La ragazza in cima alla scala

Una ragazza con i pantaloncini corti in cima alla scala. Mi pare di ricordare che avesse in mano una scopa e forse una spugna o uno strofinaccio, ma non ci giurerei. 

Il Maestro, dopo un breve saluto, mi invitò a salire al piano di sopra per darmi una rinfrescata e là, c’erano due porte: una era quella del bagno.

Sul piccolo pianerottolo ci presentò. Ma – per via del caldo, dell’ansia per il lavoro che dovevamo fare, e di una noiosa telefonata con mia moglie che ancora risuonava in testa – salutai la ragazza senza far troppo caso a chi fosse e cosa c’entrasse lì.

Entrato nel bagno ripresi fiato. Mi appoggiai al lavandino e cercai di raccogliere le idee. Mi ero fatto oltre due ore di macchina per raggiungere il collega musicista, il grande Maestro. La sua fama lo precedeva ed essere nella sua casa, nel suo “rifugio”, mi lusingava.

Quando ridiscesi le scale lui mi invitò a sederci in giardino per iniziare a lavorare. La ragazza non c’era più. Lui la richiamò chiedendogli di portarci qualcosa da bere.

Fu quando la vidi con un vassoio in mano, che mi tornò in mente che forse era lì per un’intervista.

Avevo capito male? Eppure lui si rivolgeva a lei con disinvoltura, la trattava con un tono confidenziale, ma – come me – non era ospite?

Lei gentile, sorridente, un po’ intimorita vicino al Maestro, direi. In fondo lui aveva oltre sessant’anni e un piglio che avrebbe intimidito chiunque non lo conoscesse bene. La ragazza mi sembrava sulla ventina, o comunque con non più di trent’anni. Dieci o quindici meno di me, sicuramente. Né bella, né brutta. Non avrei saputo dire. Indossava pantaloncini e maglietta. Notai i capelli biondi raccolti per via del caldo e notai anche che si rivolgeva a lui dandogli del “Tu”. Lasciò il vassoio sul tavolo e se ne andò nuovamente.

Nelle due ore successive io e il Maestro lavorammo al nuovo progetto, decidendo gli ultimi dettagli per il tour, prima delle prove generali. Insistette molto sulla scaletta dei brani e mi suggerì persino come comportarmi con gli altri ragazzi dello staff, per non sembrare “troppo sulle mie”.

Fortunatamente eravamo all’ombra, poggiati su un grande tavolo di legno con delle venature che ricordavano una carta topografica. Circondati da gonfi cespugli di ortensie.

A lavoro terminato, quasi di scatto, il Maestro si alzò. Si sporse oltre i fiori e chiamò ad alta voce la ragazza. Ma lei doveva essersi addormentata in fondo al giardino, perché la richiamò più volte. Arrivò verso di noi con quell’aria un po’ confusa di chi è stato interrotto sul più bello di un sogno, e non distingue la realtà da ciò che ha immaginato. Disse solo “sì”. Ma non capii. Io non avevo sentito nessuna domanda, né affermazione.

Si avviò verso la cucina. Per alcuni minuti noi uomini continuammo a parlare di lavoro. Quella ragazza m’incuriosiva. Riapparve – un po’ più sveglia questa volta – e ci disse che avrebbe preparato al piano di sopra, sul terrazzo, perché da là il panorama era bello e meritava.

Fu allora che il Maestro esclamò: “Sì, mangiare qualcosa mi pare un’ottima idea!”.

Mi domandai, però, quando e se, i due si fossero accordati per uno spuntino.

Passarono un paio di altri minuti e la sentii salire e scendere più volte le scale, indaffarata.

Quando non ci fu più nessun rumore, con voce timida la ragazza ci invitò a salire di sopra.

Un’unica lunga rampa. Il Maestro davanti. Io lo seguivo.

La ragazza, dietro di me, aveva in una mano un cestino di pane e nell’altra tre bicchieri a calice. Tra il braccio e il petto, poi, stringeva una bottiglia di vino che cercava di non far scivolare.

Salimmo in silenzio.

Furono secondi imbarazzanti.

Poi, arrivati davanti alle due porte, per accedere al terrazzo oltrepassammo quella di sinistra. Quella della camera da letto. Ma non ricordo molto della stanza, perché per educazione guardai dritto a me e uscii subito sul terrazzo.

Senz’altro il letto matrimoniale era bianco e intonso. La stanza luminosa e ordinata. Però confesso che provai un certo disagio nel passare di lì. In quello spazio intimo.

La ragazza aveva apparecchiato un grazioso tavolo rotondo, imbandito con mozzarella, pomodori e frutta. Ci servì il vino bianco fresco, appena tolto dal frigo. E ci servì con dedizione quello che aveva preparato nei vassoi.

Ci ritrovammo così in una di quelle situazioni imbarazzanti, che galleggiano tra convenzione e apparente disinvoltura. Ma la più imbarazzata era senz’altro lei.

Inevitabilmente cercai di rompere il ghiaccio.

– Dunque sei qui per intervistare il Maestro.

– Sì.

Non aggiunse altro. Io m’aspettavo iniziasse finalmente a parlare di qualcosa. Non certo perché fossi curioso, ma per darle modo di chiacchierare con noi.

Ma fu il Maestro, dopo un breve silenzio, a riempire quel vuoto. Prese a raccontare dei suoi esordi in campo musicale, della sua carriera, e degli altri importanti musicisti che aveva conosciuto. La ragazza lo guardava in silenzio. Ammirata. Non capivo però se le parole del Maestro per lei fossero aneddoti nuovi, da aggiungere all’intervista, o se conoscesse già quei particolari che ora lui raccontava a me.

A dire il vero, la ragazza non era affatto brutta. Più passava il tempo, più mi sembrava interessante. Un po’ scapigliata e accaldata, in quella giornata di sole così forte, ma sembrava, piuttosto, che si trovasse nel posto sbagliato.

Mi chiedevo cosa c’entrasse lì. Non distoglieva lo sguardo dal Maestro. A quel punto sospettai fosse la sua amante.

Ma era poco probabile. Troppi anni di differenza. Anche se ore prima, mentre ero in bagno, li avevo sentiti parlare tra loro a bassa voce. Come due complici.

Me li immaginai distesi sul letto bianco. Ma poi allontanai in fretta quell’immagine dalla mia mente.

Forse era una sorta di cameriera. Allora perché presentarla come una giornalista? Il fatto che poi lei sparecchiasse con cura il tavolo, e senza batter ciglio s’adoperasse per riordinare ogni cosa, mi spiazzava ancor di più. Il Maestro non poteva che aver raccontato una balla. O no?

Rimuginai sul comportamento dei due, ma – in fondo – la mia ammirazione e la stima verso il grande musicista mi facevano sentire in colpa, nel dubitare di lui.

Mi convinsi che il Maestro era solo molto esigente e magari un po’ maschilista. E lei, per compiacerlo, obbediva alle sue richieste. Magari ne avrebbe ricavato poi un’intervista esclusiva.

Mi offrii di aiutarla. Io ero pur sempre un ospite quanto lei.

Portai di sotto alcuni piatti. Ma quando risalii le scale, sulla soglia della camera da letto, vidi che sul terrazzo i due si allontanavano di scatto come colti in flagrante. Lei era visibilmente a disagio. S’era accorta che dovevo aver visto quel loro intimo sfiorarsi le mani. Perciò feci finta di nulla e nei minuti successivi – anzi – cercai di simulare un’aria svampita. Sperando non si sentisse in imbarazzo.

Il Maestro proseguì parlando dei nostri prossimi incontri di lavoro. Lei non la vidi più. Forse era andata in cucina o era uscita in giardino. Per qualche minuto ancora, lui disse frasi approssimative e aggiunse saluti di cortesia da portare a mia moglie.

Finalmente scendemmo al piano terra. La chiamò un’altra volta, ad alta voce. Per salutarci.

Lui aveva le mani in tasca – ricordo – e un’aria per niente scomposta. La ragazza si avvicinò e mi baciò con cordialità, appoggiando le sue guance alle mie con piccoli scatti, ed esibendo un sorriso sgargiante. Forse ora poteva tirare un sospiro di sollievo.

M’accompagnarono alla macchina e ci salutammo nuovamente. Il Maestro, a quel punto, si ricordò d’avere un piccolo regalo da darmi. Si voltò per andarlo a prendere e, nel togliere le mani di tasca, gli cadde un biglietto piegato in quattro. Ma non se ne accorse.

Lei si precipitò verso la cucina sapendo già cosa andare a prendere. Con finta ingenuità lui le disse: “ah, lo prendi tu?” E fece qualche passo verso l’interno, senza però rientrare davvero.

Ne approfittai. Raccolsi il biglietto. Stavo per porgerlo al Maestro, ma quando lui si voltò nuovamente verso di me, lo nascosi nella mano e rapidamente me lo misi in tasca.

Non so perché lo feci. Fu un attimo.
Neanche un chilometro più in là, accostai la macchina nel primo spiazzo che vidi.

Sul sedile di fianco avevo un sacchetto colmo di ciliegie. Un omaggio del Maestro. In tasca quel biglietto che – ero sicuro – nascondeva qualche segreto. Immaginai gliel’avesse dato la ragazza quando ero sceso di sotto, per portare i piatti in cucina. Mentre le loro mani si erano sfiorate e si erano baciati appassionatamente.

Speravo di leggere chissà quale frase d’amore. Immaginavo che i due si fossero scambiati quel foglietto per dirsi qualcosa che io non dovevo sapere. O, anzi, c’era scritta qualche riga piccante. Di sicuro qualcosa di proibito.

Ma quando tolsi il biglietto dalla tasca, e vidi scritto un nome che non era quello del Maestro, mi sentii un perfetto idiota e un ladruncolo.

“A Giuseppe”. Era il nome del figlio più piccolo. Quello che – come sapevo – viveva a Milano.

Ora era tutto chiaro. La ragazza doveva essere la fidanzata del figlio. E, certo, conosceva il Maestro da molto tempo. Sicuramente frequentava già quella casa, per via del figlio. E tutta quella confidenza era dunque scontata.

Il bigliettino conteneva poche righe. Lei pregava il ragazzo di non crucciarsi, di non prendersela per un concorso perso. Quel messaggio l’avrebbe consegnato il padre, che forse avrebbe aggiunto una buona parola. Certo.

Mi vergognai da morire nel leggere le parole di quella giovane donna, che si preoccupava per il proprio fidanzato.

Ero stato davvero stupido. Pensai come recuperare. Come restituire quel biglietto evitando una figura meschina. E rimuginai a lungo.

Poi tornai indietro.

Dal cancello – non molto distante dall’ingresso della casa – gettai nel cortile, con il lancio più lungo che potessi fare, quel bigliettino ripiegato.

Chissà se il Maestro si sarebbe accorto di averlo perso? Forse lo avrebbe cercato. Forse l’avrebbero ritrovato. Forse, in qualche modo, le parole della ragazza sarebbero comunque giunte e, magari, più forti di prima. Lo sperai davvero.

Alzai leggermente lo sguardo. Li vidi sul terrazzo. Stretti in un abbraccio. Credo si stessero baciando.

Forse non avevo davvero capito nulla.
Manola Plafoni

(Sopra) Illustrazione originale di Elisabete Ferreira

 

[Questo racconto è  stato pubblicato (seppur con un editing un po’ diverso) sul N.3 della rivista letteraria torinese “Carie“]

http://www.carieletterarie.com

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Rita e il cervello


[Due o tre cose che mi “tornano in mente”,
oggi,
che te ne sei andata.
E mi dispiace da morire.]

Il Cervello.

La sua funzione centrale,
primordiale,
è la ricerca della conoscenza.
Ma quel che so a proposito è molto semplice. Elementare.
Il cervello umano
è “congeniato”
per formare concetti.
La capacità apparentemente naturale e spontanea di quest’organo,
di dar forma,
di creare
dei concetti, consente al cervello stesso
non solo
di ricavare conoscenza
ma anche di generalizzarne.
La formazione dei concetti avviene sin dalla nascita ed è continua.
Praticamente diamo origine a delle idee e a dei giudizi per ogni cosa in cui c’imbattiamo. Di qualsiasi natura. Dalle esperienze percettive più semplici e apparentemente prive di valore, come vedere una palla, così come dalle esperienze che ricaviamo dalle entità astratte. Come l’Amore, per esempio.
Dunque… ognuno di noi beneficia della splendida facoltà della mente
di ottenere Consapevolezza
e, allo stesso tempo, ubiquitariamente – ovunque – e di continuo
di generalizzare le nostre conoscenze.
Ma attenzione a quest’ultima parola:
Generalizzare.
“Rendere comune”. Quindi di tutti.
Diffondere.
Dunque il cervello estende ciò che apprende.
L’ingegneria neurale,
questa nostra macchina neurologica,
nella sua immensa complessità,
viaggia su strade smisuratamente differenti da persona a persona.

Senza escludere un eventuale prezzo da pagare.

Scritto il 30.dicembre.MMXII
Scritto il 30.dicembre.MMXII

Manola Plafoni

Anna Karènina

Il film è uscito nelle sale giovedì 21 febbraio 2013.
Il film è uscito nelle sale giovedì 21 febbraio 2013.

Non è solo un’ottima pellicola o un romanzo importante, Anna Karènina è un doppio tema che sembra non passare mai di moda.
È il contesto di perbenismo il pesante protagonista. Regole non scritte ma imprescindibili e severissime, di una collettività. Dicerie. Pettegolezzi.
Questo clima malato non cambia, anche a distanza di oltre un secolo e molte centinaia di chilometri dall’ambientazione del capolavoro di Tolstoj. Le malignità umane sono talmente facili e radicate nella società, che farne oggetto di discussione sarebbe una partita inutile. L’esempio di Anna ci mette in condizione di poter – sì – guardare dall’alto i comportamenti inquisitori “della gente”, ma ci lascia comunque impotenti nel cercar di combattere il diffuso moralismo.
Il quadro diffamante avvolge la passione. L’amore. L’energia vitale irrazionale per sua natura e al contempo così forte da esser potenzialmente sublime.
Ma non potrà mai esserci pace. Né una logica o una ragionevole via da seguire.
La cinematografia è formidabile in questo. È un’arte con un linguaggio immediato, quasi istintivo. E abbandonandoci all’intreccio della trama narrata, come non cogliere che nessuno è nel giusto in assoluto! Sbagliano forse i protagonisti a lasciarsi andare ai loro istinti? Ha qualche oggettiva colpa Aleksèj Aleksàndrovič? O la povera Dolly, annientata dal suo dolore.
Parliamone. Parliamone pure. Ma Anna aveva davvero qualche altra alternativa?

Manola Plafoni