Le bolle papali a favore della Certosa di Pesio

L’intervento della curia romana
e i giochi di potere delle Certose e dei monasteri cistercensi locali,
all’inizio del XIII secolo.

SONY DSC
Monaco certosino in preghiera. Particolare dell’affresco. Chiesa della grangia certosina di Tetti Pesio (CN) (Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

La protezione papale alla Certosa di Pesio è accordata solo nel 1246, con Innocenzo IV.
Sono passati oltre sette decenni dalla fondazione (1173), e il monastero ha da poco subìto violenti attacchi dalle vicine comunità montane e da quella più a valle dei “Chiusani”.
Ma le altre case certosine piemontesi hanno avuto una sorte differente, in quegli stessi anni.
Casotto, per esempio, ottiene dopo un breve periodo, nel 1199 (con Papa Innocenzo III), il riconoscimento ufficiale come monastero certosino. Il suo positivo rapporto con la Sede apostolica può spiegarsi con il fatto di essere la Certosa che ha avviato la diffusione certosina in Italia. Di essere stata, infatti, un vero serbatoio di monaci per altre sedi. Come nell’emblematico caso laziale della Certosa di Trisulti.
Inoltre, la dedizione del monastero della Val Casotto ad un Beato certosino di estrazione locale, proveniente da Garessio, garantisce un buon rapporto con le limitrofe collettività contadine.

II Cert capitel (93)
“Opus” (lavoro)
Incisione su pietra.
Resto conservato accanto all’antica chiesa inferiore della Certosa di Pesio.

Mentre l’intervento a favore della Certosa di Losa (1209), si deve senz’altro alla sollecitazione sabauda. Al monastero in valle di Susa giova, sicuramente, il fatto di essere stato avviato proprio dai Savoia. Ed, inoltre, appare decisiva la presenza di un converso – tale Dietrich Terricius – stretto congiunto del Barbarossa, forse un figlio naturale, che Federico I definisce “de progenie nostra oriundus”.
La Certosa di Pesio, invece, non riceve analoghi riconoscimenti da papa Innocenzo III. Né dai sui tre successori. E paga, probabilmente, il fatto di non avere potenti intermediari.

II Cert capitel (68)
Particolare dell’ingresso della Certosa di Pesio

I Signori di Morozzo, i suoi promotori, non sono completamente assoggettati al vescovo di Asti, da cui dipende la Diocesi. Ma soprattutto la Certosa di Santa Maria subisce la concorrenza del vicino monastero cistercense di Pogliola. La casa femminile è, a sua volta, stata fondata dalla famiglia dei Morozzo. Ma essa ottiene riconoscimenti che può spendere localmente, anche in termini di prestigio.
Pare che entrambe le nuove case contribuiscano al declino del più antico monastero dei Morozzo – quello di San Biagio – perchè in grado di organizzare con efficacia la propria gestione.
Ma, all’atto di fondazione della Certosa di Pesio, il vescovo di Asti non è presente. E tale vistosa assenza appare ancor più grave quando il prelato presenzia, invece, quello del monastero cistercense di Pogliola, nel 1181.
È probabile che i certosini debbano scontare il fatto che i rapporti tra i Morozzo e il vescovo astigiano non si sono ancora pacificati, dopo una lunga fase conflittuale (Guglielmotti, I Signori di Morozzo). Ma resta il fatto che i monaci della Valle Pesio sono esclusi da qualsiasi sostegno e aiuto del vescovo, nella loro sede così al limite della diocesi. Dovendo, però, versare le tasse a quest’ultima.
Si registrano, così, ovvie tensioni con il rifiuto dei monaci di soddisfare le richieste di sussidi ecclesiastici da parte astigiana.

SONY DSC
Sette stelle ad otto punte.
Particolare affresco.
Chiesa della grangia certosina di Tetti Pesio (CN)
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Ciò fino a quando il monastero ricorre alla curia romana per le vertenza con il clero di Asti, cui seguono l’emanazione di ben due bolle papali, rispettivamente nel 1246 e nel 1253 (Cartario della certosa di Pesio, Bollettino storico-bibliografico subalpino).
E al riconoscimento, seppur tardo, da parte imperiale, di una protezione che oggi definiremmo “standard”, a partire dal 1247.
Per quanto riguarda, poi, la gestione del patrimonio fondiario – negli anni successivi – va sottolineato come i monaci certosini siano stati abili. Essi riplasmano il paesaggio delle zone in cui si radicano. La loro ostinata vocazione eremitica li induce a non abbandonare quelle montagne e quei boschi in cui hanno eretto la propria sede. Anzi – così come li si può comparare ai cistercensi – con una ancor più forte specializzazione montana. Senza cedere a quella tentazione urbana, che nel corso del Duecento caratterizza molti ordini religiosi; anche solo per migliorare l’allevamento del bestiame – soprattutto di ovini – a fini economici (Comba, Cistercensi tra città e campagna).

II Cert capitel (72)
Certosa di Santa Maria di Pesio.
Chiostro inferiore e particolare della chiesa superiore.

Eppure i certosini sono percepiti alla stregua dei Signori, dai locali chiusani. Poiché pretendono di disporre di quegli incolti produttivi che, prima delle donazioni a loro favore, erano legate allo sfruttamento collettivo.
Diversa è la questione in pianura.
I monaci non sembrano esercitare diritti signorili di sorta. Ma – questione ancor più significativa – non percepiscono le decime, per coerente scelta di conduzione diretta.
Una scelta del genere non è invece riscontrabile presso i cistercensi. Come nel monastero saluzzese di Staffarda. Dove l’acquisizione delle decime gravanti su terre altrui – e non solo l’esonero per le proprie – da parte del monastero, è un chiaro esempio di come già nei primi decenni del Duecento vi sia una lenta inclinazione all’esercizio di poteri Signorili.
Così come nel monastero di Casanova, nei pressi di Carmagnola, seppur ristretto a singoli lotti.

SONY DSC
Grangia certosina di Tetti Pesio.
(giugno 2018)
Particolare con la chiesa, la loggia e la torre. Nella corte (sulla dx della foto), sotto una folta vegetazione è ancora presente l’antico pozzo.
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Presso la grangia certosina di Tetti Pesio, invece, i contadini sono forse più abituati a rapportarsi con la grande proprietà. Sia essa laica che ecclesiastica. E con ogni probabilità, ciò che è sufficiente a disinnescare gli eventuali conflitti, è il fatto che le grange restituiscono a coloro che hanno ceduto le proprietà individuali, l’occasione di prestare la propria forza lavoro.
In quel processo, non solo fisico ma anche spirituale, della costruzione del Desertum certosino.

SONY DSC
Particolare dell’antica Chiesa della Grangia certosina di Tetti Pesio (CN).
I colori bianco e blu delle volte ricordano, chiaramente, quelli delle volte della Casa Madre, la Certosa di Pesio. Come nel caso della Chiesa superiore di Pesio, i colori sono attributo della Madonna.
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Manola Plafoni

Articolo comparso sul N. 33 della rivista storico – culturale “Chiusa Antica”. Giugno 2018

Il nuovo ordine

I primi anni di vita delle Certose.
Casotto, Pesio e le altre case monastiche eremitiche, organizzate secondo la Regola.

SONY DSC

È un crogiolo di nuove congregazioni religiose la Francia – nell’età comunale, nei secoli centrali del Medioevo – che lascia penetrare “monaci silenziosi”, “fratres in generali capitulo Cartusie congregati”, nell’area subalpina, nel Pedemontium. Oggi noto con l’anacronismo adottato per comodità, ovvero: il Piemonte (Goria, 1952). Ben quattro case religiose. Le più antiche. Senza prendere in considerazione il monastero calabrese di Serra S. Bruno – del 1091, cronologicamente la prima Certosa italiana – perché il fondatore dell’ordine, in realtà, interrompe i contatti con la casa madre di Grenoble, distaccandosi dalla scelta eremitica.
Delle primitive Certose italiane conosciamo gli atti datati tra il 1086 e il 1196, provenienti dalla Grande-Chartreuse, grazie agli studi di Bernard Bligny di metà Novecento. Ed è soprattutto da questi documenti che si evincono gli aspetti fondamentali dell’organizzazione del nuovo ordine religioso.

SONY DSC
Chiostro sup. della Certosa di Pesio. Dal lato est del “desertum”.

Siamo sul finire del XII secolo. Casotto, Pesio e Losa sono – in quest’ordine – Certose maschili fondate nella parte alta di vallate alpine. Entrambe prendono il nome dalle località in cui si trovano – dalle valli e i torrenti omonimi nel caso di Pesio e Casotto, e da un sito montano per la Certosa di Losa in Val Susa – senza, dunque, l’intenzione di appropriarsi dei luoghi, magari riqualificandoli. Ma li accumuna anche l’usanza, già particolarmente diffusa tra gli enti certosini d’oltralpe, della dedizione mariana. L’aspetto unificante delle tre case intitolate a Santa Maria, così come una precisa organizzazione edilizia secondo le regole prescritte dall’ordine, suggeriscono un vero e proprio comportamento preordinato.

SONY DSC
Affresco staccato. Certosa di Pesio

Tralasciamo la quarta casa piemontese, la Certosa di Buonluogo. È una clausura femminile nella piana pinerolese, ubicata in una zona – all’epoca – boschiva, probabilmente di poco anteriore il 1234. Mentre quelle appena menzionate appartengono ancora al secolo precedente. Pesio e Losa sono infatti fondate rispettivamente nel 1173 e nel 1189. Ma della Certosa di Casotto non si hanno fonti certe. Si può presumere che la data sia nei decenni che antecedono il 1172 – e sicuramente dopo il 1155 –, così come si può solamente supporre che la sua nascita si debba all’iniziativa di monaci provenienti da Serra S. Bruno. Curioso però – a questo punto – è avere notizia di dieci monaci e otto conversi che provengono proprio da Casotto, nel cenobio benedettino laziale vicino Frosinone, quando diviene Certosa di Trisulti.

casotto_gallery3
Val Casotto (CN)

Ma torniamo, dunque, ad una visione più ampia del primo impianto monastico certosino. Tra le direttrici unitarie di ciascun ente vi è – nella fase di fondazione – la cura di rispettare la prescrizione dell’ordine, che prevede d’individuare siti tali da soddisfare la scelta eremitica. Ed è proprio la “specializzazione montana”, a confermare l’ostinata volontà di non arrendersi di fronte allo scarso favore.
La Regola è introdotta con il riconoscimento ufficiale del nuovo ordine monastico. Guigo è il vero e proprio legislatore delle norme certosine, autore delle Consuetudines Cartusiae (1121-1128). Così la comunità è organizzata, oltre che con dodici monaci, da un priore che riceve la donazione, esplicitamente dichiarata come “de ordine Cartusiensi”. Ed è precisa l’indicazione di edificare “a una certa distanza dal monastero, la casa inferiore o Correria” (Guglielmotti, Gli esordi della Certosa di Pesio), ovvero la sede dei conversi. Quei fratelli laici, di grado subordinato ai certosini, cui venivano affidati i lavori manuali. Affinché i monaci non venissero turbati dagli “affari mondani”. Nel caso della Certosa di Pesio, la Correria precede addirittura l’edificazione del monastero vero e proprio. Mentre per Casotto è menzionata una casa inferiore solo nel 1202 (Barelli, Cartario della Certosa di Casotto, 1957).

Manola Plafoni - Certosa di Pesio Chiostro sup. _per Ch. Antica 2017 (1)
Chiostro superiore della Certosa di Pesio (particolare)

La conduzione economica dei nuovi ordini religiosi è, inoltre, legata ad un aspetto sostanzialmente nuovo, rispetto alla gestione dei monasteri benedettini. L’introduzione di “aziende agricole” denominate grange è un elemento di forza per l’economia delle case. Permettono di essere autosufficienti attraverso lo sfruttamento agricolo-pastorale delle terre. Soprattutto perchè i vari complessi fondiari sono gestiti direttamente, attraverso la manodopera certosina. Sono infatti le sedici unità di conversi, coordinati da un procuratore – o grangerius -, ad occuparsi delle grange.

P1080210
Crocefisso nella chiesa inferiore della Certosa di Pesio

I monasteri divengono, a mano a mano, pienamente autosufficienti e in grado di espandersi patrimonialmente. I monaci si premurano di liberare le proprie terre da carichi signorili e di espandersi anche in aree di pianura. Non certo solo per differenziare le coltivazioni, o creare buoni condizioni per l’allevamento bovino, ma anche per aumentare le proprie ricchezze come oculati latifondisti.

san michele valle pesio
Grange sopra la Certosa. Valle Pesio

Purtroppo nel caso della Certosa di Pesio, questa nuova forma di espansione – sebbene non per le due grange di pianura, vicino a Cuneo, ma all’interno della vallata stessa – provoca non pochi problemi. Le “grangias sive domunculas” di S. Michele e Rumiano danno origine a contese e discussioni. Si sentono depauperati nell’incolto produttivo sia gli abitanti locali del villaggio “della Chiusa”, quanto i contadini dei due villaggi del versante opposto di Tenda e Briga. Come cita l’autore di una Chronica del 1435, il Priore certosino Stefano di Crivolo (Caranti, La Certosa di Pesio). Incendi, invasioni e scorrerie di vario genere provocano, a più riprese, la parziale distruzione del monastero. Così i monaci, circa a metà del XIV secolo, sono costretti ad abbandonare la loro Certosa, lasciandola per quasi cinque decenni deserta.

Manola Plafoni

Articolo comparso sul N. 32 (dicembre 2017) del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica”.

Un affettuoso ringraziamento a Vanessa Gatti per i preziosi suggerimenti.