Nel Deserto

 

Per molti secoli, all’interno delle mura certosine, i monaci hanno vissuto “il desertum”; un luogo simbolico con un profondo legame con le Scritture.

L’ordine dei Certosini è ritenuto una delle confraternite più rigide della Chiesa Cattolica Romana. Ma la vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine, nell’isolamento – il cui centro è l’eremo – è un paradosso. Poiché un gruppo di eremiti si unisce nel condurre una vita comunitaria. Ogni monaco, infatti, “deve pulire le proprie vesti, svolgere la pulizia dei piatti, lavorare il giardino, tagliare la legna, leggere libri e sbrigare le faccende per il monastero” (P. Gröning). Tuttavia, in questa piccola comunità, ognuno mantiene la propria sfera di solitudine, all’interno della clausura. Il termine stesso: monaco, deriva dal greco “monos”, solo. Mentre dal greco “monastèrion” – il monastero – è “la cella dell’eremita”. La quotidianità certosina è scandita non solo da momenti di preghiera e meditazione solitarie, ma anche da momenti di lavoro e altri di preghiera comune. La loro è una vita molto intensa e non mancano le liturgie, dalle due alle tre ore, nel cuore della notte. Ma ciò che oggi meraviglia di quest’ordine monastico ascetico, è la Regola del Silenzio. Un rigoroso, quotidiano, silenzio. Fatta eccezione appena per poche ore, un dì la settimana.

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A differenza dei Cistercensi e dei Trappisti, che osservano ugualmente il Silenzio, i Certosini vivono ognuno con se stesso. La loro individualità trova la propria espressione fortemente nella cella e nel desertum.

Il deserto.

Questo luogo simbolico, nella Certosa di Santa Maria di Pesio (CN) era incluso “entro le mura trecentesche” (Padre Peyron). Come si apprende da un’antica planimetria conservata nella Biblioteca Reale di Torino (Dis. II 83); e da quanto l’architetto Tosco (La Certosa di Santa Maria di Pesio, 2012 – pag. 37) trascrive del suddetto piano: “Deserto, ossia sito entro cui trovasi prescritta la clausura della Certosa”. Le mura che delimitavano il monastero vanno ancor oggi dall’area ovest verso il torrente Pesio, alla zona più a monte – oltre il chiostro superiore – ad est, ai confini con la grangia di San Giuseppe. Mentre le mura sull’asse Nord/Sud sono quasi confinanti con i valloni rispettivamente di San Giuseppe e quello detto del Cavallo. Tali mura sono perfettamente visibili e in molte parti in buono stato di conservazione, fatta eccezione per le torrette, pressoché crollate.
Così il deserto non è un luogo fisico ma uno spazio simbolico, con un profondo significato congiunto alla devozione, a partire dalle Scritture.

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Il deserto è un territorio inospitale che evoca sterilità e morte nel nostro immaginario. È lo spazio dell’abbandono. In questa realtà sconosciuta e desolata, luogo dell’assenza della parola e dell’assenza della vita – sia vegetale che animale – tutto è brullo e infecondo. Ma già a partire dall’esperienza degli anacoreti dei primi secoli dopo Cristo, il desiderio di apprendere la via per il raggiungimento di Dio è compiuto nella regione arida per eccellenza. Il deserto è condizione essenziale per un’autentica esperienza spirituale di fede. “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” ( Luca 4,1). Gregorio Magno afferma che “Mosè apprese nel deserto la missione che nessun uomo gli aveva insegnato” (Dialoghi, libro I.7). E per il teologo mistico Riccardo di San Vittore (XII secolo) esso è il logo della vita eremitica interiorizzata.
Vi è però una contraddizione interna, in questo simbolo fecondo della Bibbia. Un’antinomia che conduce da uno stato di sterilità ad uno più alto, più vicino a Dio. San Matteo (12, 43) descrive il deserto come “popolato di demoni”. Gesù è tentato proprio al suo interno (Marco, 1, 13) e l’eremita Sant’Antonio abate – che vive in solitudine nel forte abbandonato sul monte Pispir, in Egitto, tra il III e il IV sec. d. C. (Atanasio, Vita Antonii, 357 c.) – vi subisce l’assalto seduttore delle tentazioni. Poiché è anche il luogo dei desideri e delle immagini diaboliche esorcizzate. Ed è il luogo della punizione d’Israele (Deuteronomio, 29, 5) e il rifugio dei demoni (Luca, 8, 29). Eppure Giovanni Battista predica la penitenza e la conversione (Matteo, 3, 1 e paralleli) nel deserto della Giudea, fuori Gerusalemme, per annunziare l’imminente venuta del Messia (“Ecco l’agnello di Dio” – Gv 1,29). E addirittura, secondo le fonti apocrife, lascia sin da piccolo i suoi genitori per condurre nel deserto una vita di penitenza. La solitudine della desolata Tebaide conquista poi Paolo – considerato il primo eremita – che vi rimane per circa sessant’anni (San Gerolamo, Vita Sancti Pauli primi eremitae), nutrendosi dei pochi frutti che trova e di un mezzo pane che ogni giorno gli viene portato da un corvo. E tra gli uomini di Dio che fanno esperienza della vita nel deserto, vi è anche uno dei quattro Dottori della chiesa: San Gerolamo, che matura la decisione di farsi monaco e vive come eremita nel deserto della Calcide tra il 353 e il 358 d. C.. Suoi attributi iconografici – oltre a quelli più noti, che sono: il leone e il libro – strettamente connessi agli anni vissuti da eremita, sono il teschio e la clessidra; che alludono alla meditazione sulla caducità delle cose terrene. E tra le numerose rappresentazioni del Santo di Aquileia vi è quella cinquecentesca di Lorenzo Lotto (San Gerolamo penitente), in cui ha in mano una pietra, con la quale si percuoteva il petto non solo in segno di penitenza, ma anche per vincere le tentazioni della carne. Mentre ai suoi piedi striscia una serpe, simbolo del demonio insidioso, pronto a tentare l’eremita nel deserto.
Questo contrasto tra debolezza della carne e forza dello spirito, è un tema ricorrente nel Vangelo. Il drammatico dualismo tra bene e male riguarda direttamente Gesù nei quaranta giorni di digiuno dopo il Battesimo. Sul “Monte della quarantena”, nel deserto intorno a Gerusalemme (Vangeli sinottici) egli viene tentato tre volte. La prima è la tentazione di tramutare i sassi in pane; poi vi è quella di buttarsi dalla guglia del Tempio, chiamando in soccorso gli angeli; e, infine, la tentazione del diavolo che gli offre le ricchezze della terra in cambio di un atto di adorazione. A quel punto Gesù lo caccia con l’emblematica frase: “ Vade retro, Satana”.
L’esperienza del deserto diventa finalmente il luogo propizio alle rivelazioni. La ricerca stessa dell’Essenza evoca la ricerca della Terra promessa (attraverso il deserto del Sinai). Così il popolo d’Israele vaga per quarant’anni nella desolata regione tra la terra d’Egitto e la terra dove scorrono latte e miele (Libro dell’Esodo). Questo lungo cammino da compiere, questo deserto da attraversare, è ben più di uno spazio fisico: da una parte vi è la schiavitù, dall’altra la libertà. Simboli di sofferenza una e di felicità l’altra. E non a caso Gerusalemme significa “luogo della pace”.
Gli innumerevoli esempi biblici fanno, dunque, del deserto il luogo della verità. Ed esso è logos del tempo di crescita e di maturazione. Il tempo della preparazione che porta alla consapevolezza di sé e alla pacificazione con noi stessi. Un’esperienza spirituale universale che travalica la tradizione cristiana, perché è una dimensione dello spirito, è uno schema mentale, intellettuale, col quale affrontare la vita.

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Oggi la Certosa di Pesio è una casa di spiritualità. I missionari della Consolata accolgo giovani, giovanissimi, adulti e famiglie, negli stessi ambienti dove fino al 1803 vissero i certosini. «Abbiamo trasformato in luogo di preghiera, meditazione e adorazione, una cella abitata per secoli dai monaci». Spiega Padre Peyron, riferendosi proprio ad una piccola stanza che chiamano: il Deserto. E continuando: «cerchiamo di offrire a chi viene un clima di silenzio, di preghiera e di gioiosa condivisione nel clima confuso, affannato e preoccupato dell’oggi. Ci sembra che la gente cerchi questi “spazi” per ritrovare se stessi […] in contrasto con la vita frettolosa odierna».
Così, tra queste secolari mura, il desertum perdura. Senza discostarsi molto dall’antico senso del cercare Dio nella propria solitudine, nella “solitudine del cuore”. Poiché solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. E quando il linguaggio scompare – allora – si inizia a vedere. Perché è nella solitudine che il cuore viene arricchito.

Manola Plafoni

 

(Questo articolo è apparso sul N.29 – 2016; del periodico di informazione storico-culturale: Chiusa Antica)

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Don Mauro Ferrero

Borgata Fiolera. L’India & la scrittura

[Intervista realizzata nell’agosto MMXIII]

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La Valle Pesio (CN) I boschi oltre la borgata Fiolera

 

 

«La famiglia Ferrero da cui provengo era composta da due fratelli: Domenico, che sarebbe mio nonno, “barba Net”, e Andrea, “barba “Ciot”. Erano “marghè”. Da San Pietro (29 giugno) a San Michele (29 settembre) andavano con le mucche e alcune capre in montagna, oltre la Certosa di Pesio. Poi si son divisi, hanno cessato quest’attività per dedicarsi alla campagna. E hanno fatto i contadini. Ricordo ancora il caldaio di rame, dove facevano il formaggio. Il “grande pentolone”, pertanto, legava ancor di più le due famiglie; che l’adoperavano anche per la lascivia primaverile e talvolta per il bagno dei bambini.» Inizia così a raccontare don Mauro Ferrero; classe 1924, nato il 14 aprile. E – come lui stesso sottolinea presentandosi con una battuta – “tutti quelli che nascono nei mesi con la “R sono “un po’ pazzerelli”.

Corporatura snella, spalle diritte, naso importante. Dallo sguardo mite e al contempo profondo. Cammina a passi brevi, parla lentamente, lucidissimo. La sua calma trascende l’uomo religioso, l’uomo avanti con l’età. È di chi ha visto e ascoltato tanto. Di chi si è soffermato e ha ammirato; fatto amicizia con l’uomo di ogni razza e religione. Di chi ha preso appunti durante il viaggio della vita.
Poi una nota d’ironia compare sul suo volto, che si allenta in un sorriso e diventa risata gentile. Don Mauro Ferrero – il cui nome di battesimo è Giuseppe, ultimo di nove figli, proveniente da Fiolera, la borgata più antica della Valle Pesio – riprende a raccontare della sua famiglia. «Domenico ha avuto un figlio: mio babbo, Vincenzo. Ferrero Vincenzo. Che ha sposato Ellena Giovanna, di “Monfort”. Il nonno Domenico, invece, aveva sposato Angela “du Castel” (Gola), sorella di “barba Murìsiu” di San Bartolomeo.» E continua: «Il babbo Vincenzo aveva tre sorelle. Una ha sposato “barba Martin” (Musso) di Vigna, e le altre due erano suore. Suore al Cottolengo di Torino. Una di loro è morta in un incidente stradale a Milano. Ma già mia nonna Angela aveva una sorella suora al Cottolengo.»
Certo quando si parla di parentele raccapezzarsi non è semplice; specie se si fa riferimento all’Ottocento. Ma ciò che salta all’occhio è l’attitudine consanguinea alla vita ecclesiale. Le famiglie “Gola-Ferrero”, infatti, erano conosciute, non solo come di grandi lavoratori ottimisti, ma soprattutto per esser religiose di spirito. Propensione che nella numerosa famiglia Ferrero si è estesa anche a metà dei figli.

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Una rarissima foto di Don Mauro Ferrero

Ma andiamo per ordine. I fratelli di don Mauro erano: Domenico (1908), missionario in Brasile; morto e sepolto a Caxias du Sul nell’ 85. Luca (1910) e Angela (1912) sposati con famiglia, han vissuto in Francia. Margherita (1913), “suor Cesira” paolina ad Alba, poi rientrata a casa per accudire gli anziani genitori. Caterina (1915), “suor Vincenza”, anch’essa religiosa tra le Pie Discepole del Divin Maestro, ad Alba e in seguito in Argentina e a Roma. Giovanna (1916), morta piccolissima; cui è seguita un’altra Giovanna (1919), sposata con famiglia, vissuta e deceduta a Chiusa di Pesio nel ’92. Vincenzo (1922), che nel ’38 rivelò al fratello Giuseppe, già chierico, di volersi fare prete: “Ma non uno comune…”. Arruolato poi alpino e nel ‘43 morto disperso in Russia.

«E io sono l’ultimo: “Beppino”. Giuseppe. Sono il cocco di mamma, “Magna Giuana”!» scherza. Nei suoi occhi c’è gioia quando afferma che il lato del suo carattere così ottimista e allegro l’ha ereditato proprio da lei. «Il buon umore di mia madre fioriva d’istinto e diventava contagioso. Qualche volta mi prendeva con sé per andare a visitare le famiglie dei parenti. Ovunque eravamo ben venuti. Mamma portava allegria e un regalino. Io ero contento perché mi aspettava una buona pasta asciutta e non la solita polenta, anche se buona.»

Quindi riprende a narrare e il suo sguardo muta ancora nel domandargli il perché della scelta del nome di professione religiosa “Mauro”; diventa espressione d’ovvietà: «Da Fiolera! Dai “Maü”. Ma la mia storia è molto semplice.» Continua: «Sono stato ordinato sacerdote della Società San Paolo il 7 giugno 1950. Nel 1951 destinato all’India. E adesso comincia la storia bella…»

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Dall’alto: Don Mauro Ferrero. Con il Beato Alberione. Missionario in India

Le sue parole si caricano di colori. «A novembre sono sbarcato a Bombay, in India, come missionario della buona stampa. Non sapevo la lingua, ma mi assaliva il desiderio di comunicare con il popolo. Di giorno la gente affollava le strade e di notte dormiva sui marciapiedi! Io mi son domandato: come posso dare un messaggio a questa gente?» E prosegue. «Per prima cosa mi son chiesto: con quale nome? Ferrero? E siccome gli orientali non gradiscono nomi e cognomi occidentali…» sospira «Ferrero non andava bene. Giuseppe ancor di meno. Allora: Mauro. Che con mia meraviglia fu tradotto in lingua nazionale hindi in: Maurya.» La sua storia si fa avvincente. Don Mauro prosegue: «I Maurya erano una grande dinastia d’imperatori prima di Cristo, che hanno governato l’India per molti secoli.» E specificando: «Quindi da Maurya lo pseudonimo Maurus, con cui sono firmati i miei libri. Questo fortunato frangente aiutò a divulgare rapidamente i miei testi, non solo in India ma in tutte le nazioni di lingua inglese. Fino adesso ho scritto 125 libri, molti sono “best sellers” e tradotti in diverse lingue.» Egli, infatti, nella città indiana di Allahabad, non si dedica solo all’apostolato paolino; la promozione pastorale e culturale è integrata con il lavoro nella tipografia e nella libreria allestite in loco.

2010 - La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero la seconda domenica di Pasqua.
2010. La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero (nel centro) la seconda domenica di Pasqua.

 

Nel proseguo del suo racconto precisa: «Indù, buddhisti e mussulmani, come autore mi credevano un discendente dei Maurya.» Sorride. «Sangue blu. Brahmano.» Cioè appartenente alla più elevata casta indiana. «I cristiani mi consideravano un monaco. Molti, dunque, compravano i libri di Maurus.»
Il primo testo redatto da questo artigiano della penna , che ha vissuto per trentacinque anni in India e viaggiato in ogni dove del mondo, supervisore generale delle edizioni Paoline, s’intitola: Just a moment please. “Solo un momento per favore” (1958). «È una raccolta di 365 messaggi, uno al giorno.» Spiega.

 

Don Mauro Ferrero mentre scrive.
Don Mauro Ferrero mentre scrive

«Di questo libro – noi eravamo molto poveri! – ho ricevuto un primo ordine di pubblicare cento copie.» Pare di vederlo, là in terra asiatica, giovane sacerdote che si domanda quale sia il modo migliore per divulgare. «Tutti i miei libri sono molto semplici. Una storiella. Una spiegazione. Illustrati. Con aneddoti e proverbi. Presento ai lettori una verità e tutto rende la lettura scorrevole e piacevole. Questo è il mio modo di comunicare!» E già solo il primo volume raggiunge le trecentomila copie; ben quarantanove edizioni in Messico.
Nel suo secondo libro – 8 tappe per il successo (Nell’edizione italiana: Felici voi; Ed. Paoline) – presenta le otto Beatitudini evangeliche come via alla felicità. «Nelle scuole indù era usato come testo di morale.» Racconta con tono genuino. E precisa: «Io non sono apologetico. Non difendo. Ma propongo. La proposta tutti possono accettarla. Non offende nessuno.»

Il primo libro di Maurus, nell'edizione Italiana. Il testo è stato tradotto in più di 10 lingue
Uno dei suoi numerosissimi libri (Ed. Paoline) tradotto in oltre 10 lingue

Nel frattempo nel seminario locale insegna latino e filosofia indiana. Il suo amore per la letteratura e la cultura di quella terra è profondo. Impastato col Vangelo. Legge i classici degli Upanishads e Bagavad Gita – che poi insegna ai seminaristi paolini – e da essi apprende il motto: “Lascia che nobili pensieri vengano a te da ogni parte”. Tema dei suoi scritti diviene così: l’amore universale; la pace nella famiglia e nella società. La gioia. Il benessere.
Fra i riconoscimenti più prestigiosi: nel 2003 è decretato “Uomo dell’anno” dall’American Biographical Institute. Mentre a Mumbay, il 6 maggio 2012, è stato conferito il primo Fr Maurus Ferrero Annual Award (premio annuale), istituito per celebrare la pluriennale attività del paolino, fondatore , tra l’altro, della prestigiosa collana St.Pauls Better Yourself Books e di due periodici mensili: The Teenager today e Inspirational Quote.

mille e una storia
Don Mauro Ferrero scrive per le Ed. Paoline con il nome “Maurus”

Ma il quasi novantenne don Mauro, che ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, è anzitutto uomo semplice e d’animo gioioso. Da oltre vent’anni è cappellano nell’ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale, dove ogni giorno fa visita ai ricoverati.
Nel concludere la sua storia non tralascia gli aneddoti e racconta ancora di quando era in seminario ad Alba: «Un giorno il superiore generale don Alberione mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Quanti anni hai?” Ne ho ventisette, gli ho risposto. “Quanto pesi?”. Sessanta chili. “Quanto sei alto?” Un metro e settanta. “Ecco” mi ha detto “hai età, peso e altezza giusti per andare in India!”»

Don Mauro Ferrero con don Alberione, in India. (Foto Paoline)
(Photo: Paoline) Il Beato Don Alberione (a sinistra), con Don Mauro Ferrero, in India

L’Alberione lo raggiunge in visita nel 1953. Ed è allora che gli suggerisce di iniziare a pubblicare, a diffondere. Mette don Mauro a capo del settore pubblicazioni e, benché lui non conosca ancora l’inglese, lo sprona dicendogli: “Comincia a scrivere. Ci riuscirai benissimo”. Sembra compiersi una profezia. Il suo spirito missionario si sposa con l’aspirazione letteraria. «Fin da quando, a tredici anni, son andato in seminario, avevo il desiderio di scrivere.» Ricorda il sacerdote con la stessa calma e semplicità che si delinea nei suoi testi. «I miei libri sono proiettati a creare un mondo migliore. Più umano e più socievole. »
Poi resta un istante in silenzio. I suoi occhi brillano.
«Io mi considero un miracolato del Beato don Alberione.»

Manola Plafoni

[Quest’articolo compare sul N.24 – dicembre 2013 / del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Chiusa di Pesio – CN)]

Attualmente Don Mauro Ferrero ha 92 anni e vive a Roma

Dalle lettere del frate Cumino pagine di Storia locale (I)

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Uno spiraglio di Storia locale degli ultimi dodici anni del XVIII sec. e i primissimi del IXX si estrinseca da un carteggio. Una raccolta di lettere (ritrovata negli archivi dell’Accademia delle Scienze di Torino dal Prof. Cristoforo Masino) che il frate della Certosa di Pesio Cumino scrisse al medico e botanico torinese Bellardi.
Dai 93 fogli rinvenuti, dove vi sono trattazioni soprattutto botaniche e micologiche, ho potuto estrapolare piccole, rilevanti e talvolta sorprendenti, informazioni su quel periodo (che qui di seguito indico tra virgolette).

Così sappiamo con certezza che, negli stessi anni caratterizzati dal sapere scientifico e razionale dell’illuminismo (fine ‘700), “il Monistero” certosino è attivo a tutti gli effetti. Pieno di persone, frati, novizi ma anche “servi”. E “la spezieria … per la moltiplicità degli infermi che vi è … in questa Valle, e Certosa” è sovente presa d’assalto da “questi abitatori Valpesiani” che non possono permettersi le cure del “medico Maurizio Antonio Bruno” della “Chiusa”. Le lettere testimoniano le attività “di questa clausura” che si potevano solo immaginare, come “le grandi occupazioni e fatiche intorno alla Porta, e nella scorsa settimana m’ hanno aggiunto la Cucina”, o ancora: “distillar l’ acqua” e “attorno a torcer il miele e la cera” o il lavoro “nel mio piccolo orto”, ed anche: “m’hanno fatto Pristinajo” (panettiere). Addirittura, con riferimento all’ospite Padre Vicario della Certosa d’Asti: che “non ha mai più atteso alla miniatura”.

Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l'inizio dell'800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_
Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l’inizio dell’800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_

Chi parla in prima persona è Giovanni Paolo Cumino, giovane farmacista nativo di Revello. La sua prima lettera di questa corrispondenza è datata 19 luglio 1788. Ha ventisei anni, da due ha conseguito il brevetto di speziale ed è (presumibilmente) entrato da poco alla Certosa di Santa Maria. Per comprendere meglio il quadro storico del periodo di cui tratto, è utile ricordare che di poco più giovane è Napoleone Bonaparte, nato nello stesso anno in cui sale al soglio pontificio papa Clemente XIV (1769).
“Spero che mi metteranno nel Noviziato per poi far la professione nel 1790 in giugno” scrive il 21 agosto 1788 il Cumino, che intanto si è scelto il nome da religioso di Fra Ugo Maria. Lo ribadisce in data 27 novembre del medesimo anno ma poi purtroppo scrive anche: “Quest’ impegno mi fa tardare il Noviziato sin’ al futuro autunno, o nell’ inverno, ma non mi fa pena affatto, perchè ho piacere di proseguir ancor quest’ anno i giri botanici, acciò essendo vieppiù internato nel principiato Studio mi sia poi più facile la ritentiva”.

"Spezierie" In realtà questa foto (M. Plafoni) è d'esempio, perché scattata sull'isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa
“Spezieria”
In realtà questa foto (M. Plafoni) è d’esempio, perché scattata sull’isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa

Il linguaggio dell’epoca pare oggi singolare e a tratti poco comprensibile. Ma dagli scritti del nostro speziale, la cui calligrafia è curata e leggibile, emerge come egli si inoltri con passione “in questo piacevole Studio Botanico”. E talvolta, essendo vincolato agli impegnato religiosi “non potendo andar io per le montagne lascio a molti pastori di portarmi l’erbe che le vengono alle mani ma essendo questi assai dati all’ozio, ben di rado ne posso ottenere da loro”. Ricavo quindi informazioni strettamente legate alla Valle Pesio, come il numero approssimato di “3000 anime” e “il numero immenso delle pecore e capre … che eccedono i 4milla”. Una triste informazione riguardante la maggior parte degli abitanti è poi nel passaggio di una lettera al Bellardi: “non potrebbe trattener le lacrime nel veder tante miserie, e l’ assicuro che se non fosse del Soccorso della Certosa il più perirebbe, li necessita di tutto”.
Sul finire del Settecento, negli anni delle più belle composizioni di Mozart, nella nostra valle la corrispondenza (“il porto da Pesio a Cuneo”) è efficiente ed affidata a “il nostro Cavallante, che carica tutto, e conduce sino a Cuneo”; tale signor “ Ferrero” che “riceve dalla Certosa e per la Certosa … pesa tutto, ed è pagato dal Monastero al fine dell’anno”. Ma sorprende poi leggere che: “avrei spedita l’ altra cassietta che teneva in pronto se il nostro cavallante non si fosse infermato, e reso defunto”.

Un'immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud
Un’immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud

Ciò che purtroppo caratterizza quegli anni sono però le malattie. Scrive Cumino il 18 Dicembre 1788: “il Ciel preservi pur dalla corrente epidemia”. Questa è “La Brienne … che è assolutamente tosse e raffreddori di capo e di petto, come presentemente ne siamo assaliti noi, avendo principiato io, ed in seguito gli altri Religiosi, di cui ne conto otto oltre i servi, che sono dieci, e si può dir che tutte le ore ne viene assalito qualche duno”.
Il contagio è diffuso. “Nella Valle poi, in tutte le case vi è tal malattia. Alla Chiusa è poi differente, ed è interpretato mal di Costa falso, e con questo male se ne vanno alcuni nei Campi Elisj.” Così anche nella stagione estiva (26 luglio 1791) “la quantità degli ammalati, sebben pochi religiosi”. E ancora pagine grigie tra il febbraio e l’aprile del 1796 su “la moltiplicità grande degli ammalati che vi sono nella Valle”.
La malattia è così descritta: “In primo si sentono uno spossamento di forze alle gambe, braccj, colle vertebre a cui succede un forte dolor di testa, con qualche poco di gravame allo stomaco, il polso frequente, la bocca amara, (un calore intenso che desiderano sempre bever freddo, questo sintomo accade più alle Donne, che agli Uomini), e dopo il quarto, o sesto giorno compare un’esantema sull’ Epidermide che è di carattere petecchiale, e questa eruzione, o macchie, sono a chi rosse, e a chi livide, e quest’ ultimo spesso li conduce alla fossa”. E ancora: “in varj de’ Malati ho osservato … che i vermi espelliti e per vomito e per secesso furono di color sanguigno di modo che parevano formati dal med.mo Sangue”.

Boschi attorno alla Certosa di Pesio
Boschi attorno alla Certosa di Pesio

Ma, tralasciando i rimedi che vengono adoperati per questa presumibile forma di Peste, o Tifo petecchiale (cit. V. Somà 2012), strettamente legata alla cattiva alimentazione della gente povera è la causa di tale malattia: “non essendo venute in perfetta maturazione le Castagne, l’ hanno dovute raccoglier semi mature, quindi essendone restate una porzione sotto la neve intempestiva che giù cadde, e poi liquefattasi, hanno di nuovo raccolte queste castagne che furono gelate, delle quali nutrendosi per non aver altro, gli generano tanti vermi, e non sostentano affatto la macchina, motivo per cui la ragiono io che sopravviene tal malattia acuta”. Tra le numerose pagine dello speziale che parlan dello stato di salute delle persone, ve ne sono poi alcune con riferimento anche agli animali: “Temiamo anche qui l’Epidemia corrente delle Bovine, che in qualche parte vicina al Mondovì ha già fatto qualche strage in varie stalle”.

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Il chiostro superiore (sullo sfondo il porticato del lato Sud)

 

Scorrendo i numerosi fogli, alcuni poi portan indicato solo il numero 4. L’anno però è il 1796, quello de I Capricci dipinti da Goya e, ironia della sorte, nello stesso anno i capricci li fa anche il tempo, tant’è che il Cumino scrive: “Noi qui godiamo un felicissimo inverno senza neve”. Ma questa è indubbiamente l’informazioni meteorologica del tempo più rilevante, fra le varie che si ricavano.
Per concludere questa prima parte di Storia locale della fine del Settecento, elenco quindi alcuni dei “nomi vernacoli” che il nostro Cumino riesce a “ricavare da questi abitatori Valpesiani riguardo alle piante”, come: “Erba Mulina”, “Erba Plòsa”, “Erba Marsolina” e “Linsantòn Servai” di cui “le capre ne sono avidissime”. Vi sono poi le “Pèr Marin” (le pere), le “Lavasse Plòse” e la “Tartarèa” di cui scrive: “Erba perniciosissima ne’ prati”. O anche la “Smorbia” di cui “applicano le foglie sulle piaghe massime delle gambe, qualche volta con giovamento”. E il “Bergognon” che “entra nella minestra d’erbette in porzione”. Nomi molto simili o addirittura uguali a quelli che adoperiamo ancora oggi in dialetto. “Sciappateste”, “Lambron”, “Fior d’ l’ annonsià” ed anche “Pissa Sangh” così chiamati “perchè quando le vacche ne mangiano le fa orinar sangue, e per esser certo della verità m’informerò meglio”. E poi le nostre apprezzate “Orle”, che più di duecento anni or sono venivan già denominate così e di cui sappiamo che “di queste ne mangiano assai in minestra”.

Un affettuoso ringraziamento a Vittorio Somà per la disponibilità e passione.

Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio
Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio

Quest’articolo è comparso sul N.25 -Giugno 2014 del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Cuneo)

Scritto da Manola Plafoni

Dalle lettere del frate Cumino pagine di Storia locale (II)

Sul finire del Settecento il frate certosino Ugo Maria Cumino intrattiene con il medico torinese Bellardi una fitta corrispondenza, lunga circa dodici anni.

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“Qui siamo ancor trincerati da un’immensa quantità di neve”, scrive il Cumino il 9 marzo 1795 dalla Certosa di Pesio. La lettera che riporta quest’informazione comprende anche un pacchetto con alcune piante, destinate al suo corrispondente torinese. Dalle lettere successive emergerà invece il suo nascente interesse per i funghi. Ed è proprio a Ugo Maria Cumino che si deve il primo studio micologico sulla nostra valle: il Fungorum Vallis Pisiis Specimen, un campionario dei funghi della Valle Pesio che vede la luce nel 1805, nel Volume VIII delle Memorie dell’Accademia delle Scienze di Torino. È la prima flora micologica mai pubblicata in Piemonte e tra le prime in Italia, ma il lavoro scientifico dello speziale ci è noto anche dalle cronache della Certosa del Caranti (Storia della Certosa di Pesio). Il Cumino cita, per esempio, il Boletus scaber, conosciuto in volgare come: Cravette rosse e in Val Pesio come: Gambette. Queste, dice, crescono abbondanti “in sylvis subalpinis prope Roccaforte et La Chiusa, atque etiam in Valle Pisii”. Del Boletus scobinaceus: “Questo fungo apparisce in autunno lungo le strade, tra gli ericeti, sotto i castagni, ed è abbastanza frequente. Gli abitanti della Val Pesio lo chiamano Gasparin ed è mangereccio … viene raccolto e conservato sotto sale come per i porcini”.

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Boschi di faggi sul versante ovest della valle, a sinistra del torrente Pesio. L’edificio in basso è l’ex mulino certosino. [Foto realizzata dalla chiesa superiore]

Se si pensa al periodo cui fanno riferimento queste informazioni, è curioso sapere che all’incirca negli stessi anni – il 24 maggio 1786 – Balmat e Paccard compiono la prima scalata del Monte Bianco. E il nostro frate, appassionato di botanica, non è molto da meno nel percorrere in lungo e in largo le montagne circostanti. Il 4 agosto 1789, in una lettera che firma: “Frà Paolo Cumino Converso” dice: “sono andato a trovare il Sig. Viale a Limone”. Certamente attraversando le montagne che dividono la Valle Pesio dalla Val Vermenagna; e con buone probabilità rientrando in giornata al “monistero” della Certosa.

Nel suo ricco carteggio parla più volte delle località in cui si reca; luoghi che talvolta hanno il medesimo nome di quelli che oggi noi conosciamo. “La ventura settimana ho pensato dimandar licenza al Padre Priore per partir da buon’ora, ed andar ai Laghi detti dei Bicay, confini della Briga colle nostre montagne” (12 agosto 1788). In un’altra sua lettera (17 novembre 1789) scopriamo, a proposito della Campanula Rhomboid affinis, che “si trova frequentissima nei luoghi detti i grop di Serpentera … e lungo l’Armellina di Limone, da per tutto nelle fessure de’ sassi”. La Centaurea Succisoefolia poi “nasce ne’ luoghi esposti a levante e mezzogiorno della Pavarina attigua ai Grop della Mirauda”. Il 15 agosto del 1791 racconta: “In tutto il mese di luglio non ho potuto assentarmi dalla Certosa stanti le quotidiane piogge e tempeste che devastano tutte le campagne di questi contorni, ma poi il primo del corrente fece una buona giornata che il Padre Priore graziosamente me la fece profittare intera, onde percorsi la montagna de La Carsena e quella di Malaberga”. Tra le altre località: “martedì ho fatta una scorsa sino vicino a Carlin dove si chiama Le Celle de’ Briaschi” (18 agosto 1791) e in numerosi scritti è citato: “Tetti Pesio” (grangia certosina dove più volte si reca) e poi “Boves” e “Beynette”.

A proposito invece di “Costa Rossa, alpe attigua alla Pessimalta” (che noi oggi chiamiamo Bisalta) in un documento senza data, ma molto verosimilmente databile 1796, Cumino ci dice che vi “abbonda più di tutte le altre località alpine della Valle Pesio, di Achillea herbarota” e di questa pianta fa un resoconto molto dettagliato dell’impiego farmaceutico: “ho raccolta una grande quantità … che in parte ho distillato con sufficiente quantità d’ acqua pura, previa macerazione, su bagno maria; in parte ho pestato in mortaio per preparare una infusione di olio; e in parte ho ancora pestato per estrarne il succo; e poiché questa pianta è di per sé poco succosa, l’ho mescolata con una terza parte di acqua pura, e l’ ho fatta macerare per diverse ore su bagno maria, perché la stessa acqua estraesse il particolare olio dalla pianta pestata. L’acqua ottenuta per distillazione di queste piante, ha un sapore aromatico, piccante amaro; la ho addolcita con piccole quantità di succo edulcorante e l’ho provata come rimedio specifico; e non mi è andata delusa la mia speranza di buon successo. La giudico anche efficace per uso interno, per le ulcere, e l’ho sperimentata in questi casi. Per uso esterno l’ho applicata come astringente a una ferita della mano sinistra, che arrivava fino al periostio. Non cessava la fuori uscita di pus anche coll’impiego di olio di Achillea e di balsamo del Perù, e nemmeno cessava dopo applicata una fasciatura al dito con un lino bagnato di acqua distillata. Ripetei questa operazione due volte al giorno, fino a che la ferita fu perfettamente risanata nello spazio di sei giorni”.

Dal carteggio appassionato emergono poi i nomi di altre Certose attive sul finire del XVIII secolo. “Il Padre Priore di Casotto è asceso al grado di visitatore, ed essendo codesto per visitare questa Certosa fra breve, dice di non esser prudenza di lasciarmi andar in giro, tanto più che sono vicino al mio noviziato” (29 giugno 1789). “Dovendo il Padre Priore portarsi in Torino nella ventura settimana col Padre Visitatore per visitar la Certosa di Collegno” (5 novembre 1789). Ma anche la Certosa d’Asti e la Gran Certosa (la Certosa Madre di Grenoble).

Il giovane speziale, talvolta amareggiato nei confronti degli altri monaci, ci lascia anche degli scritti sorprendenti, che fan luce sulla sua vicenda umana alla Certosa di Pesio. Scrive nel dicembre del 1790: “Le replicate istanze del Padre Priore, e di varj altri Monaci (ancorché alcuni miei emuli per il fatto successomi) persuadendomi di ritornare dalla mia risoluzione di Secolarizzarmi, colle più vive espressioni fattemi non senza lagrime, mi hanno nuovamente indotto a Seguitare nella Religione, in cui credo, che il Sig.r Iddio alla fine m’avrà destinato, tutto ché umanamente riflettendo, in niun conto non avrei più dovuto lasciarmi lusingare, ma avendo riguardo alli spirituali riflessi, credo essere la via più sicura per incamminarmi alla Patria Eterna”. E, ringraziando il medico Bellardi per l’appoggio morale, conclude: “tuttavolta, che mi succedesse di dover abbandonare i Certosini, mi offerisco sempre a di lei cenni, e non mancherei di profittarmi delle graziosissime di lei gentilezze espresse nell’ultima sua. Non so quando mi restituirò in Certosa, in cui pervenendo credo, che mi faranno fare tutt’altro che lo Speziale, ma comunque capiti non mi maraviglio, perché ho già conosciuto abbastanza che i frati sono teste B.F., e che non amano né Scienze, né Arti, ma bensì l’Emulazioni, adulazioni … Pazienza, che farci, dapertutto vi sono guaj.”

4 ottobre 12 (89)

Ma in fondo Ugo Maria Cumino è molto legato alla bella Valle Pesio e, in una sua del 5 novembre 1789 scrive al suo corrispondente: “il Signor Malacarne fa una corografia del territorio d’Acqui, come se questa città fosse lontana 12 mila miglia dal Piemonte; si vede che questo associato ha un gran prurito di scrivere. Se si facesse anche quella della Valle di Pesio sarebbe anche più voluminosa, e più curiosa di quella d’Acqui, dove poco per volta si trova poi essere il luogo dove l’Onnipotente creò l’Uomo, quindi lo scacciò per la disobbedienza.”

 

Manola Plafoni

[Articolo sul N. 26 – dicembre 2014 / “Chiusa Antica” – Rivista di informazione storico-culturale]

La chiusura della Certosa

Curiosità e notizie storiche sull’ultimo periodo d’attività del monastero certosino di Pesio.

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La conquista francese del Regno di Sardegna determina l’imposizione dei princìpi rivoluzionari; princìpi in aperta ostilità con gli ordini religiosi, considerati come elementi parassitari per la società civile. Agli inizi del IXX secolo il Piemonte diviene una provincia francese: la 27a Divisione. Monasteri, Certose e Istituti religiosi di ogni genere sono soppressi per mano del Governo transalpino, le cui campagne militari richiedono finanziamenti sempre maggiori. I beni della Chiesa rappresentano un ricco patrimonio da usurpare, e tra questi non fanno eccezione quelli della Certosa di Santa Maria. L’epilogo della Storia della domus superior di Pesio si annovera nei documenti dell’Archivio di Stato di Cuneo: Dipartimento dello Stura (La Provincia di Cuneo è così chiamata sotto il dominio francese), tra i verbali dei sopralluoghi delle diverse località della Granda, nei “Régistre des pensionnaires réligieux supprimés dans le par arrété du 28 thermidor an 10, pour la troisième trimèstre de l’an 12”.
Lo speziale Cumino – nominato Socio Corrispondente dell’Accademia di Agricoltura di Torino il 4 luglio 1802 – è citato fra i componenti della comunità dei certosini: “Data di nascita: 11 giugno 1762, Revello. Dipartimento dello Stura – Certosa di Pesio – Pensione annuale £. 500”. Ma già dal suo carteggio con il Bellardi emergono alcune informazioni riguardanti l’esercito napoleonico sul finire del XVIII secolo. Il 9 marzo 1795, presagendo quel che sta realmente per accadere, scrive: “Quì siamo ancor trincerati da un’immensa quantità di neve, onde non così presto dobbiamo temer delle incursioni nemiche, ma a buon conto mi penso che bisognerà aver pazienza, e di nuovo esercitarsi a parlar en Cytoyens françois; Come l’accadrà, e l’andrà, lo sa quel Dio che ci ajuterà, ed avrà di noi pietà, ma io temo che avremo il medesimo sito dell’Ollanda; vedremo”. E ancora, sempre dal monastero della Certosa, in data 18 aprile 1796, Fra Ugo Maria Cumino informa l’amico medico: “P.S.: I Francesi hanno presi i Campi di Ceva, vanno e vengono in detta Città, ma il forte non è ancor suo; occupano Pamparato, Mombasilio, ecc.”.
Nel 1798 il Padre Priore della Certosa: Pietro Giacomo Carroccio, stila un elenco dettagliato dei beni dei certosini [Archivio di Stato di Torino]. Il 23 luglio 1801 il Maire di Chiusa Pesio, su ordine delle Prefettura, compila un primo elenco di Religiosi presenti nella Certosa, cui seguono altri elenchi di ecclesiali e censimenti dei possedimenti del monastero. Tra i beni appartenenti ai certosini sono elencate varie cascine sparse sul territorio cuneese, i redditi di ogni proprietà, il denaro trovato nella contabilità del Convento e una valutazione del valore dei prodotti della terra, suddivisi in diverse tipologie: segale, orzo, grano, castagne, capi di bestiame, ecc.
Secondo il calendario rivoluzionario francese, il 28 termidoro dell’anno 10 corrisponde al 16 agosto 1802. In questa data è decretata la soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose. In attuazione del Decreto napoleonico, a partire dal 31 agosto 1802, si avvia la procedura di fattiva abolizione degli istituti religiosi. In un primo momento il Governo francese si mostra abbastanza benevolo nei confronti dei padri certosini, che durante le operazioni militari in Valle Pesio offrono aiuto alla popolazione [Moccagatta, 1992 – pp.127/133]. Ma la forza con la quale avviene l’esproprio nella Certosa è evidenziata dalla relazione dello stesso Commissario del Governo, che appone i sigilli (già il 27 giugno 1802) non soltanto alla Biblioteca e alle librerie esistenti nella Prioreria, e dichiara:“…passo di camera in camera di caduno dei religiosi sigillandone i libri ritrovati esistenti presso caduno de presenti religiosi”. Tra di essi, nel verbale del 3 settembre 1802, è citato il micologo piemontese: “…passati quindi tutti nella Spezieria tenuta ed amministrata dal cittadino Paulo Cumino, si è il medesimo interpellato a dichiarare se ritenga libri… quali libri e memorie sono stati da me commissario infrascritto, legati con una funicella in forma di croce e sigillati sul nodo di detta funicella”.
L’inizio dell’abbandono forzato della Certosa di Pesio risale, dunque, ai primi del mese di settembre, con la confisca di tutto il materiale presente, che comprende, tra l’altro, moltissimi documenti, libri, ma anche ricette. Tutto il materiale viene trasportato a Cuneo dai carrettieri, in numerosi viaggi, andando a formare con oltre 700 volumi, parte della prima Biblioteca pubblica di Cuneo, istituita il 10 ottobre 1802. Dieci giorni dopo vengono nominati i Guardiani delle case religiose soppresse e il 30 ottobre 1802 il monastero certosino di Pesio è definitivamente chiuso. Tuttavia i religiosi rimangono ancora alcune settimane nella Certosa, lasciando per sempre la struttura nel dicembre 1802.
Infine le ultime informazioni certe, di vita vissuta in prima persona, riguardanti il periodo conclusivo della Clausura, ci vengono da due lettere del quarantenne Cumino, indirizzate, questa volta, all’amico e collega uomo di scienza Balbis (Direttore dell’Orto Botanico del Valentino dal 1801 al 1814). La prima è scritta dalla grangia certosina di Tetti Pesio, vicino Cuneo (18 novembre 1802). Da questa si deduce che da ottobre il monastero è ufficialmente chiuso, ma che alcuni monaci vi risiedono ancora. “Già saprai le tragiche storie della nostra Certosa” e gli narra delle dolorose vicissitudini che riguardano i religiosi dell’alta valle Pesio. Ma in questa curiosa lettera emerge anche una minaccia allo stesso Cumino: “Se avessi potuto portarmi in Certosa avrei già adempiuto a quanto t’avevo promesso, ora per mia disgrazia non decido ancor d’andarvi per non mettermi in pericolo d’incontrarmi col Brigante Randolino, che si è dichiarato di venirmi ad ammazzare anche in letto; mi son peraltro già raggirano per farlo arrestare, ma tutte le spedizioni sono andate male”. Informa inoltre il Balbis che il Padre Priore e il Padre Vicario sono stati accompagnati a Cuneo dai gendarmi, e da lì sono stati portati con altri due confratelli a Torino, a dare giustificazioni delle offese pronunciate alla persona del Generale Jourdan, Consigliere di Stato e Amministratore Generale della 27a Divisione.
Sull’ultima lettera scritta della Certosa di Pesio vi è la data del 9 dicembre 1802. Il Cumino abbandona dunque in quel mese, molto presumibilmente, il monastero e la valle in cui per oltre quattordici anni ha erborizzato, condotto studi su piante e funghi, e svolta la professione di speziale, nonché di converso. “Nel rincrescermi di lasciar interrotti i miei lavori che facevo ora indefessamente” perde soprattutto le sue memorie, i suoi scritti e tutti i preziosi testi di botanica e micologia.
Notizie sullo stato laicale cui è costretto a seguito della chiusura della Certosa sono anche riportate da Emile Burnat (1828-1920) [Somà, 2003]. Il micologo revellese si trova quindi privo dei suoi libri e scrive una supplica al Generale Jourdan, per ottenere la restituzione dei suoi averi. Rivolgendosi all’amico d’infanzia Balbis, che in quel periodo trova credito presso il regime di Napoleone per la sua fede giacobina e per i suoi meriti scientifici, invia una lettera al Prefetto del Dipartimento dello Stura: il Cittadino De Gregory. La missiva è datata 2 vendemmiaio anno IX: “mi induco a pregarvi di voler cortesemente accordare al Cittadino Cumino ex certosino e farmacista presso la Certosa di Pesio, il recupero dei suoi libri di Botanica, ai quali sono stati apposti i sigilli, congiuntamente agli altri affetti appartenenti alla farmacia del Convento… si tratta di rendere servizio ad un Cittadino, verso il quale la 27a Divisione ha grandi obbligazioni, essendo il primo che si sia dato allo studio ed alla collezione dei funghi, come lo prova la memoria interessante e sapiente che ha presentato all’Accademia delle Scienze”. Non si conosce l’esito dell’intervento del Balbis, ma con certezza il Cumino è preso in considerazione dal Prefetto per un incarico di prestigio. Il 15 vendemmiale dell’anno XI (1803) viene fondata a Cuneo una società di Agricoltura divisa in tre sezioni: agricoltura, scienze, arti ed economia. Del secondo settore fa parte un Orto Botanico, del quale il Cumino è direttore e, sempre in quel periodo, esercita anche la professione di farmacista (il suo nome compare nell’elenco: Tableau des médicins, chirurgiens, pharmaciens, sages-femmes et herboristes, qu’ils ont déposés leurs brévets à la Maire de Conì d’après l’arrete de M. le Préfet du Département de la Stura en date 5 mai 1808), stilato in seguito a un decreto della prefettura che obbliga gli esercenti delle professioni mediche a depositare i loro brevetti di nomina:“Cumino Jean Paul, Domicile: Conì, pharmacien”.
Della sorte di altri monaci in seguito alla chiusura della Certosa, abbiamo notizie di coloro che si trasferiscono nel capoluogo chiusano. Il padre certosino D. Emanuele Ugo, ben voluto dagli abitanti del paese e di cui venne fatto un ritratto dall’Arnaldi di Caraglio nel 1821, “pose sua stanza in S. Anna dopo il 31 agosto del 1802… e vi stette sino all’anno 1822, che vi morì. Oltre il legato di lire 3 mila varii oggetti portò egli dal convento nel santuario per dirvi la messa; fra’ quali due messali stampati in Roma l’uno nell’anno 1613 e l’altro nel 1713, una bella e ricca pianeta, 6 candelieri, ed un ciborio in legno egregiamente scolpiti e indorati.” L’apprezzato sacerdote è inoltre“ricordato con amore e gratitudine dai nostri padri, che gli mandavano frequenti le loro figliuole dal paese a ricevervi gratuitamente quell’istruzione elementare, che loro non provvedeva ancora il Comune” [Libro del Botteri – pp. 214-215].
Coevo il rev. sacerdote Luigi Felice Maria Vergnasco, già monaco Certosino col nome di P. Ugo (fu Giuseppe), nativo di Torino, “nel suo testamento dell’8 febbraio 1822 lega a favore di S. Anna tremila lire nuove sopra il credito per esso testatore, tenuto verso il signor Lorenzo Garello coll’obbligo d’impiegarne i prodotti nel mantenimento di un cappellano, del decoro della chiesa e del fabbricato di essa” [Libro del Botteri – p. 221].
Vi sono inoltre tracce nell’Archivio dell’ospedale di Chiusa (Delibere 1812/1831) di altri due monaci provenienti dal monastero certosino, dopo la sua soppressione: Paolo Bersano “chiamato in religione col nome di Giovenale è spirato il 28.2.1816 con testamento del giorno precedente. Ha acquistato 1/5 della Certosa. L’eredità va alla Congr., ma con varie clausole e conti in sospeso. Un legato va a don Bart. Bottero monaco col nome di Ugo” [24 agosto 1817]. E Pietro Paolo Crosia “sprovvisto di vestimenta” [18 settembre 1816].
Dalla documentazione ritrovata apprendiamo ancora che i beni dalla Certosa sono messi all’asta già a partire dal 4 novembre 1802 e, sempre in quello stesso mese, sono posti in vendita anche gli edifici. Ma le aste vanno più volte deserte, nonostante il ribasso dei prezzi, e non si riesce a vendere che una minima parte del grande patrimonio certosino, che probabilmente versa ormai in cattive condizioni. Nell’agosto 1803 viene redatto un ulteriore elenco, che certifica lo stato degli oggetti mobili ancora presenti nell’ex monastero, destinati alla vendita del profitto del pubblico tesoro.
Tuttavia, anche dopo il crollo del governo francese, nel monastero non ritornano i certosini e il gran numero di laici che orbitano attorno alle attività del monastero. Segue un lungo periodo di degrado e di abbandono, con conseguenti gravi danni all’intero complesso monastico, sino al 1840, quando il Cav. Giuseppe Avena lo acquista riqualificandolo in stabilimento idroterapico.
Ma dal dicembre 1802 l’esperienza di vita monastica nella Certosa di Santa Maria, è così terminata. Dopo 629 anni dall’atto di fondazione, recitante: “Nominatim enim dederunt isti domini, cum omni populo Clusa, Alpes scilicent Vacherii, et Serpenterii et Pratum Brunum ad ecclesiam construendam in honorem Dei, sancteque virginis Marie et sancti Johannis Baptiste” (…Questi signori, insieme con tutto il popolo di Chiusa, diedero espressamente le Alpi Vaccarile e Serpentera e il prato Bruno per costruire una chiesa in onore di Dio, della Santa Vergine Maria e di San Giovanni Battista).

Un doveroso ringraziamento a Valentina Tosi, Rino Canavese e Vittorio Somà.

Ingresso della Certosa di Pesio.
Ingresso della Certosa di Pesio.

Questo Articolo compare sul N. 27 – giugno 2015
del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica”

Manola Plafoni

Rita e il cervello


[Due o tre cose che mi “tornano in mente”,
oggi,
che te ne sei andata.
E mi dispiace da morire.]

Il Cervello.

La sua funzione centrale,
primordiale,
è la ricerca della conoscenza.
Ma quel che so a proposito è molto semplice. Elementare.
Il cervello umano
è “congeniato”
per formare concetti.
La capacità apparentemente naturale e spontanea di quest’organo,
di dar forma,
di creare
dei concetti, consente al cervello stesso
non solo
di ricavare conoscenza
ma anche di generalizzarne.
La formazione dei concetti avviene sin dalla nascita ed è continua.
Praticamente diamo origine a delle idee e a dei giudizi per ogni cosa in cui c’imbattiamo. Di qualsiasi natura. Dalle esperienze percettive più semplici e apparentemente prive di valore, come vedere una palla, così come dalle esperienze che ricaviamo dalle entità astratte. Come l’Amore, per esempio.
Dunque… ognuno di noi beneficia della splendida facoltà della mente
di ottenere Consapevolezza
e, allo stesso tempo, ubiquitariamente – ovunque – e di continuo
di generalizzare le nostre conoscenze.
Ma attenzione a quest’ultima parola:
Generalizzare.
“Rendere comune”. Quindi di tutti.
Diffondere.
Dunque il cervello estende ciò che apprende.
L’ingegneria neurale,
questa nostra macchina neurologica,
nella sua immensa complessità,
viaggia su strade smisuratamente differenti da persona a persona.

Senza escludere un eventuale prezzo da pagare.

Scritto il 30.dicembre.MMXII
Scritto il 30.dicembre.MMXII

Manola Plafoni

Il Moro e il cervello

o

Non voglio metterla sul politico. Ma lo farò.
Ludovico sembrava un contadino. Quando tentò di fuggire dal castello di Loches, quello fu il suo travestimento. Poi i francesi lo catturarono. Lo segregarono. Lo uccisero.
Ma non badiamo troppo alla drammatica fine che spettò al Moro.
Insomma… è passato qualche secolo.
Più attuali sono invece le accuse che gli vennero mosse.
Accuse d’aver consegnato l’Italia in mano allo straniero.
Ma gli italiani non sono da sempre inclini ad accettare le invasioni? Voglio dire… Quasi portati a sollecitarle, addirittura.
In realtà, in quel maggio MDVIII, “l’abdicazione della nostra penisola, così inerme e divisa non rispondeva che a una logica inesorabile. Ognuno vide il pretesto d’una vendetta o di un saccheggio in danno al vicino.” E in realtà “non era il Moro ad aver condannato l’Italia. Erano gli italiani che seguivano la loro vocazione alla discordia e al servilismo”.
Giusto per citare un intoccabile come Montanelli.
Ma in queste ultime righe c’è un senso di sottomissione. Una sorta di dipendenza – comune – da quel piccolo cervello che abbiamo nell’ippocampo.
Eh sì. Possediamo due cervelli. E uno è più arcaico. Un cervello limbico. Che non si è praticamente evoluto.
Ha salvato l’australopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di far fronte alla ferocia dell’ambiente e degl’aggressori. Un piccolo cervello dalla forza straordinaria! Che controlla tutte quelle che sono le nostre emozioni.
Comprese quelle negative.

Indro Montanelli  (Agenzia: TAMTAM NomeArchivio: MONTA8vm.JPG)
Indro Montanelli
(Agenzia: TAMTAM NomeArchivio: MONTA8vm.JPG)

Ludovico il Moro
Ludovico il Moro

Manola Plafoni