure… la conquista della propria individualità, e la possibilità di migliorarsi e potenzialmente “raggiungere” quel che si vuole, a discapito della terra di montagna abbandonata, qui è il prezzo da pagare.

Chissà se qualcuno sarà in grado, consapevole di tutto ciò, di vivere la montagna e la ciclicità della natura, senza rinunciare al proprio Io.

Manola Plafoni

 

[Quest’articolo sarà pubblicato sul numero di Giugno 2020 della Rivista storica Chiusa Antica]

La chiusura della Certosa

Curiosità e notizie storiche sull’ultimo periodo d’attività del monastero certosino di Pesio.

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La conquista francese del Regno di Sardegna determina l’imposizione dei princìpi rivoluzionari; princìpi in aperta ostilità con gli ordini religiosi, considerati come elementi parassitari per la società civile. Agli inizi del IXX secolo il Piemonte diviene una provincia francese: la 27a Divisione. Monasteri, Certose e Istituti religiosi di ogni genere sono soppressi per mano del Governo transalpino, le cui campagne militari richiedono finanziamenti sempre maggiori. I beni della Chiesa rappresentano un ricco patrimonio da usurpare, e tra questi non fanno eccezione quelli della Certosa di Santa Maria. L’epilogo della Storia della domus superior di Pesio si annovera nei documenti dell’Archivio di Stato di Cuneo: Dipartimento dello Stura (La Provincia di Cuneo è così chiamata sotto il dominio francese), tra i verbali dei sopralluoghi delle diverse località della Granda, nei “Régistre des pensionnaires réligieux supprimés dans le par arrété du 28 thermidor an 10, pour la troisième trimèstre de l’an 12”.
Lo speziale Cumino – nominato Socio Corrispondente dell’Accademia di Agricoltura di Torino il 4 luglio 1802 – è citato fra i componenti della comunità dei certosini: “Data di nascita: 11 giugno 1762, Revello. Dipartimento dello Stura – Certosa di Pesio – Pensione annuale £. 500”. Ma già dal suo carteggio con il Bellardi emergono alcune informazioni riguardanti l’esercito napoleonico sul finire del XVIII secolo. Il 9 marzo 1795, presagendo quel che sta realmente per accadere, scrive: “Quì siamo ancor trincerati da un’immensa quantità di neve, onde non così presto dobbiamo temer delle incursioni nemiche, ma a buon conto mi penso che bisognerà aver pazienza, e di nuovo esercitarsi a parlar en Cytoyens françois; Come l’accadrà, e l’andrà, lo sa quel Dio che ci ajuterà, ed avrà di noi pietà, ma io temo che avremo il medesimo sito dell’Ollanda; vedremo”. E ancora, sempre dal monastero della Certosa, in data 18 aprile 1796, Fra Ugo Maria Cumino informa l’amico medico: “P.S.: I Francesi hanno presi i Campi di Ceva, vanno e vengono in detta Città, ma il forte non è ancor suo; occupano Pamparato, Mombasilio, ecc.”.
Nel 1798 il Padre Priore della Certosa: Pietro Giacomo Carroccio, stila un elenco dettagliato dei beni dei certosini [Archivio di Stato di Torino]. Il 23 luglio 1801 il Maire di Chiusa Pesio, su ordine delle Prefettura, compila un primo elenco di Religiosi presenti nella Certosa, cui seguono altri elenchi di ecclesiali e censimenti dei possedimenti del monastero. Tra i beni appartenenti ai certosini sono elencate varie cascine sparse sul territorio cuneese, i redditi di ogni proprietà, il denaro trovato nella contabilità del Convento e una valutazione del valore dei prodotti della terra, suddivisi in diverse tipologie: segale, orzo, grano, castagne, capi di bestiame, ecc.
Secondo il calendario rivoluzionario francese, il 28 termidoro dell’anno 10 corrisponde al 16 agosto 1802. In questa data è decretata la soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose. In attuazione del Decreto napoleonico, a partire dal 31 agosto 1802, si avvia la procedura di fattiva abolizione degli istituti religiosi. In un primo momento il Governo francese si mostra abbastanza benevolo nei confronti dei padri certosini, che durante le operazioni militari in Valle Pesio offrono aiuto alla popolazione [Moccagatta, 1992 – pp.127/133]. Ma la forza con la quale avviene l’esproprio nella Certosa è evidenziata dalla relazione dello stesso Commissario del Governo, che appone i sigilli (già il 27 giugno 1802) non soltanto alla Biblioteca e alle librerie esistenti nella Prioreria, e dichiara:“…passo di camera in camera di caduno dei religiosi sigillandone i libri ritrovati esistenti presso caduno de presenti religiosi”. Tra di essi, nel verbale del 3 settembre 1802, è citato il micologo piemontese: “…passati quindi tutti nella Spezieria tenuta ed amministrata dal cittadino Paulo Cumino, si è il medesimo interpellato a dichiarare se ritenga libri… quali libri e memorie sono stati da me commissario infrascritto, legati con una funicella in forma di croce e sigillati sul nodo di detta funicella”.
L’inizio dell’abbandono forzato della Certosa di Pesio risale, dunque, ai primi del mese di settembre, con la confisca di tutto il materiale presente, che comprende, tra l’altro, moltissimi documenti, libri, ma anche ricette. Tutto il materiale viene trasportato a Cuneo dai carrettieri, in numerosi viaggi, andando a formare con oltre 700 volumi, parte della prima Biblioteca pubblica di Cuneo, istituita il 10 ottobre 1802. Dieci giorni dopo vengono nominati i Guardiani delle case religiose soppresse e il 30 ottobre 1802 il monastero certosino di Pesio è definitivamente chiuso. Tuttavia i religiosi rimangono ancora alcune settimane nella Certosa, lasciando per sempre la struttura nel dicembre 1802.
Infine le ultime informazioni certe, di vita vissuta in prima persona, riguardanti il periodo conclusivo della Clausura, ci vengono da due lettere del quarantenne Cumino, indirizzate, questa volta, all’amico e collega uomo di scienza Balbis (Direttore dell’Orto Botanico del Valentino dal 1801 al 1814). La prima è scritta dalla grangia certosina di Tetti Pesio, vicino Cuneo (18 novembre 1802). Da questa si deduce che da ottobre il monastero è ufficialmente chiuso, ma che alcuni monaci vi risiedono ancora. “Già saprai le tragiche storie della nostra Certosa” e gli narra delle dolorose vicissitudini che riguardano i religiosi dell’alta valle Pesio. Ma in questa curiosa lettera emerge anche una minaccia allo stesso Cumino: “Se avessi potuto portarmi in Certosa avrei già adempiuto a quanto t’avevo promesso, ora per mia disgrazia non decido ancor d’andarvi per non mettermi in pericolo d’incontrarmi col Brigante Randolino, che si è dichiarato di venirmi ad ammazzare anche in letto; mi son peraltro già raggirano per farlo arrestare, ma tutte le spedizioni sono andate male”. Informa inoltre il Balbis che il Padre Priore e il Padre Vicario sono stati accompagnati a Cuneo dai gendarmi, e da lì sono stati portati con altri due confratelli a Torino, a dare giustificazioni delle offese pronunciate alla persona del Generale Jourdan, Consigliere di Stato e Amministratore Generale della 27a Divisione.
Sull’ultima lettera scritta della Certosa di Pesio vi è la data del 9 dicembre 1802. Il Cumino abbandona dunque in quel mese, molto presumibilmente, il monastero e la valle in cui per oltre quattordici anni ha erborizzato, condotto studi su piante e funghi, e svolta la professione di speziale, nonché di converso. “Nel rincrescermi di lasciar interrotti i miei lavori che facevo ora indefessamente” perde soprattutto le sue memorie, i suoi scritti e tutti i preziosi testi di botanica e micologia.
Notizie sullo stato laicale cui è costretto a seguito della chiusura della Certosa sono anche riportate da Emile Burnat (1828-1920) [Somà, 2003]. Il micologo revellese si trova quindi privo dei suoi libri e scrive una supplica al Generale Jourdan, per ottenere la restituzione dei suoi averi. Rivolgendosi all’amico d’infanzia Balbis, che in quel periodo trova credito presso il regime di Napoleone per la sua fede giacobina e per i suoi meriti scientifici, invia una lettera al Prefetto del Dipartimento dello Stura: il Cittadino De Gregory. La missiva è datata 2 vendemmiaio anno IX: “mi induco a pregarvi di voler cortesemente accordare al Cittadino Cumino ex certosino e farmacista presso la Certosa di Pesio, il recupero dei suoi libri di Botanica, ai quali sono stati apposti i sigilli, congiuntamente agli altri affetti appartenenti alla farmacia del Convento… si tratta di rendere servizio ad un Cittadino, verso il quale la 27a Divisione ha grandi obbligazioni, essendo il primo che si sia dato allo studio ed alla collezione dei funghi, come lo prova la memoria interessante e sapiente che ha presentato all’Accademia delle Scienze”. Non si conosce l’esito dell’intervento del Balbis, ma con certezza il Cumino è preso in considerazione dal Prefetto per un incarico di prestigio. Il 15 vendemmiale dell’anno XI (1803) viene fondata a Cuneo una società di Agricoltura divisa in tre sezioni: agricoltura, scienze, arti ed economia. Del secondo settore fa parte un Orto Botanico, del quale il Cumino è direttore e, sempre in quel periodo, esercita anche la professione di farmacista (il suo nome compare nell’elenco: Tableau des médicins, chirurgiens, pharmaciens, sages-femmes et herboristes, qu’ils ont déposés leurs brévets à la Maire de Conì d’après l’arrete de M. le Préfet du Département de la Stura en date 5 mai 1808), stilato in seguito a un decreto della prefettura che obbliga gli esercenti delle professioni mediche a depositare i loro brevetti di nomina:“Cumino Jean Paul, Domicile: Conì, pharmacien”.
Della sorte di altri monaci in seguito alla chiusura della Certosa, abbiamo notizie di coloro che si trasferiscono nel capoluogo chiusano. Il padre certosino D. Emanuele Ugo, ben voluto dagli abitanti del paese e di cui venne fatto un ritratto dall’Arnaldi di Caraglio nel 1821, “pose sua stanza in S. Anna dopo il 31 agosto del 1802… e vi stette sino all’anno 1822, che vi morì. Oltre il legato di lire 3 mila varii oggetti portò egli dal convento nel santuario per dirvi la messa; fra’ quali due messali stampati in Roma l’uno nell’anno 1613 e l’altro nel 1713, una bella e ricca pianeta, 6 candelieri, ed un ciborio in legno egregiamente scolpiti e indorati.” L’apprezzato sacerdote è inoltre“ricordato con amore e gratitudine dai nostri padri, che gli mandavano frequenti le loro figliuole dal paese a ricevervi gratuitamente quell’istruzione elementare, che loro non provvedeva ancora il Comune” [Libro del Botteri – pp. 214-215].
Coevo il rev. sacerdote Luigi Felice Maria Vergnasco, già monaco Certosino col nome di P. Ugo (fu Giuseppe), nativo di Torino, “nel suo testamento dell’8 febbraio 1822 lega a favore di S. Anna tremila lire nuove sopra il credito per esso testatore, tenuto verso il signor Lorenzo Garello coll’obbligo d’impiegarne i prodotti nel mantenimento di un cappellano, del decoro della chiesa e del fabbricato di essa” [Libro del Botteri – p. 221].
Vi sono inoltre tracce nell’Archivio dell’ospedale di Chiusa (Delibere 1812/1831) di altri due monaci provenienti dal monastero certosino, dopo la sua soppressione: Paolo Bersano “chiamato in religione col nome di Giovenale è spirato il 28.2.1816 con testamento del giorno precedente. Ha acquistato 1/5 della Certosa. L’eredità va alla Congr., ma con varie clausole e conti in sospeso. Un legato va a don Bart. Bottero monaco col nome di Ugo” [24 agosto 1817]. E Pietro Paolo Crosia “sprovvisto di vestimenta” [18 settembre 1816].
Dalla documentazione ritrovata apprendiamo ancora che i beni dalla Certosa sono messi all’asta già a partire dal 4 novembre 1802 e, sempre in quello stesso mese, sono posti in vendita anche gli edifici. Ma le aste vanno più volte deserte, nonostante il ribasso dei prezzi, e non si riesce a vendere che una minima parte del grande patrimonio certosino, che probabilmente versa ormai in cattive condizioni. Nell’agosto 1803 viene redatto un ulteriore elenco, che certifica lo stato degli oggetti mobili ancora presenti nell’ex monastero, destinati alla vendita del profitto del pubblico tesoro.
Tuttavia, anche dopo il crollo del governo francese, nel monastero non ritornano i certosini e il gran numero di laici che orbitano attorno alle attività del monastero. Segue un lungo periodo di degrado e di abbandono, con conseguenti gravi danni all’intero complesso monastico, sino al 1840, quando il Cav. Giuseppe Avena lo acquista riqualificandolo in stabilimento idroterapico.
Ma dal dicembre 1802 l’esperienza di vita monastica nella Certosa di Santa Maria, è così terminata. Dopo 629 anni dall’atto di fondazione, recitante: “Nominatim enim dederunt isti domini, cum omni populo Clusa, Alpes scilicent Vacherii, et Serpenterii et Pratum Brunum ad ecclesiam construendam in honorem Dei, sancteque virginis Marie et sancti Johannis Baptiste” (…Questi signori, insieme con tutto il popolo di Chiusa, diedero espressamente le Alpi Vaccarile e Serpentera e il prato Bruno per costruire una chiesa in onore di Dio, della Santa Vergine Maria e di San Giovanni Battista).

Un doveroso ringraziamento a Valentina Tosi, Rino Canavese e Vittorio Somà.

Ingresso della Certosa di Pesio.
Ingresso della Certosa di Pesio.

Questo Articolo compare sul N. 27 – giugno 2015
del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica”

Manola Plafoni