La chiusura della Certosa

Curiosità e notizie storiche sull’ultimo periodo d’attività del monastero certosino di Pesio.

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La conquista francese del Regno di Sardegna determina l’imposizione dei princìpi rivoluzionari; princìpi in aperta ostilità con gli ordini religiosi, considerati come elementi parassitari per la società civile. Agli inizi del IXX secolo il Piemonte diviene una provincia francese: la 27a Divisione. Monasteri, Certose e Istituti religiosi di ogni genere sono soppressi per mano del Governo transalpino, le cui campagne militari richiedono finanziamenti sempre maggiori. I beni della Chiesa rappresentano un ricco patrimonio da usurpare, e tra questi non fanno eccezione quelli della Certosa di Santa Maria. L’epilogo della Storia della domus superior di Pesio si annovera nei documenti dell’Archivio di Stato di Cuneo: Dipartimento dello Stura (La Provincia di Cuneo è così chiamata sotto il dominio francese), tra i verbali dei sopralluoghi delle diverse località della Granda, nei “Régistre des pensionnaires réligieux supprimés dans le par arrété du 28 thermidor an 10, pour la troisième trimèstre de l’an 12”.
Lo speziale Cumino – nominato Socio Corrispondente dell’Accademia di Agricoltura di Torino il 4 luglio 1802 – è citato fra i componenti della comunità dei certosini: “Data di nascita: 11 giugno 1762, Revello. Dipartimento dello Stura – Certosa di Pesio – Pensione annuale £. 500”. Ma già dal suo carteggio con il Bellardi emergono alcune informazioni riguardanti l’esercito napoleonico sul finire del XVIII secolo. Il 9 marzo 1795, presagendo quel che sta realmente per accadere, scrive: “Quì siamo ancor trincerati da un’immensa quantità di neve, onde non così presto dobbiamo temer delle incursioni nemiche, ma a buon conto mi penso che bisognerà aver pazienza, e di nuovo esercitarsi a parlar en Cytoyens françois; Come l’accadrà, e l’andrà, lo sa quel Dio che ci ajuterà, ed avrà di noi pietà, ma io temo che avremo il medesimo sito dell’Ollanda; vedremo”. E ancora, sempre dal monastero della Certosa, in data 18 aprile 1796, Fra Ugo Maria Cumino informa l’amico medico: “P.S.: I Francesi hanno presi i Campi di Ceva, vanno e vengono in detta Città, ma il forte non è ancor suo; occupano Pamparato, Mombasilio, ecc.”.
Nel 1798 il Padre Priore della Certosa: Pietro Giacomo Carroccio, stila un elenco dettagliato dei beni dei certosini [Archivio di Stato di Torino]. Il 23 luglio 1801 il Maire di Chiusa Pesio, su ordine delle Prefettura, compila un primo elenco di Religiosi presenti nella Certosa, cui seguono altri elenchi di ecclesiali e censimenti dei possedimenti del monastero. Tra i beni appartenenti ai certosini sono elencate varie cascine sparse sul territorio cuneese, i redditi di ogni proprietà, il denaro trovato nella contabilità del Convento e una valutazione del valore dei prodotti della terra, suddivisi in diverse tipologie: segale, orzo, grano, castagne, capi di bestiame, ecc.
Secondo il calendario rivoluzionario francese, il 28 termidoro dell’anno 10 corrisponde al 16 agosto 1802. In questa data è decretata la soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose. In attuazione del Decreto napoleonico, a partire dal 31 agosto 1802, si avvia la procedura di fattiva abolizione degli istituti religiosi. In un primo momento il Governo francese si mostra abbastanza benevolo nei confronti dei padri certosini, che durante le operazioni militari in Valle Pesio offrono aiuto alla popolazione [Moccagatta, 1992 – pp.127/133]. Ma la forza con la quale avviene l’esproprio nella Certosa è evidenziata dalla relazione dello stesso Commissario del Governo, che appone i sigilli (già il 27 giugno 1802) non soltanto alla Biblioteca e alle librerie esistenti nella Prioreria, e dichiara:“…passo di camera in camera di caduno dei religiosi sigillandone i libri ritrovati esistenti presso caduno de presenti religiosi”. Tra di essi, nel verbale del 3 settembre 1802, è citato il micologo piemontese: “…passati quindi tutti nella Spezieria tenuta ed amministrata dal cittadino Paulo Cumino, si è il medesimo interpellato a dichiarare se ritenga libri… quali libri e memorie sono stati da me commissario infrascritto, legati con una funicella in forma di croce e sigillati sul nodo di detta funicella”.
L’inizio dell’abbandono forzato della Certosa di Pesio risale, dunque, ai primi del mese di settembre, con la confisca di tutto il materiale presente, che comprende, tra l’altro, moltissimi documenti, libri, ma anche ricette. Tutto il materiale viene trasportato a Cuneo dai carrettieri, in numerosi viaggi, andando a formare con oltre 700 volumi, parte della prima Biblioteca pubblica di Cuneo, istituita il 10 ottobre 1802. Dieci giorni dopo vengono nominati i Guardiani delle case religiose soppresse e il 30 ottobre 1802 il monastero certosino di Pesio è definitivamente chiuso. Tuttavia i religiosi rimangono ancora alcune settimane nella Certosa, lasciando per sempre la struttura nel dicembre 1802.
Infine le ultime informazioni certe, di vita vissuta in prima persona, riguardanti il periodo conclusivo della Clausura, ci vengono da due lettere del quarantenne Cumino, indirizzate, questa volta, all’amico e collega uomo di scienza Balbis (Direttore dell’Orto Botanico del Valentino dal 1801 al 1814). La prima è scritta dalla grangia certosina di Tetti Pesio, vicino Cuneo (18 novembre 1802). Da questa si deduce che da ottobre il monastero è ufficialmente chiuso, ma che alcuni monaci vi risiedono ancora. “Già saprai le tragiche storie della nostra Certosa” e gli narra delle dolorose vicissitudini che riguardano i religiosi dell’alta valle Pesio. Ma in questa curiosa lettera emerge anche una minaccia allo stesso Cumino: “Se avessi potuto portarmi in Certosa avrei già adempiuto a quanto t’avevo promesso, ora per mia disgrazia non decido ancor d’andarvi per non mettermi in pericolo d’incontrarmi col Brigante Randolino, che si è dichiarato di venirmi ad ammazzare anche in letto; mi son peraltro già raggirano per farlo arrestare, ma tutte le spedizioni sono andate male”. Informa inoltre il Balbis che il Padre Priore e il Padre Vicario sono stati accompagnati a Cuneo dai gendarmi, e da lì sono stati portati con altri due confratelli a Torino, a dare giustificazioni delle offese pronunciate alla persona del Generale Jourdan, Consigliere di Stato e Amministratore Generale della 27a Divisione.
Sull’ultima lettera scritta della Certosa di Pesio vi è la data del 9 dicembre 1802. Il Cumino abbandona dunque in quel mese, molto presumibilmente, il monastero e la valle in cui per oltre quattordici anni ha erborizzato, condotto studi su piante e funghi, e svolta la professione di speziale, nonché di converso. “Nel rincrescermi di lasciar interrotti i miei lavori che facevo ora indefessamente” perde soprattutto le sue memorie, i suoi scritti e tutti i preziosi testi di botanica e micologia.
Notizie sullo stato laicale cui è costretto a seguito della chiusura della Certosa sono anche riportate da Emile Burnat (1828-1920) [Somà, 2003]. Il micologo revellese si trova quindi privo dei suoi libri e scrive una supplica al Generale Jourdan, per ottenere la restituzione dei suoi averi. Rivolgendosi all’amico d’infanzia Balbis, che in quel periodo trova credito presso il regime di Napoleone per la sua fede giacobina e per i suoi meriti scientifici, invia una lettera al Prefetto del Dipartimento dello Stura: il Cittadino De Gregory. La missiva è datata 2 vendemmiaio anno IX: “mi induco a pregarvi di voler cortesemente accordare al Cittadino Cumino ex certosino e farmacista presso la Certosa di Pesio, il recupero dei suoi libri di Botanica, ai quali sono stati apposti i sigilli, congiuntamente agli altri affetti appartenenti alla farmacia del Convento… si tratta di rendere servizio ad un Cittadino, verso il quale la 27a Divisione ha grandi obbligazioni, essendo il primo che si sia dato allo studio ed alla collezione dei funghi, come lo prova la memoria interessante e sapiente che ha presentato all’Accademia delle Scienze”. Non si conosce l’esito dell’intervento del Balbis, ma con certezza il Cumino è preso in considerazione dal Prefetto per un incarico di prestigio. Il 15 vendemmiale dell’anno XI (1803) viene fondata a Cuneo una società di Agricoltura divisa in tre sezioni: agricoltura, scienze, arti ed economia. Del secondo settore fa parte un Orto Botanico, del quale il Cumino è direttore e, sempre in quel periodo, esercita anche la professione di farmacista (il suo nome compare nell’elenco: Tableau des médicins, chirurgiens, pharmaciens, sages-femmes et herboristes, qu’ils ont déposés leurs brévets à la Maire de Conì d’après l’arrete de M. le Préfet du Département de la Stura en date 5 mai 1808), stilato in seguito a un decreto della prefettura che obbliga gli esercenti delle professioni mediche a depositare i loro brevetti di nomina:“Cumino Jean Paul, Domicile: Conì, pharmacien”.
Della sorte di altri monaci in seguito alla chiusura della Certosa, abbiamo notizie di coloro che si trasferiscono nel capoluogo chiusano. Il padre certosino D. Emanuele Ugo, ben voluto dagli abitanti del paese e di cui venne fatto un ritratto dall’Arnaldi di Caraglio nel 1821, “pose sua stanza in S. Anna dopo il 31 agosto del 1802… e vi stette sino all’anno 1822, che vi morì. Oltre il legato di lire 3 mila varii oggetti portò egli dal convento nel santuario per dirvi la messa; fra’ quali due messali stampati in Roma l’uno nell’anno 1613 e l’altro nel 1713, una bella e ricca pianeta, 6 candelieri, ed un ciborio in legno egregiamente scolpiti e indorati.” L’apprezzato sacerdote è inoltre“ricordato con amore e gratitudine dai nostri padri, che gli mandavano frequenti le loro figliuole dal paese a ricevervi gratuitamente quell’istruzione elementare, che loro non provvedeva ancora il Comune” [Libro del Botteri – pp. 214-215].
Coevo il rev. sacerdote Luigi Felice Maria Vergnasco, già monaco Certosino col nome di P. Ugo (fu Giuseppe), nativo di Torino, “nel suo testamento dell’8 febbraio 1822 lega a favore di S. Anna tremila lire nuove sopra il credito per esso testatore, tenuto verso il signor Lorenzo Garello coll’obbligo d’impiegarne i prodotti nel mantenimento di un cappellano, del decoro della chiesa e del fabbricato di essa” [Libro del Botteri – p. 221].
Vi sono inoltre tracce nell’Archivio dell’ospedale di Chiusa (Delibere 1812/1831) di altri due monaci provenienti dal monastero certosino, dopo la sua soppressione: Paolo Bersano “chiamato in religione col nome di Giovenale è spirato il 28.2.1816 con testamento del giorno precedente. Ha acquistato 1/5 della Certosa. L’eredità va alla Congr., ma con varie clausole e conti in sospeso. Un legato va a don Bart. Bottero monaco col nome di Ugo” [24 agosto 1817]. E Pietro Paolo Crosia “sprovvisto di vestimenta” [18 settembre 1816].
Dalla documentazione ritrovata apprendiamo ancora che i beni dalla Certosa sono messi all’asta già a partire dal 4 novembre 1802 e, sempre in quello stesso mese, sono posti in vendita anche gli edifici. Ma le aste vanno più volte deserte, nonostante il ribasso dei prezzi, e non si riesce a vendere che una minima parte del grande patrimonio certosino, che probabilmente versa ormai in cattive condizioni. Nell’agosto 1803 viene redatto un ulteriore elenco, che certifica lo stato degli oggetti mobili ancora presenti nell’ex monastero, destinati alla vendita del profitto del pubblico tesoro.
Tuttavia, anche dopo il crollo del governo francese, nel monastero non ritornano i certosini e il gran numero di laici che orbitano attorno alle attività del monastero. Segue un lungo periodo di degrado e di abbandono, con conseguenti gravi danni all’intero complesso monastico, sino al 1840, quando il Cav. Giuseppe Avena lo acquista riqualificandolo in stabilimento idroterapico.
Ma dal dicembre 1802 l’esperienza di vita monastica nella Certosa di Santa Maria, è così terminata. Dopo 629 anni dall’atto di fondazione, recitante: “Nominatim enim dederunt isti domini, cum omni populo Clusa, Alpes scilicent Vacherii, et Serpenterii et Pratum Brunum ad ecclesiam construendam in honorem Dei, sancteque virginis Marie et sancti Johannis Baptiste” (…Questi signori, insieme con tutto il popolo di Chiusa, diedero espressamente le Alpi Vaccarile e Serpentera e il prato Bruno per costruire una chiesa in onore di Dio, della Santa Vergine Maria e di San Giovanni Battista).

Un doveroso ringraziamento a Valentina Tosi, Rino Canavese e Vittorio Somà.

Ingresso della Certosa di Pesio.
Ingresso della Certosa di Pesio.

Questo Articolo compare sul N. 27 – giugno 2015
del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica”

Manola Plafoni

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Rita e il cervello


[Due o tre cose che mi “tornano in mente”,
oggi,
che te ne sei andata.
E mi dispiace da morire.]

Il Cervello.

La sua funzione centrale,
primordiale,
è la ricerca della conoscenza.
Ma quel che so a proposito è molto semplice. Elementare.
Il cervello umano
è “congeniato”
per formare concetti.
La capacità apparentemente naturale e spontanea di quest’organo,
di dar forma,
di creare
dei concetti, consente al cervello stesso
non solo
di ricavare conoscenza
ma anche di generalizzarne.
La formazione dei concetti avviene sin dalla nascita ed è continua.
Praticamente diamo origine a delle idee e a dei giudizi per ogni cosa in cui c’imbattiamo. Di qualsiasi natura. Dalle esperienze percettive più semplici e apparentemente prive di valore, come vedere una palla, così come dalle esperienze che ricaviamo dalle entità astratte. Come l’Amore, per esempio.
Dunque… ognuno di noi beneficia della splendida facoltà della mente
di ottenere Consapevolezza
e, allo stesso tempo, ubiquitariamente – ovunque – e di continuo
di generalizzare le nostre conoscenze.
Ma attenzione a quest’ultima parola:
Generalizzare.
“Rendere comune”. Quindi di tutti.
Diffondere.
Dunque il cervello estende ciò che apprende.
L’ingegneria neurale,
questa nostra macchina neurologica,
nella sua immensa complessità,
viaggia su strade smisuratamente differenti da persona a persona.

Senza escludere un eventuale prezzo da pagare.

Scritto il 30.dicembre.MMXII
Scritto il 30.dicembre.MMXII

Manola Plafoni

Il Moro e il cervello

o

Non voglio metterla sul politico. Ma lo farò.
Ludovico sembrava un contadino. Quando tentò di fuggire dal castello di Loches, quello fu il suo travestimento. Poi i francesi lo catturarono. Lo segregarono. Lo uccisero.
Ma non badiamo troppo alla drammatica fine che spettò al Moro.
Insomma… è passato qualche secolo.
Più attuali sono invece le accuse che gli vennero mosse.
Accuse d’aver consegnato l’Italia in mano allo straniero.
Ma gli italiani non sono da sempre inclini ad accettare le invasioni? Voglio dire… Quasi portati a sollecitarle, addirittura.
In realtà, in quel maggio MDVIII, “l’abdicazione della nostra penisola, così inerme e divisa non rispondeva che a una logica inesorabile. Ognuno vide il pretesto d’una vendetta o di un saccheggio in danno al vicino.” E in realtà “non era il Moro ad aver condannato l’Italia. Erano gli italiani che seguivano la loro vocazione alla discordia e al servilismo”.
Giusto per citare un intoccabile come Montanelli.
Ma in queste ultime righe c’è un senso di sottomissione. Una sorta di dipendenza – comune – da quel piccolo cervello che abbiamo nell’ippocampo.
Eh sì. Possediamo due cervelli. E uno è più arcaico. Un cervello limbico. Che non si è praticamente evoluto.
Ha salvato l’australopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di far fronte alla ferocia dell’ambiente e degl’aggressori. Un piccolo cervello dalla forza straordinaria! Che controlla tutte quelle che sono le nostre emozioni.
Comprese quelle negative.

Indro Montanelli  (Agenzia: TAMTAM NomeArchivio: MONTA8vm.JPG)
Indro Montanelli
(Agenzia: TAMTAM NomeArchivio: MONTA8vm.JPG)

Ludovico il Moro
Ludovico il Moro

Manola Plafoni

Anna Karènina

Il film è uscito nelle sale giovedì 21 febbraio 2013.
Il film è uscito nelle sale giovedì 21 febbraio 2013.

Non è solo un’ottima pellicola o un romanzo importante, Anna Karènina è un doppio tema che sembra non passare mai di moda.
È il contesto di perbenismo il pesante protagonista. Regole non scritte ma imprescindibili e severissime, di una collettività. Dicerie. Pettegolezzi.
Questo clima malato non cambia, anche a distanza di oltre un secolo e molte centinaia di chilometri dall’ambientazione del capolavoro di Tolstoj. Le malignità umane sono talmente facili e radicate nella società, che farne oggetto di discussione sarebbe una partita inutile. L’esempio di Anna ci mette in condizione di poter – sì – guardare dall’alto i comportamenti inquisitori “della gente”, ma ci lascia comunque impotenti nel cercar di combattere il diffuso moralismo.
Il quadro diffamante avvolge la passione. L’amore. L’energia vitale irrazionale per sua natura e al contempo così forte da esser potenzialmente sublime.
Ma non potrà mai esserci pace. Né una logica o una ragionevole via da seguire.
La cinematografia è formidabile in questo. È un’arte con un linguaggio immediato, quasi istintivo. E abbandonandoci all’intreccio della trama narrata, come non cogliere che nessuno è nel giusto in assoluto! Sbagliano forse i protagonisti a lasciarsi andare ai loro istinti? Ha qualche oggettiva colpa Aleksèj Aleksàndrovič? O la povera Dolly, annientata dal suo dolore.
Parliamone. Parliamone pure. Ma Anna aveva davvero qualche altra alternativa?

Manola Plafoni

Paolo Conte in volo

“Quelle bambine bionde, con quegli anellini alle orecchie…”

Come sale il livello di coinvolgimento quando l’orchestra di dieci elementi – professionisti impeccabili, eleganti, precisi – suona “Diavolo rosso”. Capolavoro del Conte. E ti par di essere in Camarque, in una calda serata estiva, nel bel mezzo di una festa gitana, tra colori e gonne lunghe svolazzanti, collane, bracciali…

“tutte spose che partoriranno…”

Le chitarre fanno il ritmo, sempre costante, veloce, senza sosta, sempre più intenso. La ritmica è il cuore della festa, spirito leggero e gioioso di un popolo passionale, ma anche spigoloso. La cadenza sempre regolare, per un tempo infinito, è base portante del vero spirito zingaro, è un turbine che volteggia. Dervisci rotanti s’aggregano alla festa, danzando in circolo, perpetuo volteggiare fisso sul proprio asse, sublime abbandono. Che sale ancora, e ancora.
Assolo di clarinetto, acuto e lieve canto ballerino, conferma di un mondo gitano.
La mente si annebbia in un vortice di emozioni.
E vedi “uomini grossi, come alberi” a petto nudo. Abbronzati, sudati e belli.
E la musica si fa mantra ripetitivo. La fisarmonica gioisce nell’essere al centro della piazza in festa, padrona, in un assolo virtuoso. Su un tappeto di chitarre che galoppano forti, costanti.
Il mantice della fisarmonica si apre potente e questa vibra, in un gesto che è esso stesso ballo sfrenato, sudato, carnale.
Ma quando il suono melanconico, aumentando sempre più, arriva alla’apice, dove non è possibile andar oltre, cresce, cresce ancora in un orgasmo talmente prolungato da non parer possibile.
La fisarmonica diventa organo ed è una festa bellissima per l’anima.
Commossa e instancabile, lunghissima danza, tra le gonne che rivelan gambe sensuali e affusolate, un numero indefinito di persone tutt’attorno ma una sola mente, un cuore pulsante solo, del tutto incurante di chi è presente. L’abbandono, meraviglioso.
Violino. Strabiliante, dalle note impossibili, in un filo altissimo e d’acciaio. E sopra in equilibrio stanno gli uomini del circo. Note così in alto da superare il cielo stellato. E la notte si fa teatro di magia.

“diavolo rosso, dimentica la strada”

Perso, ormai, in quest’estasi gitana, dove intravvedo, appena, un uomo volare, con ali grandi di gabbiano. Allunga le braccia in parabola, nell’illusione sublime delle Alcioni, nell’illusione del volo*

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30.03.2015 Teatro Carlo Felice - GE - Paolo Conte, dedica a Manola
30.03.2015 Teatro Carlo Felice – GE –
Paolo Conte, dedica a Manola

– Concerto di Paolo Conte: 30/marzo/2015 Genova – Teatro Carlo Felice & 01/luglio/2015 Asti – Piazza Cattedrale.

[* “ah, se cerilo io fossi, che sul fiore dell’onda vola, con le alcioni, a cuor sereno” Alcmane]

Manola Plafoni

Quel che ho visto in cucina

Il film è uscito nelle sale il 7 marzo MMXIII
Il film è uscito nelle sale il 7 marzo MMXIII

Saint Honoré con crema della nonna. Petto d’anatra. Porcini. Tartufi.

Immagini di piatti appetitosi si susseguono con discrezione. Senza mai essere pesanti. Così è il cibo gustoso e genuino della cucina personale dell’Eliseo, così il film lascia in bocca un’appagante commistione di piacere e semplicità. Gli ingredienti fondamentali dei lavori ben riusciti.
Non mi stupisce, per la verità, che un film francese sia pressoché perfetto. E questo lavoro di Vincent ne è l’ennesimo esempio. Efficace, solo apparentemente scontato. Le scene non son mai banalizzate, anzi, il regista dosa due piani di narrazione con abilità per mettere in tavola anche l’aspetto umano e sentimentale.
Un’ineccepibile Catherine Frot dà ad Hortense una femminilità e una tempra un po’ inusuali. Chignon, collane di perle, sguardo lievemente malinconico.
E poi… ci son tutti quegli ingredienti che non son palesati, gli elementi nel film che non vengon svelati e che tuttavia si assaporano.
La cuoca non ha una relazione col Presidente. Tutt’altro.
Ma è a discrezione dello spettatore degustare o meno la dolcezza squisita dell’intesa tra i due protagonisti. Delle altissime stanze del Palazzo e delle riservatissime cucine del Faubourg Saint Honoré.

Manola

Manola Plafoni

Se scompare la scrittura in corsivo.

Se il mio commento all’articolo odierno de La Stampa lo sto digitando sulla tastiera del pc allora vuol dire che: è inutile che esprima delle considerazioni in merito? Per un buon 50% mi sto infatti (quasi) inconsapevolmente dando una risposta da sola. Non sto scrivendo su un foglio, quindi non sto scrivendo in corsivo.
Ma l’articolo mi rattrista un pochino. Perché?
Per via della stagione forse…
L’intera pagina 35 mi suona malinconica e un campanello lieve mi avverte del cambiamento in atto. Un “passaggio da un modo di fare le cose a un altro” – sì, è così senz’altro – “ha sempre caratterizzato l’evolversi della civiltà”. Mi viene in mente Rita e il suo slancio verso il futuro*. Sorrido.
Quindi non è il caso che mi rattristi troppo. Semmai ci sono un paio di annotazioni che trovo interessanti:
La scrittura non è innata, non è genetica, va insegnata”.
Anche qui… le parole della mia amata Levi Montalcini fanno capolino nella mente*. L’argomento Cervello è da alcuni anni nella top ten dei miei preferiti.
Questo chiaro rimando al campo delle Neuroscienze e all’Evoluzione dell’essere umano, è importante.
Ma scrivere su una tastiera elettronica non esclude che si debba IMPARARE la scrittura.
Piuttosto la questione è legata al fatto che pare che, scrivendo in corsivo, “circa un terzo del nostro cervello si mette all’opera quando scriviamo a mano”. Bene. Ma la differenza rilevante è che: “molto di più di quando scriviamo sull’iPad”.
Quindi dovrei considerare che questo potrebbe rappresentare un’involuzione umana?
Forse sì.
Se poi faccio riferimento al: “ricordiamo meglio le cose scritte a penna” (dove, ripensando agli anni scolastici, mi vien naturale una smorfia di consenso) non posso non notare il passaggio successivo sull’effetto particolarmente positivo del RICOPIARE.
Ricopiare a mano un testo dell’autore preferito consente di comprenderne meglio la tecnica”.
Questa volta mi viene in mente una ragazza brillante, Gessica Franco Carlevero, che circa tre anni fa avevo sentito suggerire proprio questo. Non ho niente da sindacare contro quest’ultima considerazione, anzi! La teoria del’aspetto divinatorio dell’imitazione** è qualcosa di addirittura sublime. Mi chiedo, però, se sia davvero meno valido e/o efficace il trascrivere con mezzi tecnologici. In fondo io ora sto anche ricopiando parti dell’articolo e mi pare che – per il semplice fatto di scrive e quindi di fare un minimo sforzo in più, oltre i ragionamenti che l’articolo mi suscita – quest’azione tipica dell’Homo Sapiens Sapiens, metta un po’ più in funzione il mio cervello cognitivo***.
Ma, tornando alle altre frasi degne di nota (che con la penna ho sottolineato sul giornale), quella a proposito della tendenza a non scrivere più a mano e della (conseguente?) incapacità di leggere la propria calligrafia, mi piace particolarmente:
Rin Hamburg da anni tiene un diario, ma non lo nasconde più, perché nessuno sarebbe comunque in grado di decifrarlo”. Questa è una cosa fantastica! Addirittura una buona notizia, per una come me che in realtà non pensa sul serio di abbandonare la scrittura in corsivo e che adora i piccoli segreti e le cosine nascoste.
In conclusione… se il corsivo, che è “l’arte della scrittura”, ci “insegna a controllare le nostre dita e incoraggia la coordinazione occhio-mano”, e che per di più ci caratterizza (per via della calligrafia!), mi dispiace non aver letto prima questa pagina. Perché alcuni anni fa avevo aiutato un bambino delle elementari ad imparare, appunto, il corsivo, ma allora non sapevo che questo “è il modo di scrivere che più si avvicina al fluire del pensiero umano”. E che – cosa ancor più bella e stimolante – scrivendo a mano “il cervello diventa un alveare di attività. Una rete di processi si mette in azione: le aree di associazioni visuali rispondono a modelli visivi o rappresentazioni”. E poi, per quanto possa far ridere qualcuno, “nel corsivo le lettere hanno le legature e si scrivono tutte unite tra loro”.

*Rita Levi Montalci.
– “Abbi il coraggio di conoscere”. Ed. B.U.Rizzoli
– “La clessidra della vita”. (con Giuseppina Tripodi) Ed. Baldini Castoldi Dalai
– “I nuovi magellani nell’er@ digitale”. Ed. Rizzoli
**Imitatio Christi
***Il cervello cognitivo, a differenza di quello limbico che si trova nell’ippocampo, è nato con il linguaggio e si è sviluppo in modo straordinario, specialmente grazie alla cultura, negli ultimi centocinquantamila anni.

corsivo

[Impressioni sugli articoli:
Venerdì 12 dicembre2014, La Stampa
“Il tramonto del corsivo. In Finlandia abolito dalle scuole: non serve per il pc. Gli studiosi: un errore, cambia il modo di pensare.”
di Vittorio Sabadin & Intervista a Lorenza Castagneri]

Manola Plafoni