Il noviziato nella Certosa

Attraverso un’intervista ad un frate della Consolata, la testimonianza sulla vita dei novizi, nella Certosa di Pesio. Per circa quarant’anni luogo di formazione religiosa dei futuri missionari.

4 ottobre 12 (12)

Un incontro cordiale ed estremamente semplice, con Fratel Gaetano. Uomo mite e dall’aspetto genuino di chi è abituato a lavorare e a rimboccarsi le maniche. L’intervista avviene una mattina di fine inverno, in piedi, nel porticato del chiostro superiore della Certosa. E, subito, la sua voce rivela le sue origini piemontesi. Inizia, così, una piacevole conversazione, a proposito della sua esperienza di novizio, di oltre cinquant’anni fa.

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Fratel Borgo – Certosa di Pesio, primavera 2017

Manola: Come si chiama?
Fratel Borgo: Mi chiamo Borgo Gaetano. Nato ad Alpignano, in Provincia di Torino, il tredici novembre del 1939.
M: Lei è un frate, non è vero?
F B: Sì, sono un fratello, un laico. Un frate. Ho i voti religiosi: povertà, castità, obbedienza.
M: Si trova da molto qui alla Certosa?
F B: Sono arrivato il cinque settembre del 2015.
M: Lei è stato in missione in Kenya per quarantaquattro anni, e tre anni in Inghilterra. Ma facciamo un passo indietro: quando si è avvicinato al mondo religioso?
F B: Avevo diciannove anni.
M: E poi ha fatto il Noviziato qui alla Certosa.
F B: Sì, nel ‘61/’62. Guardi… io sono arrivato qui per la prima volta – non l’avevo mai vista la Certosa, ne avevo solo sentito parlare – e mi ha stupito il fatto che tutto questo fosse dei Missionari della Consolata. Ero proprio stupito.
M: Un complesso molto grande, in effetti. Com’era 55 anni fa?
F B: Mi ricordo che di là [fa un cenno con la mano verso est] a San Giuseppe c’era ancora tanta gente. Li vedevo solo venire a messa la domenica, con i bambini. E anche là [questa volta indica la Correria] c’era un bel gruppetto, con i figli.
M: Chi era, all’epoca, il Priore?
F B: Padre Rabaioli. Giovanni. Che veniva già dal Kenya, però con cinque anni di prigionia, durante la guerra in Sud Africa. Tutti i missionari della Consolata che erano in Tanzania, Kenya, Etiopia, erano stati messi nei campi di concentramento. E avevano arrestato anche le suore della Consolata, che erano duecentoquaranta. Loro non le hanno deportate ma le avevano messe in un unico convento a Nyeri, sotto la supervisione di militari fino alla fine della guerra.
M: Lei sa per quanto tempo qui nella Certosa ci sono stati i noviziati?
F B: Dal 1934. E l’ultimo noviziato è stato nel 1975.
M: Lei è venuto qui all’inizio degli anni Sessanta, il Padre Superiore era dunque Rabaioli…
F B: Sì. Era uno molto pratico.
M: Ma i primi “passi” della sua vita ecclesiastica dove sono iniziati?
F B: Ad Alpignano. Nella Casa di formazione dei Fratelli. Proprio nel mio paese. Perché io andavo a scuola là da bambino, a fare l’avviamento professionale. È per questo che ho conosciuto i missionari della Consolata.
M: E ha deciso di farsi Fratello…
F B: Sì, perché mi piaceva quello stile di vita.
M: E cosa, in particolare, la colpiva e le piaceva?
F B: Il fatto che ci fosse sia la preghiera che il lavoro. Un po’ sullo stile Benedettino…

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Chiostro superiore della Certosa

M: Quindi lei ha iniziato nel suo paese.
F B: Per sei mesi, nell’istituto. Però io conoscevo i missionari già da bambino, perché andavo là la domenica. Ero un ragazzo dell’oratorio e andavamo a giocare al pallone.
M: E dopo questo primo periodo?
F B: Dunque… da lì ad Alpignano, eravamo un bel gruppo, eravamo tredici! Cioè, eravamo un gruppo di diciassette ma prima di venire qui ne hanno già scartati alcuni.
M: Li scartavano perché non seriamente intenzionati?
F B: Perché non erano adatti. Oppure cambiavano idea. Il ché era una buona cosa, non bisogna mica forzare…
M: Quindi da lì intraprese il suo cammino.
F B: Io avevo già un mestiere. A casa facevo il contadino e in fabbrica facevo il tornitore. E allora avevo già “il mestè”, come si dice. E siccome loro mi conoscevano da lunga data… non mi han fatto fare l’anno completo ad Alpignano. Ad ottobre si iniziava qui alla Certosa – per tutti, sia per coloro che volevano farsi Fratelli, che per chi studiava da prete – e ho incominciato l’anno di prova. Questo anno di prova andava dal primo ottobre a fine settembre dell’anno successivo.
M: Un intero anno.
F B: Sì, era obbligatorio. L’anno di prova si chiama: Noviziato.
M: Questo prima di prendere i Voti.
F B: Prima di andare via da qui si facevano i Voti per tre anni. Poi se uno voleva ancora decidere d’andarsene, se ne andava. E molti se ne andavano…
M: E alla fine di questi tre anni?
F B: Si facevano i Voti Perpetui.
M: Ma la differenza tra lei che è Frate e i Preti, in cosa consiste?
F B: Che oltre ai tre voti loro hanno l’ordinazione sacerdotale.
M: Quindi possono celebrare messa. Mentre i Frati no, come le suore.
F B: Esatto e noi, invece dei preti, studiavamo materie tecniche. Mentre loro studiavano teologia e filosofia. Perché in missione c’è bisogno sia di chi predica che di chi lavora. Perché è anche necessario costruire.
M: Quando lei è venuto qui nella Certosa quanti anni aveva?
F B: 21 anni.
M: E quando è arrivato cosa le è stato detto, all’inizio?
F B: Arriva il Superiore, Padre Rabaioli, e dice: “Chi vuol prendersi la responsabilità dell’acqua calda, dell’acqua fredda, delle fogne, dei lavori tecnici, eccetera?” Ed io – siccome c’era un altro più giovane di me – ho pensato: lasciamo che se ne occupi lui. Però già ad Alpignano mi avevano preparato un po’, per fare lavori da tubista. E quindi poi il Superiore mi disse: “Lei, Fratel Borgo, si prenda la responsabilità dell’acqua”. Poi ricordo che c’era un altro, sui trent’anni, bresciano. Sabaini. Faceva il falegname. Era responsabile di tutto quel che riguardava il legname. Porte, finestre… Con cui poi ho collaborato anche dopo, per più di trent’anni, nella scuola missionaria in Kenya. È mancato l’anno scorso.
M: Quanti eravate, qui, a fare il noviziato?
F B: 63 chierici e 13 fratelli.
M: Secondo lei perché erano di più quelli che studiavano per diventare preti?
F B: Non saprei. Nelle congregazioni miste, come la nostra, ci sono sempre più sacerdoti che Fratelli.

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Lo scalone (del Boetto) mette in comunicazione la parte inferiore con quella superiore dove si trova il grande chiostro.

M: Erano presenti anche delle suore?
F B: Sì, lì nell’ala sud. [Indica la parte terminale del braccio porticato del chiostro, che va verso la montagna]. Quella che adesso si chiama “ala Deserto”. Mi pare fossero anche un bel gruppo. Quasi venti. Perché per loro era una casa di formazione, mi pare. Ma non le vedevamo mai. Solo la domenica a messa. Perché al mattino c’era l’altro Padre che andava a dir messa là.
M: Ma la domenica partecipavano tutti, alla messa?
F B: Sì, nella chiesa grande. Era tutto pieno.
M: E le sorelle cosa facevano durante la settimana?
F B: So che avevano anche delle ore di studio. Noi non le vedevamo mai. Da una delle ruote, lasciate già dai certosini [indica quelle nei muri del chiostro], c’era una campana. E se uno aveva bisogno di qualcosa – siccome le suore lavavano, cucivano, stiravano – si andava là e si suonava la campana. Allora una arrivava dalla ruota e si sentiva solo la voce. Diceva: “Sia lodato Gesù Cristo”. “Sempre sia lodato”. “Cosa desidera?” E magari serviva un paio di calze, oppure una giacca o la talare…
M: La talare?
F B: La veste nera. Avevamo tutti la talare. A noi Fratelli veniva data quando venivamo qui, mentre i chierici l’avevano già due anni prima.
M: Quindi vi passavano l’occorrente attraverso la ruota.
F B: La ruota era a due piani. La suora incaricata metteva la roba lì. Tutto il resto ce lo facevamo noi. Non le vedevamo mai. Io le vedevo a volte perché magari avevano qualche problema con l’acqua calda, o i rubinetti da aggiustare.
M: E durante il noviziato com’era strutturata la vostra giornata?
F B: Al mattino dalle otto e mezza alle undici e un quarto circa, c’era il lavoro per noi Fratelli. Per i chierici, invece, c’era lo studio.
M: Voi, dunque, facevate dei lavori manuali e loro si dedicavano allo studio di materie religiose.
F B: Facevamo restaurazioni. Ognuno di noi riparava qualcosa qua alla Certosa. Poi dalle undici e mezza a mezzogiorno: meditazione nella chiesa grande. E d’inverno faceva freddo…
M: Poi c’era il pranzo nel refettorio?
F B: Sì. E dopo pranzo, alle due, si iniziavano i lavori. Ma prima c’era del tempo libero. Circa un’oretta.
M: E cosa facevate in quel tempo a disposizione?
F B: In inverno, a volte, andavamo a sciare. Magari fino ad un quarto alle due, per rientrare in tempo. Ogni tanto qualcuno si rompeva una gamba… Oppure si passeggiava fino ad Ardua, o giù fino alla Correria. Ma non si stava qui, si usciva. A meno che non piovesse a dirotto.
M: Alle 14:00 di nuovo lavoro. Per tutti?
F B: Sì. Io, ad esempio, avevo sotto di me due chierici. Comunque ognuno di noi aveva un compito preciso. C’era quello che era responsabile dei muratori: Fratel Torta, che è stato qui ultimamente. Lui era il capo dei muratori, per la riparazione dei muri di cinta. E lavori ce n’erano sempre. C’era l’incaricato della pulizia, degli alberi, dei prati… E, dato che faceva freddo, anche chi era incaricato di portare la legna dove c’era la caldaia, o dalla chiesa.
M: Ognuno aveva un suo compito. Ma c’erano anche persone esterne?
F B: C’erano dei Famigli. Era il nome di quelli che adesso chiamiamo volontari. Uno si chiamava “Ciapèla” e faceva il calzolaio. Era gente onesta, che lavorava. Dell’altro non ricordo il nome.
M: Erano di San Bartolomeo?
F B: Non ricordo esattamente. Erano della zona però. Erano soli. Adesso vanno all’ospizio…
M: Ma allora quanti anni avevano?
F B: Sui settanta.
M: E loro davano una mano con i lavori?
F B: Sì. Lavoravano e poi mangiavano e dormivano anche qui. Noi ci prendevamo cura di loro come fossero uno di noi. L’unica differenza era che non avevano i voti.
M: E l’altro Famiglia di cosa si occupava?
F B: Guardava le mucche. Avevamo un po’ di maiali e anche cinque o sei mucche. Ah, poi avevamo anche il pollaio.
M: Il pollaio era già laggiù in fondo al chiostro?
F B: Sì. E la stalla delle mucche era qua sotto dove ora c’è il garage [All’ingresso del viale alberato, sulla destra]. Nella stalla vicina, poi, c’erano quattro o cinque maiali.
M: Dove dormivano i Famigli?
F B: Qui, vicino a noi. E poi mangiavano con noi.
M: E voi religiosi dove dormivate?
F B: Tutti qui, in quella che adesso è chiamata “Ala noviziato”. Di fianco a dove ora c’è il museo, nel chiostro inferiore.
M: Erano dei dormitori?
F B: C’erano due o tre cameroni. Si dormiva lì. Eccetto quelli che erano più anziani. Dei dottori che erano già stati in missione e poi avevano deciso di farsi missionari.
M: E quanti anni avevano, all’incirca?
F B: Sui quaranta. Poi, c’erano anche due o tre sacerdoti che venivano dalle diocesi. E volevano farsi missionari della Consolata.
M: Quindi questo periodo chiamato Noviziato è obbligatorio per tutti.
F B: Sì e durante quell’anno viene spiegata com’è la vita nell’istituto in cui vuoi andare. Cosa devi fare, cosa sarà tuo e cosa non sarà tuo, e cosa ti faran fare i superiori o cosa possono dirti di fare. Perché uno ha bisogno di idee chiare. Perché sarà per la vita…
M: Da quel che mi racconta occorrevano molte stanze per alloggiare tutti voi.
F B: Certo. E poi qui venivano i seminaristi. [Indica l’ala nord, non più porticata, del chiostro superiore]. I seminaristi di Mondovì. Infatti quella ora si chiama “Ala Mondovì”. In quegli anni ce n’erano tanti.
M: E chi erano i seminaristi?
F B: Quelli che studiavano per diventare diocesani. Quei sacerdoti che sono nelle parrocchie. Che si chiamano “Don”, non “Padre”.
M: Ma i diocesani non posso essere anche missionari?
F B: Allora no. Dovevano lasciare la diocesi e venire da noi. E allora ce n’erano sempre tutti gli anni , due o tre.
M: Quanti erano i seminaristi di Mondovì?
F B: Un centinaio e più.
M: Ma erano qua tutto l’anno?
F B: No, solo d’estate, durante le vacanze, per circa due mesi. Anche “l’Ala Cuneo”, adesso si chiama così perché alloggiavano lì un centinaio di seminaristi di Cuneo. All’ingresso della Certosa, arrivando proprio dalla strada.

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L’ingresso della Certosa visto dal viale intero (arco dx). Denominata “Ala Cuneo”

M: Dunque d’estate eravate almeno trecento!
F B: Eh sì, eravamo tantissimi. Poi d’inverno diventava quasi vuoto. Ma d’estate era pieno perché c’erano anche molti turisti in visita. E alla domenica si vedeva gente da ogni parte!
M: E i seminaristi cosa facevano?
F B: Erano per conto loro. Messa per conto loro, pasti per conto loro… Erano ospiti, diciamo. Poi studiavano anche un poco. Ma al pomeriggio erano liberi.
M: Ma non vi incontravate con loro?
F B: No. Avevano altri orari. E anche il cibo se lo facevano loro. Anche perché se no, tutti assieme non ci saremmo mica stati…
M: Ma torniamo a voi novizi della Consolata. Alle due del pomeriggio, cosa facevate?
F B: Dalle due alle quattro: lavori manuali per tutti, anche per i chierici. E dopo si faceva merenda.
M: Si ricorda cosa mangiavate?
F B: Un pezzo di pane. Solo una pagnotta senza nient’altro. Poi alle cinque: studio. Per tutti. Fino alle sei. Quindi c’era la conferenza. La spiegazione della costituzione, ovvero la Regola.
M: La Regola religiosa dei missionari?
F B: Sì. Poi alle sette meno un quarto si andava in chiesa, per vespri e rosario. E dopo cenavamo. Infine circa tre quarti d’ora di ricreazione. La chiamavamo così. Si stava assieme, si leggeva il giornale, si chiacchierava. E a un quarto alla nove, di nuovo preghiera e infine andavamo a dormire.
M: A seguito del noviziato, avveniva una cerimonia?
F B: C’era la cerimonia dei Voti perpetui, quelli dei tre anni. Se ammessi dall’istituto e se uno voleva continuare, naturalmente. Ma già al termine del noviziato, qui, si faceva una cerimonia molto solenne.
M: Quindi l’ha fatta qui.
F B: In realtà no, a Rosignano. Gli ultimi mesi ci han mandati via perché eravamo in troppi. Quindi sono stato qui circa nove mesi, perché c’erano troppi turisti, più tutti gli altri… ed eravamo disturbati. Se no la cerimonia l’avrei fatta qui. Si faceva dentro la chiesa. E subito dopo si andava via. I Chierici a Torino a completare i loro corsi religiosi, o a continuare con la filosofia e la teologia. Mentre i Fratelli andavano di nuovo ad Alpignano, per perfezionarsi nelle materie tecniche, per poter andare in missione. E così ho fatto anch’io. E ad Alpignano sono poi andato a scuola dai Salesiani, che sono noti per l’educazione attraverso le scuole tecniche.
M: Dello stile di vita qui nella Certosa durante il suo noviziato, cosa ricorda?
F B: Facevamo una vita molto regolare. Di preghiera e meditazione. E di lavoro, naturalmente. Tra di noi non si parlava molto. C’era molta meditazione, ricordo.
M: Ma con le altre persone che erano qua, come si trovava?
F B: Il rapporto era molto buono. Anzi, in quell’anno di noviziato nasceva uno spirito di gruppo. Come per i coscritti. Così c’era molta più comunicazione. Sia qui che poi nella missione.
M: E questo è positivo perché creava le basi dell’aggregazione per una vita comunitaria.
F: Proprio così. La nostra non è una vita solitaria. È una vita bilanciata tra preghiera e lavoro. E a me questa vita è sempre piaciuta.

 

Intervista di Manola Plafoni, comparsa sulla rivista d’informazione storico-culturale “Chiusa Antica” / giugno 2017

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La ragazza in cima alla scala

Una ragazza con i pantaloncini corti in cima alla scala. Mi pare di ricordare che avesse in mano una scopa e forse una spugna o uno strofinaccio, ma non ci giurerei. 

Il Maestro, dopo un breve saluto, mi invitò a salire al piano di sopra per darmi una rinfrescata e là, c’erano due porte: una era quella del bagno.

Sul piccolo pianerottolo ci presentò. Ma – per via del caldo, dell’ansia per il lavoro che dovevamo fare, e di una noiosa telefonata con mia moglie che ancora risuonava in testa – salutai la ragazza senza far troppo caso a chi fosse e cosa c’entrasse lì.

Entrato nel bagno ripresi fiato. Mi appoggiai al lavandino e cercai di raccogliere le idee. Mi ero fatto oltre due ore di macchina per raggiungere il collega musicista, il grande Maestro. La sua fama lo precedeva ed essere nella sua casa, nel suo “rifugio”, mi lusingava.

Quando ridiscesi le scale lui mi invitò a sederci in giardino per iniziare a lavorare. La ragazza non c’era più. Lui la richiamò chiedendogli di portarci qualcosa da bere.

Fu quando la vidi con un vassoio in mano, che mi tornò in mente che forse era lì per un’intervista.

Avevo capito male? Eppure lui si rivolgeva a lei con disinvoltura, la trattava con un tono confidenziale, ma – come me – non era ospite?

Lei gentile, sorridente, un po’ intimorita vicino al Maestro, direi. In fondo lui aveva oltre sessant’anni e un piglio che avrebbe intimidito chiunque non lo conoscesse bene. La ragazza mi sembrava sulla ventina, o comunque con non più di trent’anni. Dieci o quindici meno di me, sicuramente. Né bella, né brutta. Non avrei saputo dire. Indossava pantaloncini e maglietta. Notai i capelli biondi raccolti per via del caldo e notai anche che si rivolgeva a lui dandogli del “Tu”. Lasciò il vassoio sul tavolo e se ne andò nuovamente.

Nelle due ore successive io e il Maestro lavorammo al nuovo progetto, decidendo gli ultimi dettagli per il tour, prima delle prove generali. Insistette molto sulla scaletta dei brani e mi suggerì persino come comportarmi con gli altri ragazzi dello staff, per non sembrare “troppo sulle mie”.

Fortunatamente eravamo all’ombra, poggiati su un grande tavolo di legno con delle venature che ricordavano una carta topografica. Circondati da gonfi cespugli di ortensie.

A lavoro terminato, quasi di scatto, il Maestro si alzò. Si sporse oltre i fiori e chiamò ad alta voce la ragazza. Ma lei doveva essersi addormentata in fondo al giardino, perché la richiamò più volte. Arrivò verso di noi con quell’aria un po’ confusa di chi è stato interrotto sul più bello di un sogno, e non distingue la realtà da ciò che ha immaginato. Disse solo “sì”. Ma non capii. Io non avevo sentito nessuna domanda, né affermazione.

Si avviò verso la cucina. Per alcuni minuti noi uomini continuammo a parlare di lavoro. Quella ragazza m’incuriosiva. Riapparve – un po’ più sveglia questa volta – e ci disse che avrebbe preparato al piano di sopra, sul terrazzo, perché da là il panorama era bello e meritava.

Fu allora che il Maestro esclamò: “Sì, mangiare qualcosa mi pare un’ottima idea!”.

Mi domandai, però, quando e se, i due si fossero accordati per uno spuntino.

Passarono un paio di altri minuti e la sentii salire e scendere più volte le scale, indaffarata.

Quando non ci fu più nessun rumore, con voce timida la ragazza ci invitò a salire di sopra.

Un’unica lunga rampa. Il Maestro davanti. Io lo seguivo.

La ragazza, dietro di me, aveva in una mano un cestino di pane e nell’altra tre bicchieri a calice. Tra il braccio e il petto, poi, stringeva una bottiglia di vino che cercava di non far scivolare.

Salimmo in silenzio.

Furono secondi imbarazzanti.

Poi, arrivati davanti alle due porte, per accedere al terrazzo oltrepassammo quella di sinistra. Quella della camera da letto. Ma non ricordo molto della stanza, perché per educazione guardai dritto a me e uscii subito sul terrazzo.

Senz’altro il letto matrimoniale era bianco e intonso. La stanza luminosa e ordinata. Però confesso che provai un certo disagio nel passare di lì. In quello spazio intimo.

La ragazza aveva apparecchiato un grazioso tavolo rotondo, imbandito con mozzarella, pomodori e frutta. Ci servì il vino bianco fresco, appena tolto dal frigo. E ci servì con dedizione quello che aveva preparato nei vassoi.

Ci ritrovammo così in una di quelle situazioni imbarazzanti, che galleggiano tra convenzione e apparente disinvoltura. Ma la più imbarazzata era senz’altro lei.

Inevitabilmente cercai di rompere il ghiaccio.

– Dunque sei qui per intervistare il Maestro.

– Sì.

Non aggiunse altro. Io m’aspettavo iniziasse finalmente a parlare di qualcosa. Non certo perché fossi curioso, ma per darle modo di chiacchierare con noi.

Ma fu il Maestro, dopo un breve silenzio, a riempire quel vuoto. Prese a raccontare dei suoi esordi in campo musicale, della sua carriera, e degli altri importanti musicisti che aveva conosciuto. La ragazza lo guardava in silenzio. Ammirata. Non capivo però se le parole del Maestro per lei fossero aneddoti nuovi, da aggiungere all’intervista, o se conoscesse già quei particolari che ora lui raccontava a me.

A dire il vero, la ragazza non era affatto brutta. Più passava il tempo, più mi sembrava interessante. Un po’ scapigliata e accaldata, in quella giornata di sole così forte, ma sembrava, piuttosto, che si trovasse nel posto sbagliato.

Mi chiedevo cosa c’entrasse lì. Non distoglieva lo sguardo dal Maestro. A quel punto sospettai fosse la sua amante.

Ma era poco probabile. Troppi anni di differenza. Anche se ore prima, mentre ero in bagno, li avevo sentiti parlare tra loro a bassa voce. Come due complici.

Me li immaginai distesi sul letto bianco. Ma poi allontanai in fretta quell’immagine dalla mia mente.

Forse era una sorta di cameriera. Allora perché presentarla come una giornalista? Il fatto che poi lei sparecchiasse con cura il tavolo, e senza batter ciglio s’adoperasse per riordinare ogni cosa, mi spiazzava ancor di più. Il Maestro non poteva che aver raccontato una balla. O no?

Rimuginai sul comportamento dei due, ma – in fondo – la mia ammirazione e la stima verso il grande musicista mi facevano sentire in colpa, nel dubitare di lui.

Mi convinsi che il Maestro era solo molto esigente e magari un po’ maschilista. E lei, per compiacerlo, obbediva alle sue richieste. Magari ne avrebbe ricavato poi un’intervista esclusiva.

Mi offrii di aiutarla. Io ero pur sempre un ospite quanto lei.

Portai di sotto alcuni piatti. Ma quando risalii le scale, sulla soglia della camera da letto, vidi che sul terrazzo i due si allontanavano di scatto come colti in flagrante. Lei era visibilmente a disagio. S’era accorta che dovevo aver visto quel loro intimo sfiorarsi le mani. Perciò feci finta di nulla e nei minuti successivi – anzi – cercai di simulare un’aria svampita. Sperando non si sentisse in imbarazzo.

Il Maestro proseguì parlando dei nostri prossimi incontri di lavoro. Lei non la vidi più. Forse era andata in cucina o era uscita in giardino. Per qualche minuto ancora, lui disse frasi approssimative e aggiunse saluti di cortesia da portare a mia moglie.

Finalmente scendemmo al piano terra. La chiamò un’altra volta, ad alta voce. Per salutarci.

Lui aveva le mani in tasca – ricordo – e un’aria per niente scomposta. La ragazza si avvicinò e mi baciò con cordialità, appoggiando le sue guance alle mie con piccoli scatti, ed esibendo un sorriso sgargiante. Forse ora poteva tirare un sospiro di sollievo.

M’accompagnarono alla macchina e ci salutammo nuovamente. Il Maestro, a quel punto, si ricordò d’avere un piccolo regalo da darmi. Si voltò per andarlo a prendere e, nel togliere le mani di tasca, gli cadde un biglietto piegato in quattro. Ma non se ne accorse.

Lei si precipitò verso la cucina sapendo già cosa andare a prendere. Con finta ingenuità lui le disse: “ah, lo prendi tu?” E fece qualche passo verso l’interno, senza però rientrare davvero.

Ne approfittai. Raccolsi il biglietto. Stavo per porgerlo al Maestro, ma quando lui si voltò nuovamente verso di me, lo nascosi nella mano e rapidamente me lo misi in tasca.

Non so perché lo feci. Fu un attimo.
Neanche un chilometro più in là, accostai la macchina nel primo spiazzo che vidi.

Sul sedile di fianco avevo un sacchetto colmo di ciliegie. Un omaggio del Maestro. In tasca quel biglietto che – ero sicuro – nascondeva qualche segreto. Immaginai gliel’avesse dato la ragazza quando ero sceso di sotto, per portare i piatti in cucina. Mentre le loro mani si erano sfiorate e si erano baciati appassionatamente.

Speravo di leggere chissà quale frase d’amore. Immaginavo che i due si fossero scambiati quel foglietto per dirsi qualcosa che io non dovevo sapere. O, anzi, c’era scritta qualche riga piccante. Di sicuro qualcosa di proibito.

Ma quando tolsi il biglietto dalla tasca, e vidi scritto un nome che non era quello del Maestro, mi sentii un perfetto idiota e un ladruncolo.

“A Giuseppe”. Era il nome del figlio più piccolo. Quello che – come sapevo – viveva a Milano.

Ora era tutto chiaro. La ragazza doveva essere la fidanzata del figlio. E, certo, conosceva il Maestro da molto tempo. Sicuramente frequentava già quella casa, per via del figlio. E tutta quella confidenza era dunque scontata.

Il bigliettino conteneva poche righe. Lei pregava il ragazzo di non crucciarsi, di non prendersela per un concorso perso. Quel messaggio l’avrebbe consegnato il padre, che forse avrebbe aggiunto una buona parola. Certo.

Mi vergognai da morire nel leggere le parole di quella giovane donna, che si preoccupava per il proprio fidanzato.

Ero stato davvero stupido. Pensai come recuperare. Come restituire quel biglietto evitando una figura meschina. E rimuginai a lungo.

Poi tornai indietro.

Dal cancello – non molto distante dall’ingresso della casa – gettai nel cortile, con il lancio più lungo che potessi fare, quel bigliettino ripiegato.

Chissà se il Maestro si sarebbe accorto di averlo perso? Forse lo avrebbe cercato. Forse l’avrebbero ritrovato. Forse, in qualche modo, le parole della ragazza sarebbero comunque giunte e, magari, più forti di prima. Lo sperai davvero.

Alzai leggermente lo sguardo. Li vidi sul terrazzo. Stretti in un abbraccio. Credo si stessero baciando.

Forse non avevo davvero capito nulla.
Manola Plafoni

(Sopra) Illustrazione originale di Elisabete Ferreira

 

[Questo racconto è  stato pubblicato (seppur con un editing un po’ diverso) sul N.3 della rivista letteraria torinese “Carie“]

http://www.carieletterarie.com

Il medico Bruno e i dottori di Chiusa Pesio

Il medico appassionato di botanica e i suoi colleghi, alla fine del Settecento

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Nella seconda metà del Settecento il medico Bruno risiede a Chiusa di Pesio. La sua è una famiglia di dottori: già il padre Giovanni Battista professa nel capoluogo della Valle Pesio e lui, oltre a dedicarsi alle cure dei pazienti, è un appassionato di botanica che conosce e collabora con il converso certosino Fra Ugo Maria Cumino, il quale lo cita con tono confidenziale nelle sue lettere sin dal 28 Luglio 1788

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Annuario botanico. Medico Bruno – Anno 1800

“Il Sig. Medico Bruno è mai più comparso per far mia qualche conferenza nello Studio Botanico. Mi son però trattenuto qualche poco in due giorni cogli Sig.ri Medico e Speziale di Limone, uomini di capacità in questa Scienza”.

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vista aerea Certosa di Pesio

Maurizio Antonio Bruno – di cui non sono note né la data di nascita o di morte – è solito recarsi sulle montagne con lo speziale Cumino per ricercare piante e fiori da erborizzare; il 19 agosto 1788, ad esempio, assieme trovano nella zona dei Laghi Biacai l’Azalea Procumbens e l’Astragalus Austriacus.

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Laghi “Biacai” (Biecai) m 1967

Ma il rapporto di collaborazione e fiducia tra i due uomini di scienza emerge soprattutto dalle lettere datate: 21 febbraio e 9 maggio 1796, in cui il Cumino, spiegando al corrispondente torinese Bellardi i caratteri e i sintomi dell’epidemia corrente nella valle, parla della povera gente che la abita e che non può permettersi le cure di un medico. A Chiusa di Pesio vi sono, infatti, in quegli anni ben tre dottori. Oltre al suddetto vi è il medico: “M. Gondolo della Chiusa con cui non ho alcuna famigliarità” (scrive il Cumino).

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Azalea Procumbens

E svolge la professione medica anche tale: Damilano – ne parla sempre il frate certosino, in data: 26 luglio 1791, riferendosi ad un salasso che questi ordina per l’allora Padre Priore della Certosa, assalito da “vomiti portati da indigestione che gli durarono per intervalli quattro ore continue, con lordaggine […]” –.
Il medico Damilano è citato anche in una delibera dell’ospedale-ricovero di Chiusa: Deliberazioni 1786-1811, 12 gennaio 1790 (“Il medico Damilano esercita da anni con espressa caritatevole rinuncia alle spese per esso prestate a beneficio dei poveri.”)

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annuario del medico Bruno (1800)

Durante il periodo epidemico: “i rimedj, secondo il metodo del S.r M.o Bruno sono in primo luogo l’Emetico d’Ipecaquanna, che spesso, e quasi sempre, fa espellir vermi per secesso. Nel progresso della malattia si usano gli anthelmintici e arriseptici (e diaforetici se vi è l’esantema). Dopo alcuni giorni di purga l’ammalato con un diluito di Cassia, Tamarindi, Seme Santo e Senna con Sciroppo di fior di Persico e tutto fa espellir vermi, e sembra per allora il malato sollevato, ma lo spossamento non si recupera e molti soccombono tanto giovani che vecchj, ed il male è di natura Epidemico, ed attacca per lo più la povera gente, e nella casa in cui s’inoltra, passa per tutti, ed in alcuni fa strage.” (N. 21887 – Carteggio Cumino/Bellardi).

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Particolare di un capitello del chiostro sup. della Certosa di Pesio, lato ovest

Sul finire del XVIII secolo sappiamo, poi, che nella vicina Boves lavora un altro amico del Cumino: il dottor Giusiana, mentre a Roccaforte Mondovì un ulteriore medico Bruno.

Resta ancora da annotare una piccola curiosità, di tradizione orale, scoperta quasi per caso e non confermata. Alcune persone di Chiusa di Pesio, ancor oggi, quando con tono scherzoso dicono: “fatti curare dal medico Bruno” intendono:

“lascia stare e aspetta che il tuo mal guarisca da solo”

Non è escluso, dunque, che a distanza di due secoli si sia tramandata la diceria legata ad un dottore che era solito curar non con farmaci ma con piante ed erbe.

 

Manola Plafoni

(Articolo anche comparso sul Periodico di informazione storico-culturale  Chiusa Antica N.28 / Dicembre 2015)

 

Chiostro.

Il valore simbolico dello spazio porticato e i chiostri della Certosa di Pesio.

 

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Il grande chiostro della Certosa di Santa Maria s’apre ai nostri occhi nel suo monumentale splendore. Nell’accordo all’unisono di spazio e natura. A. Fondendo ottimamente la semplicità dell’architettura, con la rigogliosa natura della Valle Pesio. L’essere umano e il divino si fan più vicini, in questa consonanza tra il vuoto del porticato – dalle sobrie volte a crociera e le piccole colonne dal fusto liscio – e i grandi alberi all’interno del giardino, che dai boschi entrano direttamente nel monastero. Essendo il chiostro totalmente privo della manica verso la montagna. Un hortus ricco di vegetazione locale, al punto da non avvertire la sensazione d’essere in un’antica clausura.

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Nei lunghi anni in cui il monastero fu abitato dei certosini – dal 1173 al 1802 – subì importanti trasformazioni. L’originario apparato medievale presentava già un chiostro, attorno al quale erano collocati gli altri corpi di fabbrica del monastero. Esso corrispondeva, pressoché, all’attuale giardino inferiore che immette alla sala capitolare e alla primaria chiesa. Gli interventi cinquecenteschi e dell’età Barocca, poi, non solo soprelevarono il complesso architettonico – che, a causa del dislivello del terreno, degradante verso il torrente Pesio, venne organizzato su grandi terrazzamenti a quote differenti – ma lo ampliarono notevolmente.
Nell’area superiore, per un periodo non molto chiaro, un piccolo chiostro quadrato affiancava la chiesa principale. Il suo lato ovest era il naturale proseguimento della manica porticata del chiostro maggiore che, così, portava direttamente all’ingresso del presbiterio.

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Non vi sono però tracce di un chiostro nell’insediamento inferiore certosino. La Correria (sulla sponda opposta del torrente Pesio) oltre alla chiesa possedeva una foresteria e, sul lato destro, un locale per il ricovero degli attrezzi. Dai rilievi fatti dalla Dott. Valentina Ruberi (2015) emerge anche la presenza di un dormitorio per i religiosi, posto di fronte alla semplice chiesa. Ma non un chiostro. Poiché – grazie ad un’incisione del 1682 – si può scorgere soltanto la presenza di una cinta muraria e un appezzamento di terra. Un orto, con buone probabilità. Forse anche con le tipiche qualità del Hortus conclusus, con piante officinale e frutteti.
Ma quello più importante è il nuovo grande chiostro, che divenne così – rifacendosi al modello della Grande-Chartreuse presso Grenoble, fondata da San Brunone – fulcro della vita monastica.

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Rispettando a pieno la consuetudine di un impianto dove le celle dei monaci si affacciano sui corridoi porticati che circondano lo spazio a cielo aperto, permettendo di accedere ai principali locali conventuali.

 

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Cortile interno di un’ex cella certosina

 

Nell’Ottocento il complesso monastico subì le ultime, importanti, trasformazioni. L’ambiente religioso – a seguito delle soppressioni napoleoniche di inizio secolo e di un periodo di abbandono – venne modificato in stabilimento idroterapico, con i lavori promossi dal nuovo proprietario: il Cav. Avena. Gli interventi, a partire dal 1840, determinarono lo stato attuale del chiostro. Nel quale, non solo manca totalmente il lato Est – per dare il senso d’apertura tipico delle ville francesi (Peyron) – ma, nella manica Nord, è privo dell’originario porticato. Chiuso e riadattato alla nuova funzione alberghiera della struttura. Certo lontana dal senso di sobrietà della clausura certosina. Basti pensare che venivano alloggiati fino a 150 ospiti dell’alta borghesia. E i criteri architettonici residenziali non potevano che rispondere alle esigenza della villeggiatura dell’epoca.

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Ala Nord del Chiostro superiore

 

Oggi due lati su tre del chiostro sono porticati. Rimangono 53 archi poggiati su 54 colonne con base unghiata e fusto liscio non rastremato. Di queste solamente 39 conservano l’originale apparato scultoreo dei capitelli corinzieggianti – con abaco quadrangolare superiore e corallino di raccordo inferiore – con, al centro, un motivo ornamentale differente.

 

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Quale fosse, dunque, il primitivo stato del chiostro superiore, lo si desume guardando i disegni del Caranti, che copiò le planimetrie di inizio Ottocento, ormai perdute. E lo si intuisce anche ragionando sullo stato attuale. Semplicemente immaginando di completare un chiostro quadrato con altri due lati– in maniera speculare, su in ipotetico asse N-N-O /S-S-E – oltre quelli porticati esposi a meridione e levante.

Ipotesi Chiostro Superiore CERTOSA di Santa Maria di Pesio
Ipotesi Chiostro Superiore originario. Studio e grafica di Manola Plafoni

 

Il chiostro della Certosa di Pesio, all’incirca per tre secoli, fu costituito da 108 colonne. Una ogni due metri, per un perimetro di quattro lati lunghi, pressappoco, 70 metri. L’area totale copre una superficie di circa 5000 metri quadrati. E per avere qualche termine di paragone, si può, ad esempio, guardare alla Certosa più grande d’Italia; quella di Padula (nel Vallo di Diano, in Campania). Il suo è anche il chiostro più grande al mondo e misura 104 metri per 150 metri. Terminato nel XVIII secolo – con un porticato di 84 pilastri – misura ben 15000 metri quadrati. Ovvero 5000 in più di quello ad opera di Michelangelo, della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Certosa romana dove San Brunone venne mandato poco dopo aver costituito, nelle Alpi del Delfinato, l’ordine monastico certosino.
Parlando del chiostro della domus superior di Pesio, non si può prescindere da un discorso più ampio sugli elementi distintivi dei chiostri in Occidente. E, nello specifico, quelli legati alla regola monastica certosina. Essi sono infatti caratterizzati dalla separazione fisica dei corridoi coperti, mediante muretti bassi, interrotti da pochi accessi all’area del giardino.

 

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Ala Sud

 

Ma il termine chiostro ha già in sé il significato di separazione. Derivante dal termine latino claustrum (serratura) – per estensione clausura – indica la divisione e l’isolamento dei monaci dal mondo esterno. I quali, infatti, intorno al chiostro trovavano disposte le proprie celle – ove pregare e lavorare – con piccole finestre in cui era collocata la ruota per ricevere i pasti giornalieri.

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Ma, come già detto, questa struttura di raccordo tra le varie celle, e di passaggio verso gli edifici della vita comune – in primis la chiesa ove recarsi per le funzioni tre volte al giorno – è lo spazio inteso come Galilea maior. Un luogo simbolico, più che un chiostro in senso stretto. E se il carattere precipuo del portico claustrale sta nel suo spazio vuoto che include l’uomo – l’uomo di fede che al suo interno vi cammina, in meditazione, in preghiera – Galilea significa proprio “passaggio”, “trasmigrazione”. Perchè è in Galilea che Cristo insegnò agli uomini a migrare con lo spirito dalle cose terrene al cielo. E, sempre in quella terra, Cristo passò dalla morte alla vita con la Risurrezione. Così la Galilea esprime, anche, il significato di passaggio spirituale dalle cose visibili a quelle invisibili (Leoncini, 1990).

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Occupata da una fonte d’acqua e da un cimitero, la Galilea aveva forme quadrilatere, suddivisa al suo interno in modo cruciforme in quattro aree, tramite vialetti. Questa divisione rispecchia i princìpi di bellezza ideale, derivata dell’“ordine divino”. Simbolico Hortus conclusus, prodotto di quel simbolismo mistico di cui sono intrisi il Medioevo e i secoli a venire, il giardino è il luogo protetto dai pericoli esterni, in cui ricreare l’immagine dell’Eden. E l’immagine edenica, paradisiaca, si riflette nella fonte. Allegoria della sorgente da cui scaturiscono i fiumi del Paradiso e, al contempo, allusione al Cristo, origine di vita e salvezza.

 

Nel centro del Chiostro Superiore della Certosa

 

Nella Certosa di Santa Maria di Pesio la presenza della fonte è confermata, tanto quella del cimitero. Quest’ultimo si trovava subito all’ingresso del giardino, sul lato orientale. Due colonne in marmo e non in pietra come le altre ancora presenti, fungono da porta, nel punto centrale del porticato che, appena oltrepassato, sulla destra – all’ombra del capitello scolpito con una croce – era il luogo sepolcrale.

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Antico cimitero certosino

 

Così la vita e la morte si alternano in questo centrale spazio monastico. L’acqua e il cimitero. La vita – il rinnovamento perpetuo della natura – si contrappone all’ineluttabilità del destino umano. Dualismo simbolico elementare, come quello del giorno e della notte. Della luce e dell’ombra. Che sotto il porticato del chiostro, tra una colonna e l’altra si alternano, al passaggio dell’uomo di fede.

 

Manola Plafoni

 

[Articolo comparso sul N.30 – dicembre 2016, del Periodico di informazione storico-culturale Chiusa Antica]

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Nel Deserto

 

Per molti secoli, all’interno delle mura certosine, i monaci hanno vissuto “il desertum”; un luogo simbolico con un profondo legame con le Scritture.

L’ordine dei Certosini è ritenuto una delle confraternite più rigide della Chiesa Cattolica Romana. Ma la vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine, nell’isolamento – il cui centro è l’eremo – è un paradosso. Poiché un gruppo di eremiti si unisce nel condurre una vita comunitaria. Ogni monaco, infatti, “deve pulire le proprie vesti, svolgere la pulizia dei piatti, lavorare il giardino, tagliare la legna, leggere libri e sbrigare le faccende per il monastero” (P. Gröning). Tuttavia, in questa piccola comunità, ognuno mantiene la propria sfera di solitudine, all’interno della clausura. Il termine stesso: monaco, deriva dal greco “monos”, solo. Mentre dal greco “monastèrion” – il monastero – è “la cella dell’eremita”. La quotidianità certosina è scandita non solo da momenti di preghiera e meditazione solitarie, ma anche da momenti di lavoro e altri di preghiera comune. La loro è una vita molto intensa e non mancano le liturgie, dalle due alle tre ore, nel cuore della notte. Ma ciò che oggi meraviglia di quest’ordine monastico ascetico, è la Regola del Silenzio. Un rigoroso, quotidiano, silenzio. Fatta eccezione appena per poche ore, un dì la settimana.

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A differenza dei Cistercensi e dei Trappisti, che osservano ugualmente il Silenzio, i Certosini vivono ognuno con se stesso. La loro individualità trova la propria espressione fortemente nella cella e nel desertum.

Il deserto.

Questo luogo simbolico, nella Certosa di Santa Maria di Pesio (CN) era incluso “entro le mura trecentesche” (Padre Peyron). Come si apprende da un’antica planimetria conservata nella Biblioteca Reale di Torino (Dis. II 83); e da quanto l’architetto Tosco (La Certosa di Santa Maria di Pesio, 2012 – pag. 37) trascrive del suddetto piano: “Deserto, ossia sito entro cui trovasi prescritta la clausura della Certosa”. Le mura che delimitavano il monastero vanno ancor oggi dall’area ovest verso il torrente Pesio, alla zona più a monte – oltre il chiostro superiore – ad est, ai confini con la grangia di San Giuseppe. Mentre le mura sull’asse Nord/Sud sono quasi confinanti con i valloni rispettivamente di San Giuseppe e quello detto del Cavallo. Tali mura sono perfettamente visibili e in molte parti in buono stato di conservazione, fatta eccezione per le torrette, pressoché crollate.
Così il deserto non è un luogo fisico ma uno spazio simbolico, con un profondo significato congiunto alla devozione, a partire dalle Scritture.

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Il deserto è un territorio inospitale che evoca sterilità e morte nel nostro immaginario. È lo spazio dell’abbandono. In questa realtà sconosciuta e desolata, luogo dell’assenza della parola e dell’assenza della vita – sia vegetale che animale – tutto è brullo e infecondo. Ma già a partire dall’esperienza degli anacoreti dei primi secoli dopo Cristo, il desiderio di apprendere la via per il raggiungimento di Dio è compiuto nella regione arida per eccellenza. Il deserto è condizione essenziale per un’autentica esperienza spirituale di fede. “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” ( Luca 4,1). Gregorio Magno afferma che “Mosè apprese nel deserto la missione che nessun uomo gli aveva insegnato” (Dialoghi, libro I.7). E per il teologo mistico Riccardo di San Vittore (XII secolo) esso è il logo della vita eremitica interiorizzata.
Vi è però una contraddizione interna, in questo simbolo fecondo della Bibbia. Un’antinomia che conduce da uno stato di sterilità ad uno più alto, più vicino a Dio. San Matteo (12, 43) descrive il deserto come “popolato di demoni”. Gesù è tentato proprio al suo interno (Marco, 1, 13) e l’eremita Sant’Antonio abate – che vive in solitudine nel forte abbandonato sul monte Pispir, in Egitto, tra il III e il IV sec. d. C. (Atanasio, Vita Antonii, 357 c.) – vi subisce l’assalto seduttore delle tentazioni. Poiché è anche il luogo dei desideri e delle immagini diaboliche esorcizzate. Ed è il luogo della punizione d’Israele (Deuteronomio, 29, 5) e il rifugio dei demoni (Luca, 8, 29). Eppure Giovanni Battista predica la penitenza e la conversione (Matteo, 3, 1 e paralleli) nel deserto della Giudea, fuori Gerusalemme, per annunziare l’imminente venuta del Messia (“Ecco l’agnello di Dio” – Gv 1,29). E addirittura, secondo le fonti apocrife, lascia sin da piccolo i suoi genitori per condurre nel deserto una vita di penitenza. La solitudine della desolata Tebaide conquista poi Paolo – considerato il primo eremita – che vi rimane per circa sessant’anni (San Gerolamo, Vita Sancti Pauli primi eremitae), nutrendosi dei pochi frutti che trova e di un mezzo pane che ogni giorno gli viene portato da un corvo. E tra gli uomini di Dio che fanno esperienza della vita nel deserto, vi è anche uno dei quattro Dottori della chiesa: San Gerolamo, che matura la decisione di farsi monaco e vive come eremita nel deserto della Calcide tra il 353 e il 358 d. C.. Suoi attributi iconografici – oltre a quelli più noti, che sono: il leone e il libro – strettamente connessi agli anni vissuti da eremita, sono il teschio e la clessidra; che alludono alla meditazione sulla caducità delle cose terrene. E tra le numerose rappresentazioni del Santo di Aquileia vi è quella cinquecentesca di Lorenzo Lotto (San Gerolamo penitente), in cui ha in mano una pietra, con la quale si percuoteva il petto non solo in segno di penitenza, ma anche per vincere le tentazioni della carne. Mentre ai suoi piedi striscia una serpe, simbolo del demonio insidioso, pronto a tentare l’eremita nel deserto.
Questo contrasto tra debolezza della carne e forza dello spirito, è un tema ricorrente nel Vangelo. Il drammatico dualismo tra bene e male riguarda direttamente Gesù nei quaranta giorni di digiuno dopo il Battesimo. Sul “Monte della quarantena”, nel deserto intorno a Gerusalemme (Vangeli sinottici) egli viene tentato tre volte. La prima è la tentazione di tramutare i sassi in pane; poi vi è quella di buttarsi dalla guglia del Tempio, chiamando in soccorso gli angeli; e, infine, la tentazione del diavolo che gli offre le ricchezze della terra in cambio di un atto di adorazione. A quel punto Gesù lo caccia con l’emblematica frase: “ Vade retro, Satana”.
L’esperienza del deserto diventa finalmente il luogo propizio alle rivelazioni. La ricerca stessa dell’Essenza evoca la ricerca della Terra promessa (attraverso il deserto del Sinai). Così il popolo d’Israele vaga per quarant’anni nella desolata regione tra la terra d’Egitto e la terra dove scorrono latte e miele (Libro dell’Esodo). Questo lungo cammino da compiere, questo deserto da attraversare, è ben più di uno spazio fisico: da una parte vi è la schiavitù, dall’altra la libertà. Simboli di sofferenza una e di felicità l’altra. E non a caso Gerusalemme significa “luogo della pace”.
Gli innumerevoli esempi biblici fanno, dunque, del deserto il luogo della verità. Ed esso è logos del tempo di crescita e di maturazione. Il tempo della preparazione che porta alla consapevolezza di sé e alla pacificazione con noi stessi. Un’esperienza spirituale universale che travalica la tradizione cristiana, perché è una dimensione dello spirito, è uno schema mentale, intellettuale, col quale affrontare la vita.

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Oggi la Certosa di Pesio è una casa di spiritualità. I missionari della Consolata accolgo giovani, giovanissimi, adulti e famiglie, negli stessi ambienti dove fino al 1803 vissero i certosini. «Abbiamo trasformato in luogo di preghiera, meditazione e adorazione, una cella abitata per secoli dai monaci». Spiega Padre Peyron, riferendosi proprio ad una piccola stanza che chiamano: il Deserto. E continuando: «cerchiamo di offrire a chi viene un clima di silenzio, di preghiera e di gioiosa condivisione nel clima confuso, affannato e preoccupato dell’oggi. Ci sembra che la gente cerchi questi “spazi” per ritrovare se stessi […] in contrasto con la vita frettolosa odierna».
Così, tra queste secolari mura, il desertum perdura. Senza discostarsi molto dall’antico senso del cercare Dio nella propria solitudine, nella “solitudine del cuore”. Poiché solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. E quando il linguaggio scompare – allora – si inizia a vedere. Perché è nella solitudine che il cuore viene arricchito.

Manola Plafoni

 

(Questo articolo è apparso sul N.29 – 2016; del periodico di informazione storico-culturale: Chiusa Antica)

Don Mauro Ferrero

Borgata Fiolera. L’India & la scrittura

[Intervista realizzata nell’agosto MMXIII]

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La Valle Pesio (CN) I boschi oltre la borgata Fiolera

 

 

«La famiglia Ferrero da cui provengo era composta da due fratelli: Domenico, che sarebbe mio nonno, “barba Net”, e Andrea, “barba “Ciot”. Erano “marghè”. Da San Pietro (29 giugno) a San Michele (29 settembre) andavano con le mucche e alcune capre in montagna, oltre la Certosa di Pesio. Poi si son divisi, hanno cessato quest’attività per dedicarsi alla campagna. E hanno fatto i contadini. Ricordo ancora il caldaio di rame, dove facevano il formaggio. Il “grande pentolone”, pertanto, legava ancor di più le due famiglie; che l’adoperavano anche per la lascivia primaverile e talvolta per il bagno dei bambini.» Inizia così a raccontare don Mauro Ferrero; classe 1924, nato il 14 aprile. E – come lui stesso sottolinea presentandosi con una battuta – “tutti quelli che nascono nei mesi con la “R sono “un po’ pazzerelli”.

Corporatura snella, spalle diritte, naso importante. Dallo sguardo mite e al contempo profondo. Cammina a passi brevi, parla lentamente, lucidissimo. La sua calma trascende l’uomo religioso, l’uomo avanti con l’età. È di chi ha visto e ascoltato tanto. Di chi si è soffermato e ha ammirato; fatto amicizia con l’uomo di ogni razza e religione. Di chi ha preso appunti durante il viaggio della vita.
Poi una nota d’ironia compare sul suo volto, che si allenta in un sorriso e diventa risata gentile. Don Mauro Ferrero – il cui nome di battesimo è Giuseppe, ultimo di nove figli, proveniente da Fiolera, la borgata più antica della Valle Pesio – riprende a raccontare della sua famiglia. «Domenico ha avuto un figlio: mio babbo, Vincenzo. Ferrero Vincenzo. Che ha sposato Ellena Giovanna, di “Monfort”. Il nonno Domenico, invece, aveva sposato Angela “du Castel” (Gola), sorella di “barba Murìsiu” di San Bartolomeo.» E continua: «Il babbo Vincenzo aveva tre sorelle. Una ha sposato “barba Martin” (Musso) di Vigna, e le altre due erano suore. Suore al Cottolengo di Torino. Una di loro è morta in un incidente stradale a Milano. Ma già mia nonna Angela aveva una sorella suora al Cottolengo.»
Certo quando si parla di parentele raccapezzarsi non è semplice; specie se si fa riferimento all’Ottocento. Ma ciò che salta all’occhio è l’attitudine consanguinea alla vita ecclesiale. Le famiglie “Gola-Ferrero”, infatti, erano conosciute, non solo come di grandi lavoratori ottimisti, ma soprattutto per esser religiose di spirito. Propensione che nella numerosa famiglia Ferrero si è estesa anche a metà dei figli.

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Una rarissima foto di Don Mauro Ferrero

Ma andiamo per ordine. I fratelli di don Mauro erano: Domenico (1908), missionario in Brasile; morto e sepolto a Caxias du Sul nell’ 85. Luca (1910) e Angela (1912) sposati con famiglia, han vissuto in Francia. Margherita (1913), “suor Cesira” paolina ad Alba, poi rientrata a casa per accudire gli anziani genitori. Caterina (1915), “suor Vincenza”, anch’essa religiosa tra le Pie Discepole del Divin Maestro, ad Alba e in seguito in Argentina e a Roma. Giovanna (1916), morta piccolissima; cui è seguita un’altra Giovanna (1919), sposata con famiglia, vissuta e deceduta a Chiusa di Pesio nel ’92. Vincenzo (1922), che nel ’38 rivelò al fratello Giuseppe, già chierico, di volersi fare prete: “Ma non uno comune…”. Arruolato poi alpino e nel ‘43 morto disperso in Russia.

«E io sono l’ultimo: “Beppino”. Giuseppe. Sono il cocco di mamma, “Magna Giuana”!» scherza. Nei suoi occhi c’è gioia quando afferma che il lato del suo carattere così ottimista e allegro l’ha ereditato proprio da lei. «Il buon umore di mia madre fioriva d’istinto e diventava contagioso. Qualche volta mi prendeva con sé per andare a visitare le famiglie dei parenti. Ovunque eravamo ben venuti. Mamma portava allegria e un regalino. Io ero contento perché mi aspettava una buona pasta asciutta e non la solita polenta, anche se buona.»

Quindi riprende a narrare e il suo sguardo muta ancora nel domandargli il perché della scelta del nome di professione religiosa “Mauro”; diventa espressione d’ovvietà: «Da Fiolera! Dai “Maü”. Ma la mia storia è molto semplice.» Continua: «Sono stato ordinato sacerdote della Società San Paolo il 7 giugno 1950. Nel 1951 destinato all’India. E adesso comincia la storia bella…»

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Dall’alto: Don Mauro Ferrero. Con il Beato Alberione. Missionario in India

Le sue parole si caricano di colori. «A novembre sono sbarcato a Bombay, in India, come missionario della buona stampa. Non sapevo la lingua, ma mi assaliva il desiderio di comunicare con il popolo. Di giorno la gente affollava le strade e di notte dormiva sui marciapiedi! Io mi son domandato: come posso dare un messaggio a questa gente?» E prosegue. «Per prima cosa mi son chiesto: con quale nome? Ferrero? E siccome gli orientali non gradiscono nomi e cognomi occidentali…» sospira «Ferrero non andava bene. Giuseppe ancor di meno. Allora: Mauro. Che con mia meraviglia fu tradotto in lingua nazionale hindi in: Maurya.» La sua storia si fa avvincente. Don Mauro prosegue: «I Maurya erano una grande dinastia d’imperatori prima di Cristo, che hanno governato l’India per molti secoli.» E specificando: «Quindi da Maurya lo pseudonimo Maurus, con cui sono firmati i miei libri. Questo fortunato frangente aiutò a divulgare rapidamente i miei testi, non solo in India ma in tutte le nazioni di lingua inglese. Fino adesso ho scritto 125 libri, molti sono “best sellers” e tradotti in diverse lingue.» Egli, infatti, nella città indiana di Allahabad, non si dedica solo all’apostolato paolino; la promozione pastorale e culturale è integrata con il lavoro nella tipografia e nella libreria allestite in loco.

2010 - La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero la seconda domenica di Pasqua.
2010. La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero (nel centro) la seconda domenica di Pasqua.

 

Nel proseguo del suo racconto precisa: «Indù, buddhisti e mussulmani, come autore mi credevano un discendente dei Maurya.» Sorride. «Sangue blu. Brahmano.» Cioè appartenente alla più elevata casta indiana. «I cristiani mi consideravano un monaco. Molti, dunque, compravano i libri di Maurus.»
Il primo testo redatto da questo artigiano della penna , che ha vissuto per trentacinque anni in India e viaggiato in ogni dove del mondo, supervisore generale delle edizioni Paoline, s’intitola: Just a moment please. “Solo un momento per favore” (1958). «È una raccolta di 365 messaggi, uno al giorno.» Spiega.

 

Don Mauro Ferrero mentre scrive.
Don Mauro Ferrero mentre scrive

«Di questo libro – noi eravamo molto poveri! – ho ricevuto un primo ordine di pubblicare cento copie.» Pare di vederlo, là in terra asiatica, giovane sacerdote che si domanda quale sia il modo migliore per divulgare. «Tutti i miei libri sono molto semplici. Una storiella. Una spiegazione. Illustrati. Con aneddoti e proverbi. Presento ai lettori una verità e tutto rende la lettura scorrevole e piacevole. Questo è il mio modo di comunicare!» E già solo il primo volume raggiunge le trecentomila copie; ben quarantanove edizioni in Messico.
Nel suo secondo libro – 8 tappe per il successo (Nell’edizione italiana: Felici voi; Ed. Paoline) – presenta le otto Beatitudini evangeliche come via alla felicità. «Nelle scuole indù era usato come testo di morale.» Racconta con tono genuino. E precisa: «Io non sono apologetico. Non difendo. Ma propongo. La proposta tutti possono accettarla. Non offende nessuno.»

Il primo libro di Maurus, nell'edizione Italiana. Il testo è stato tradotto in più di 10 lingue
Uno dei suoi numerosissimi libri (Ed. Paoline) tradotto in oltre 10 lingue

Nel frattempo nel seminario locale insegna latino e filosofia indiana. Il suo amore per la letteratura e la cultura di quella terra è profondo. Impastato col Vangelo. Legge i classici degli Upanishads e Bagavad Gita – che poi insegna ai seminaristi paolini – e da essi apprende il motto: “Lascia che nobili pensieri vengano a te da ogni parte”. Tema dei suoi scritti diviene così: l’amore universale; la pace nella famiglia e nella società. La gioia. Il benessere.
Fra i riconoscimenti più prestigiosi: nel 2003 è decretato “Uomo dell’anno” dall’American Biographical Institute. Mentre a Mumbay, il 6 maggio 2012, è stato conferito il primo Fr Maurus Ferrero Annual Award (premio annuale), istituito per celebrare la pluriennale attività del paolino, fondatore , tra l’altro, della prestigiosa collana St.Pauls Better Yourself Books e di due periodici mensili: The Teenager today e Inspirational Quote.

mille e una storia
Don Mauro Ferrero scrive per le Ed. Paoline con il nome “Maurus”

Ma il quasi novantenne don Mauro, che ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, è anzitutto uomo semplice e d’animo gioioso. Da oltre vent’anni è cappellano nell’ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale, dove ogni giorno fa visita ai ricoverati.
Nel concludere la sua storia non tralascia gli aneddoti e racconta ancora di quando era in seminario ad Alba: «Un giorno il superiore generale don Alberione mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Quanti anni hai?” Ne ho ventisette, gli ho risposto. “Quanto pesi?”. Sessanta chili. “Quanto sei alto?” Un metro e settanta. “Ecco” mi ha detto “hai età, peso e altezza giusti per andare in India!”»

Don Mauro Ferrero con don Alberione, in India. (Foto Paoline)
(Photo: Paoline) Il Beato Don Alberione (a sinistra), con Don Mauro Ferrero, in India

L’Alberione lo raggiunge in visita nel 1953. Ed è allora che gli suggerisce di iniziare a pubblicare, a diffondere. Mette don Mauro a capo del settore pubblicazioni e, benché lui non conosca ancora l’inglese, lo sprona dicendogli: “Comincia a scrivere. Ci riuscirai benissimo”. Sembra compiersi una profezia. Il suo spirito missionario si sposa con l’aspirazione letteraria. «Fin da quando, a tredici anni, son andato in seminario, avevo il desiderio di scrivere.» Ricorda il sacerdote con la stessa calma e semplicità che si delinea nei suoi testi. «I miei libri sono proiettati a creare un mondo migliore. Più umano e più socievole. »
Poi resta un istante in silenzio. I suoi occhi brillano.
«Io mi considero un miracolato del Beato don Alberione.»

Manola Plafoni

[Quest’articolo compare sul N.24 – dicembre 2013 / del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Chiusa di Pesio – CN)]

Attualmente Don Mauro Ferrero ha 92 anni e vive a Roma

Dalle lettere del frate Cumino pagine di Storia locale (I)

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Uno spiraglio di Storia locale degli ultimi dodici anni del XVIII sec. e i primissimi del IXX si estrinseca da un carteggio. Una raccolta di lettere (ritrovata negli archivi dell’Accademia delle Scienze di Torino dal Prof. Cristoforo Masino) che il frate della Certosa di Pesio Cumino scrisse al medico e botanico torinese Bellardi.
Dai 93 fogli rinvenuti, dove vi sono trattazioni soprattutto botaniche e micologiche, ho potuto estrapolare piccole, rilevanti e talvolta sorprendenti, informazioni su quel periodo (che qui di seguito indico tra virgolette).

Così sappiamo con certezza che, negli stessi anni caratterizzati dal sapere scientifico e razionale dell’illuminismo (fine ‘700), “il Monistero” certosino è attivo a tutti gli effetti. Pieno di persone, frati, novizi ma anche “servi”. E “la spezieria … per la moltiplicità degli infermi che vi è … in questa Valle, e Certosa” è sovente presa d’assalto da “questi abitatori Valpesiani” che non possono permettersi le cure del “medico Maurizio Antonio Bruno” della “Chiusa”. Le lettere testimoniano le attività “di questa clausura” che si potevano solo immaginare, come “le grandi occupazioni e fatiche intorno alla Porta, e nella scorsa settimana m’ hanno aggiunto la Cucina”, o ancora: “distillar l’ acqua” e “attorno a torcer il miele e la cera” o il lavoro “nel mio piccolo orto”, ed anche: “m’hanno fatto Pristinajo” (panettiere). Addirittura, con riferimento all’ospite Padre Vicario della Certosa d’Asti: che “non ha mai più atteso alla miniatura”.

Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l'inizio dell'800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_
Il Cumino vive nella Certosa tra il 1788 e l’inizio dell’800 e da lì scrive più di novanta lettere al botanico Bellardi, a Torino_

Chi parla in prima persona è Giovanni Paolo Cumino, giovane farmacista nativo di Revello. La sua prima lettera di questa corrispondenza è datata 19 luglio 1788. Ha ventisei anni, da due ha conseguito il brevetto di speziale ed è (presumibilmente) entrato da poco alla Certosa di Santa Maria. Per comprendere meglio il quadro storico del periodo di cui tratto, è utile ricordare che di poco più giovane è Napoleone Bonaparte, nato nello stesso anno in cui sale al soglio pontificio papa Clemente XIV (1769).
“Spero che mi metteranno nel Noviziato per poi far la professione nel 1790 in giugno” scrive il 21 agosto 1788 il Cumino, che intanto si è scelto il nome da religioso di Fra Ugo Maria. Lo ribadisce in data 27 novembre del medesimo anno ma poi purtroppo scrive anche: “Quest’ impegno mi fa tardare il Noviziato sin’ al futuro autunno, o nell’ inverno, ma non mi fa pena affatto, perchè ho piacere di proseguir ancor quest’ anno i giri botanici, acciò essendo vieppiù internato nel principiato Studio mi sia poi più facile la ritentiva”.

"Spezierie" In realtà questa foto (M. Plafoni) è d'esempio, perché scattata sull'isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa
“Spezieria”
In realtà questa foto (M. Plafoni) è d’esempio, perché scattata sull’isola di Maiorca, presso la Certosa di Valdemossa

Il linguaggio dell’epoca pare oggi singolare e a tratti poco comprensibile. Ma dagli scritti del nostro speziale, la cui calligrafia è curata e leggibile, emerge come egli si inoltri con passione “in questo piacevole Studio Botanico”. E talvolta, essendo vincolato agli impegnato religiosi “non potendo andar io per le montagne lascio a molti pastori di portarmi l’erbe che le vengono alle mani ma essendo questi assai dati all’ozio, ben di rado ne posso ottenere da loro”. Ricavo quindi informazioni strettamente legate alla Valle Pesio, come il numero approssimato di “3000 anime” e “il numero immenso delle pecore e capre … che eccedono i 4milla”. Una triste informazione riguardante la maggior parte degli abitanti è poi nel passaggio di una lettera al Bellardi: “non potrebbe trattener le lacrime nel veder tante miserie, e l’ assicuro che se non fosse del Soccorso della Certosa il più perirebbe, li necessita di tutto”.
Sul finire del Settecento, negli anni delle più belle composizioni di Mozart, nella nostra valle la corrispondenza (“il porto da Pesio a Cuneo”) è efficiente ed affidata a “il nostro Cavallante, che carica tutto, e conduce sino a Cuneo”; tale signor “ Ferrero” che “riceve dalla Certosa e per la Certosa … pesa tutto, ed è pagato dal Monastero al fine dell’anno”. Ma sorprende poi leggere che: “avrei spedita l’ altra cassietta che teneva in pronto se il nostro cavallante non si fosse infermato, e reso defunto”.

Un'immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud
Un’immagine della Valle Pesio, appena fuori le mura del monastero, verso Sud

Ciò che purtroppo caratterizza quegli anni sono però le malattie. Scrive Cumino il 18 Dicembre 1788: “il Ciel preservi pur dalla corrente epidemia”. Questa è “La Brienne … che è assolutamente tosse e raffreddori di capo e di petto, come presentemente ne siamo assaliti noi, avendo principiato io, ed in seguito gli altri Religiosi, di cui ne conto otto oltre i servi, che sono dieci, e si può dir che tutte le ore ne viene assalito qualche duno”.
Il contagio è diffuso. “Nella Valle poi, in tutte le case vi è tal malattia. Alla Chiusa è poi differente, ed è interpretato mal di Costa falso, e con questo male se ne vanno alcuni nei Campi Elisj.” Così anche nella stagione estiva (26 luglio 1791) “la quantità degli ammalati, sebben pochi religiosi”. E ancora pagine grigie tra il febbraio e l’aprile del 1796 su “la moltiplicità grande degli ammalati che vi sono nella Valle”.
La malattia è così descritta: “In primo si sentono uno spossamento di forze alle gambe, braccj, colle vertebre a cui succede un forte dolor di testa, con qualche poco di gravame allo stomaco, il polso frequente, la bocca amara, (un calore intenso che desiderano sempre bever freddo, questo sintomo accade più alle Donne, che agli Uomini), e dopo il quarto, o sesto giorno compare un’esantema sull’ Epidermide che è di carattere petecchiale, e questa eruzione, o macchie, sono a chi rosse, e a chi livide, e quest’ ultimo spesso li conduce alla fossa”. E ancora: “in varj de’ Malati ho osservato … che i vermi espelliti e per vomito e per secesso furono di color sanguigno di modo che parevano formati dal med.mo Sangue”.

Boschi attorno alla Certosa di Pesio
Boschi attorno alla Certosa di Pesio

Ma, tralasciando i rimedi che vengono adoperati per questa presumibile forma di Peste, o Tifo petecchiale (cit. V. Somà 2012), strettamente legata alla cattiva alimentazione della gente povera è la causa di tale malattia: “non essendo venute in perfetta maturazione le Castagne, l’ hanno dovute raccoglier semi mature, quindi essendone restate una porzione sotto la neve intempestiva che giù cadde, e poi liquefattasi, hanno di nuovo raccolte queste castagne che furono gelate, delle quali nutrendosi per non aver altro, gli generano tanti vermi, e non sostentano affatto la macchina, motivo per cui la ragiono io che sopravviene tal malattia acuta”. Tra le numerose pagine dello speziale che parlan dello stato di salute delle persone, ve ne sono poi alcune con riferimento anche agli animali: “Temiamo anche qui l’Epidemia corrente delle Bovine, che in qualche parte vicina al Mondovì ha già fatto qualche strage in varie stalle”.

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Il chiostro superiore (sullo sfondo il porticato del lato Sud)

 

Scorrendo i numerosi fogli, alcuni poi portan indicato solo il numero 4. L’anno però è il 1796, quello de I Capricci dipinti da Goya e, ironia della sorte, nello stesso anno i capricci li fa anche il tempo, tant’è che il Cumino scrive: “Noi qui godiamo un felicissimo inverno senza neve”. Ma questa è indubbiamente l’informazioni meteorologica del tempo più rilevante, fra le varie che si ricavano.
Per concludere questa prima parte di Storia locale della fine del Settecento, elenco quindi alcuni dei “nomi vernacoli” che il nostro Cumino riesce a “ricavare da questi abitatori Valpesiani riguardo alle piante”, come: “Erba Mulina”, “Erba Plòsa”, “Erba Marsolina” e “Linsantòn Servai” di cui “le capre ne sono avidissime”. Vi sono poi le “Pèr Marin” (le pere), le “Lavasse Plòse” e la “Tartarèa” di cui scrive: “Erba perniciosissima ne’ prati”. O anche la “Smorbia” di cui “applicano le foglie sulle piaghe massime delle gambe, qualche volta con giovamento”. E il “Bergognon” che “entra nella minestra d’erbette in porzione”. Nomi molto simili o addirittura uguali a quelli che adoperiamo ancora oggi in dialetto. “Sciappateste”, “Lambron”, “Fior d’ l’ annonsià” ed anche “Pissa Sangh” così chiamati “perchè quando le vacche ne mangiano le fa orinar sangue, e per esser certo della verità m’informerò meglio”. E poi le nostre apprezzate “Orle”, che più di duecento anni or sono venivan già denominate così e di cui sappiamo che “di queste ne mangiano assai in minestra”.

Un affettuoso ringraziamento a Vittorio Somà per la disponibilità e passione.

Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio
Foto scattata nel chiostro inferiore della Certosa di Santa Maria di Pesio

Quest’articolo è comparso sul N.25 -Giugno 2014 del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Cuneo)

Scritto da Manola Plafoni