Dalle lettere del frate Cumino pagine di Storia locale (I)

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Uno spiraglio di Storia locale degli ultimi dodici anni del XVIII sec. e i primissimi del IXX si estrinseca da un carteggio. Una raccolta di lettere (ritrovata negli archivi dell’Accademia delle Scienze di Torino dal Prof. Cristoforo Masino) che il frate della Certosa di Pesio Cumino scrisse al medico e botanico torinese Bellardi.
Dai 93 fogli rinvenuti, dove vi sono trattazioni soprattutto botaniche e micologiche, ho potuto estrapolare piccole, rilevanti e talvolta sorprendenti, informazioni su quel periodo (che qui di seguito indico tra virgolette).

Così sappiamo con certezza che, negli stessi anni caratterizzati dal sapere scientifico e razionale dell’illuminismo (fine ‘700), “il Monistero” certosino è attivo a tutti gli effetti. Pieno di persone, frati, novizi ma anche “servi”. E “la spezieria … per la moltiplicità degli infermi che vi è … in questa Valle, e Certosa” è sovente presa d’assalto da “questi abitatori Valpesiani” che non possono permettersi le cure del “medico Maurizio Antonio Bruno” della “Chiusa”. Le lettere testimoniano le attività “di questa clausura” che si potevano solo immaginare, come “le grandi occupazioni e fatiche intorno alla Porta, e nella scorsa settimana m’ hanno aggiunto la Cucina”, o ancora: “distillar l’ acqua” e “attorno a torcer il miele e la cera” o il lavoro “nel mio piccolo orto”, ed anche: “m’hanno fatto Pristinajo” (panettiere). Addirittura, con riferimento all’ospite Padre Vicario della Certosa d’Asti: che “non ha mai più atteso alla miniatura”.

Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l'inizio dell'800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_
Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l’inizio dell’800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_

Chi parla in prima persona è Giovanni Paolo Cumino, giovane farmacista nativo di Revello. La sua prima lettera di questa corrispondenza è datata 19 luglio 1788. Ha ventisei anni, da due ha conseguito il brevetto di speziale ed è (presumibilmente) entrato da poco alla Certosa di Santa Maria. Per comprendere meglio il quadro storico del periodo di cui tratto, è utile ricordare che di poco più giovane è Napoleone Bonaparte, nato nello stesso anno in cui sale al soglio pontificio papa Clemente XIV (1769).
“Spero che mi metteranno nel Noviziato per poi far la professione nel 1790 in giugno” scrive il 21 agosto 1788 il Cumino, che intanto si è scelto il nome da religioso di Fra Ugo Maria. Lo ribadisce in data 27 novembre del medesimo anno ma poi purtroppo scrive anche: “Quest’ impegno mi fa tardare il Noviziato sin’ al futuro autunno, o nell’ inverno, ma non mi fa pena affatto, perchè ho piacere di proseguir ancor quest’ anno i giri botanici, acciò essendo vieppiù internato nel principiato Studio mi sia poi più facile la ritentiva”.

"Spezierie" In realtà questa foto (M. Plafoni) è d'esempio, perché scattata sull'isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa
“Spezieria”
In realtà questa foto (M. Plafoni) è d’esempio, perché scattata sull’isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa

Il linguaggio dell’epoca pare oggi singolare e a tratti poco comprensibile. Ma dagli scritti del nostro speziale, la cui calligrafia è curata e leggibile, emerge come egli si inoltri con passione “in questo piacevole Studio Botanico”. E talvolta, essendo vincolato agli impegnato religiosi “non potendo andar io per le montagne lascio a molti pastori di portarmi l’erbe che le vengono alle mani ma essendo questi assai dati all’ozio, ben di rado ne posso ottenere da loro”. Ricavo quindi informazioni strettamente legate alla Valle Pesio, come il numero approssimato di “3000 anime” e “il numero immenso delle pecore e capre … che eccedono i 4milla”. Una triste informazione riguardante la maggior parte degli abitanti è poi nel passaggio di una lettera al Bellardi: “non potrebbe trattener le lacrime nel veder tante miserie, e l’ assicuro che se non fosse del Soccorso della Certosa il più perirebbe, li necessita di tutto”.
Sul finire del Settecento, negli anni delle più belle composizioni di Mozart, nella nostra valle la corrispondenza (“il porto da Pesio a Cuneo”) è efficiente ed affidata a “il nostro Cavallante, che carica tutto, e conduce sino a Cuneo”; tale signor “ Ferrero” che “riceve dalla Certosa e per la Certosa … pesa tutto, ed è pagato dal Monastero al fine dell’anno”. Ma sorprende poi leggere che: “avrei spedita l’ altra cassietta che teneva in pronto se il nostro cavallante non si fosse infermato, e reso defunto”.

Un'immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud
Un’immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud

Ciò che purtroppo caratterizza quegli anni sono però le malattie. Scrive Cumino il 18 Dicembre 1788: “il Ciel preservi pur dalla corrente epidemia”. Questa è “La Brienne … che è assolutamente tosse e raffreddori di capo e di petto, come presentemente ne siamo assaliti noi, avendo principiato io, ed in seguito gli altri Religiosi, di cui ne conto otto oltre i servi, che sono dieci, e si può dir che tutte le ore ne viene assalito qualche duno”.
Il contagio è diffuso. “Nella Valle poi, in tutte le case vi è tal malattia. Alla Chiusa è poi differente, ed è interpretato mal di Costa falso, e con questo male se ne vanno alcuni nei Campi Elisj.” Così anche nella stagione estiva (26 luglio 1791) “la quantità degli ammalati, sebben pochi religiosi”. E ancora pagine grigie tra il febbraio e l’aprile del 1796 su “la moltiplicità grande degli ammalati che vi sono nella Valle”.
La malattia è così descritta: “In primo si sentono uno spossamento di forze alle gambe, braccj, colle vertebre a cui succede un forte dolor di testa, con qualche poco di gravame allo stomaco, il polso frequente, la bocca amara, (un calore intenso che desiderano sempre bever freddo, questo sintomo accade più alle Donne, che agli Uomini), e dopo il quarto, o sesto giorno compare un’esantema sull’ Epidermide che è di carattere petecchiale, e questa eruzione, o macchie, sono a chi rosse, e a chi livide, e quest’ ultimo spesso li conduce alla fossa”. E ancora: “in varj de’ Malati ho osservato … che i vermi espelliti e per vomito e per secesso furono di color sanguigno di modo che parevano formati dal med.mo Sangue”.

Boschi attorno alla Certosa di Pesio
Boschi attorno alla Certosa di Pesio

Ma, tralasciando i rimedi che vengono adoperati per questa presumibile forma di Peste, o Tifo petecchiale (cit. V. Somà 2012), strettamente legata alla cattiva alimentazione della gente povera è la causa di tale malattia: “non essendo venute in perfetta maturazione le Castagne, l’ hanno dovute raccoglier semi mature, quindi essendone restate una porzione sotto la neve intempestiva che giù cadde, e poi liquefattasi, hanno di nuovo raccolte queste castagne che furono gelate, delle quali nutrendosi per non aver altro, gli generano tanti vermi, e non sostentano affatto la macchina, motivo per cui la ragiono io che sopravviene tal malattia acuta”. Tra le numerose pagine dello speziale che parlan dello stato di salute delle persone, ve ne sono poi alcune con riferimento anche agli animali: “Temiamo anche qui l’Epidemia corrente delle Bovine, che in qualche parte vicina al Mondovì ha già fatto qualche strage in varie stalle”.

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Il chiostro superiore (sullo sfondo il porticato del lato Sud)

 

Scorrendo i numerosi fogli, alcuni poi portan indicato solo il numero 4. L’anno però è il 1796, quello de I Capricci dipinti da Goya e, ironia della sorte, nello stesso anno i capricci li fa anche il tempo, tant’è che il Cumino scrive: “Noi qui godiamo un felicissimo inverno senza neve”. Ma questa è indubbiamente l’informazioni meteorologica del tempo più rilevante, fra le varie che si ricavano.
Per concludere questa prima parte di Storia locale della fine del Settecento, elenco quindi alcuni dei “nomi vernacoli” che il nostro Cumino riesce a “ricavare da questi abitatori Valpesiani riguardo alle piante”, come: “Erba Mulina”, “Erba Plòsa”, “Erba Marsolina” e “Linsantòn Servai” di cui “le capre ne sono avidissime”. Vi sono poi le “Pèr Marin” (le pere), le “Lavasse Plòse” e la “Tartarèa” di cui scrive: “Erba perniciosissima ne’ prati”. O anche la “Smorbia” di cui “applicano le foglie sulle piaghe massime delle gambe, qualche volta con giovamento”. E il “Bergognon” che “entra nella minestra d’erbette in porzione”. Nomi molto simili o addirittura uguali a quelli che adoperiamo ancora oggi in dialetto. “Sciappateste”, “Lambron”, “Fior d’ l’ annonsià” ed anche “Pissa Sangh” così chiamati “perchè quando le vacche ne mangiano le fa orinar sangue, e per esser certo della verità m’informerò meglio”. E poi le nostre apprezzate “Orle”, che più di duecento anni or sono venivan già denominate così e di cui sappiamo che “di queste ne mangiano assai in minestra”.

Un affettuoso ringraziamento a Vittorio Somà per la disponibilità e passione.

Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio
Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio

Quest’articolo è comparso sul N.25 -Giugno 2014 del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Cuneo)

Scritto da Manola Plafoni

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Dalle lettere del frate Cumino pagine di Storia locale (II)

Sul finire del Settecento il frate certosino Ugo Maria Cumino intrattiene con il medico torinese Bellardi una fitta corrispondenza, lunga circa dodici anni.

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“Qui siamo ancor trincerati da un’immensa quantità di neve”, scrive il Cumino il 9 marzo 1795 dalla Certosa di Pesio. La lettera che riporta quest’informazione comprende anche un pacchetto con alcune piante, destinate al suo corrispondente torinese. Dalle lettere successive emergerà invece il suo nascente interesse per i funghi. Ed è proprio a Ugo Maria Cumino che si deve il primo studio micologico sulla nostra valle: il Fungorum Vallis Pisiis Specimen, un campionario dei funghi della Valle Pesio che vede la luce nel 1805, nel Volume VIII delle Memorie dell’Accademia delle Scienze di Torino. È la prima flora micologica mai pubblicata in Piemonte e tra le prime in Italia, ma il lavoro scientifico dello speziale ci è noto anche dalle cronache della Certosa del Caranti (Storia della Certosa di Pesio). Il Cumino cita, per esempio, il Boletus scaber, conosciuto in volgare come: Cravette rosse e in Val Pesio come: Gambette. Queste, dice, crescono abbondanti “in sylvis subalpinis prope Roccaforte et La Chiusa, atque etiam in Valle Pisii”. Del Boletus scobinaceus: “Questo fungo apparisce in autunno lungo le strade, tra gli ericeti, sotto i castagni, ed è abbastanza frequente. Gli abitanti della Val Pesio lo chiamano Gasparin ed è mangereccio … viene raccolto e conservato sotto sale come per i porcini”.

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Boschi di faggi sul versante ovest della valle, a sinistra del torrente Pesio. L’edificio in basso è l’ex mulino certosino. [Foto realizzata dalla chiesa superiore]

Se si pensa al periodo cui fanno riferimento queste informazioni, è curioso sapere che all’incirca negli stessi anni – il 24 maggio 1786 – Balmat e Paccard compiono la prima scalata del Monte Bianco. E il nostro frate, appassionato di botanica, non è molto da meno nel percorrere in lungo e in largo le montagne circostanti. Il 4 agosto 1789, in una lettera che firma: “Frà Paolo Cumino Converso” dice: “sono andato a trovare il Sig. Viale a Limone”. Certamente attraversando le montagne che dividono la Valle Pesio dalla Val Vermenagna; e con buone probabilità rientrando in giornata al “monistero” della Certosa.

Nel suo ricco carteggio parla più volte delle località in cui si reca; luoghi che talvolta hanno il medesimo nome di quelli che oggi noi conosciamo. “La ventura settimana ho pensato dimandar licenza al Padre Priore per partir da buon’ora, ed andar ai Laghi detti dei Bicay, confini della Briga colle nostre montagne” (12 agosto 1788). In un’altra sua lettera (17 novembre 1789) scopriamo, a proposito della Campanula Rhomboid affinis, che “si trova frequentissima nei luoghi detti i grop di Serpentera … e lungo l’Armellina di Limone, da per tutto nelle fessure de’ sassi”. La Centaurea Succisoefolia poi “nasce ne’ luoghi esposti a levante e mezzogiorno della Pavarina attigua ai Grop della Mirauda”. Il 15 agosto del 1791 racconta: “In tutto il mese di luglio non ho potuto assentarmi dalla Certosa stanti le quotidiane piogge e tempeste che devastano tutte le campagne di questi contorni, ma poi il primo del corrente fece una buona giornata che il Padre Priore graziosamente me la fece profittare intera, onde percorsi la montagna de La Carsena e quella di Malaberga”. Tra le altre località: “martedì ho fatta una scorsa sino vicino a Carlin dove si chiama Le Celle de’ Briaschi” (18 agosto 1791) e in numerosi scritti è citato: “Tetti Pesio” (grangia certosina dove più volte si reca) e poi “Boves” e “Beynette”.

A proposito invece di “Costa Rossa, alpe attigua alla Pessimalta” (che noi oggi chiamiamo Bisalta) in un documento senza data, ma molto verosimilmente databile 1796, Cumino ci dice che vi “abbonda più di tutte le altre località alpine della Valle Pesio, di Achillea herbarota” e di questa pianta fa un resoconto molto dettagliato dell’impiego farmaceutico: “ho raccolta una grande quantità … che in parte ho distillato con sufficiente quantità d’ acqua pura, previa macerazione, su bagno maria; in parte ho pestato in mortaio per preparare una infusione di olio; e in parte ho ancora pestato per estrarne il succo; e poiché questa pianta è di per sé poco succosa, l’ho mescolata con una terza parte di acqua pura, e l’ ho fatta macerare per diverse ore su bagno maria, perché la stessa acqua estraesse il particolare olio dalla pianta pestata. L’acqua ottenuta per distillazione di queste piante, ha un sapore aromatico, piccante amaro; la ho addolcita con piccole quantità di succo edulcorante e l’ho provata come rimedio specifico; e non mi è andata delusa la mia speranza di buon successo. La giudico anche efficace per uso interno, per le ulcere, e l’ho sperimentata in questi casi. Per uso esterno l’ho applicata come astringente a una ferita della mano sinistra, che arrivava fino al periostio. Non cessava la fuori uscita di pus anche coll’impiego di olio di Achillea e di balsamo del Perù, e nemmeno cessava dopo applicata una fasciatura al dito con un lino bagnato di acqua distillata. Ripetei questa operazione due volte al giorno, fino a che la ferita fu perfettamente risanata nello spazio di sei giorni”.

Dal carteggio appassionato emergono poi i nomi di altre Certose attive sul finire del XVIII secolo. “Il Padre Priore di Casotto è asceso al grado di visitatore, ed essendo codesto per visitare questa Certosa fra breve, dice di non esser prudenza di lasciarmi andar in giro, tanto più che sono vicino al mio noviziato” (29 giugno 1789). “Dovendo il Padre Priore portarsi in Torino nella ventura settimana col Padre Visitatore per visitar la Certosa di Collegno” (5 novembre 1789). Ma anche la Certosa d’Asti e la Gran Certosa (la Certosa Madre di Grenoble).

Il giovane speziale, talvolta amareggiato nei confronti degli altri monaci, ci lascia anche degli scritti sorprendenti, che fan luce sulla sua vicenda umana alla Certosa di Pesio. Scrive nel dicembre del 1790: “Le replicate istanze del Padre Priore, e di varj altri Monaci (ancorché alcuni miei emuli per il fatto successomi) persuadendomi di ritornare dalla mia risoluzione di Secolarizzarmi, colle più vive espressioni fattemi non senza lagrime, mi hanno nuovamente indotto a Seguitare nella Religione, in cui credo, che il Sig.r Iddio alla fine m’avrà destinato, tutto ché umanamente riflettendo, in niun conto non avrei più dovuto lasciarmi lusingare, ma avendo riguardo alli spirituali riflessi, credo essere la via più sicura per incamminarmi alla Patria Eterna”. E, ringraziando il medico Bellardi per l’appoggio morale, conclude: “tuttavolta, che mi succedesse di dover abbandonare i Certosini, mi offerisco sempre a di lei cenni, e non mancherei di profittarmi delle graziosissime di lei gentilezze espresse nell’ultima sua. Non so quando mi restituirò in Certosa, in cui pervenendo credo, che mi faranno fare tutt’altro che lo Speziale, ma comunque capiti non mi maraviglio, perché ho già conosciuto abbastanza che i frati sono teste B.F., e che non amano né Scienze, né Arti, ma bensì l’Emulazioni, adulazioni … Pazienza, che farci, dapertutto vi sono guaj.”

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Ma in fondo Ugo Maria Cumino è molto legato alla bella Valle Pesio e, in una sua del 5 novembre 1789 scrive al suo corrispondente: “il Signor Malacarne fa una corografia del territorio d’Acqui, come se questa città fosse lontana 12 mila miglia dal Piemonte; si vede che questo associato ha un gran prurito di scrivere. Se si facesse anche quella della Valle di Pesio sarebbe anche più voluminosa, e più curiosa di quella d’Acqui, dove poco per volta si trova poi essere il luogo dove l’Onnipotente creò l’Uomo, quindi lo scacciò per la disobbedienza.”

 

Manola Plafoni

[Articolo sul N. 26 – dicembre 2014 / “Chiusa Antica” – Rivista di informazione storico-culturale]