Possessione diabolica. Eccezionali casi nella Certosa di Pesio. (PARTE PRIMA)

Dagli archivi di oltre tre secoli fa emergono gli autentici resoconti legati alle vicende straordinarie di due monaci.

Due casi veramente singolari legati al monastero certosino della Valle Pesio affiorano, non senza lasciar stupiti i lettori, da documenti dell’Archivio di Stato di Torino e di quello di Genova. In particolare, uno studio approfondito del Dr. Giacomo Casarino, dal titolo: “Malattia o sofferta simulazione?”, argomenta la tesi omonima.

Ebbene, siamo a cavallo tra Seicento e Settecento, al culmine di un’epoca tristemente nota per la “stregoneria”. In quel tempo la clausura di Pesio è legata, da quasi tre secoli, da un particolare vincolo con le Certose di Casotto e Rivarolo presso Genova. Entrambe appartengono alla Provincia Lombarda dell’Ordine certosino, perché nel 1369 il territorio italiano era stato suddiviso in tre Province dell’Ordine, dove le altre erano la Tuscia e quella detta “di San Bruno”, in Meridione. Ma il vero legame che unisce queste due Certose del Piemonte meridionale, con quella genovese, è soprattutto simbolico. La preghiera a suffragio dei rispettivi defunti. Questo motiva anche la consuetudine di scambiarsi monaci temporaneamente, in qualità di hospites.
Nell’arco di appena quattordici anni (1691-1704) due monaci genovesi – al secolo Gio Antonio Boasi e Felice Ferrari – vivono avventure a dir poco spiacevoli, nel convento di Pesio.
Il primo, Padre Carlo Boasi, nasce a Genova, frequenta il collegio dei Gesuiti e, diciottenne, entra nell’ordine dei certosini, come il fratello Alessandro. Egli è Professo nel 1686 e, una volta vestito l’abito monastico, assume il nome del padre – Carlo – nientemeno che cancelliere della Curia arcivescovile genovese. Entrato nella Certosa ha il ruolo di sacrista ma, da subito, il Priore non è contento del suo noviziato perché dà “segno di materìe”. Oggi diremo che “dà di matto”. Molto probabilmente non vuole fare la professione. La sua è una monacazione forzata.
Passa quindi un periodo nella Certosa della Valle Pesio come hospes, dopo il quale inizia la sua effettiva vita nel monastero ligure. Ed è a questo punto che atti processuali raccontano che, non solo non partecipa al “choro” né di giorno, né di notte, come prevedono le liturgie certosine, ma non prende neppure parte alla Santa messa. Le conseguenti sanzioni che subisce, sono sia disciplinari che cautelative. Ma soprattutto emerge che già presso i padri della Certosa di Pesio ha mostrato gravi segni di “disturbi che dava a Reverendi padri come indemoniato, e li detti disturbi li continua qui”. Testimonianza, questa del certosino genovese Gerolamo Guastavino, datata 8 settembre 1695. Eppure esistono atti ancora precedenti, che comprovano lo stato di indemoniato del Boasi già nel 1688, e quindi in giovane età.
La faccenda si complica, non sono solo squilibri occasionali i suoi, è ormai necessario che la questione venga sottoposta ai vertici ecclesiastici. La causa relativa al Boasi viene affidata a Giulio Vincenzo Gentile, arcivescovo di Genova, e al priore della Certosa di Rivarolo, il quale, in conclusione, sancisce la Restitutio religionis in integrum. Ovvero un atto di risarcimento, che consiste nel ripristinare la situazione esistente prima del danno occorso. È pertanto decisa la nullità della professione monastica.

Indemoniato dunque? O, più razionalmente, Gio Antonio Boasi è un nevrotico. O un uomo molto suggestionabile.

Resta indubbio che nella Certosa di Pesio è accaduto qualcosa di grave. Una volta tornato a Genova, a detta di tutti, il suo comportamento muta radicalmente. Passa dall’essere carente nella sua formazione di novizio, ma comunque ossequioso delle regole, ad apparire come sicuramente invasato dal demonio e disturbatore della quiete monastica.
Gli antefatti piemontesi risalgono al 1691. Si parla di “aspersione d’acqua Santa e contorsioni” presso la Certosa di Pesio: “cum Monachus aqua benedicta circumstantes de more aspergeret, idem Carolus in terram cum inconditis clamoribus et contorsionibus provolutus”. Questo recita il “Breve pontificio” di Innocenzo XII. L’intervento del pontefice vale a riavviare il procedimento che evidentemente è rimasto in sospeso, a causa della morte dell’arcivescovo Gentile. Il quale, come deputato della Sacra Congregazione, aveva fatto riconoscere don Carlo come “indemoniato, maleficiato”. Dal luglio 1695 riparte la raccolta delle prove a carico del Boasi, con attestazioni rilasciate sia dai monaci di Pesio che del monastero di Genova. Le testimonianze raccolte nell’iter processuale vanno dai monaci agli esorcisti esterni, allo speziale, al cuoco del monastero, all’ortolano, ecc.. Esse convergono con quanto afferma l’hospes milanese Benzoni, che asserisce: “Nel tempo che son qui è stato travagliato dal demonio con gettar urli e spaventar li monachi et altre persone secolari, di modo che li monachi restano inquietati tanto di notte come di giorno per suddetti urli, clamori, storcimenti et atti che fa”. E aggiunge: “anco ho inteso che esso faceva prima che io venissi”. Non stupisce quindi che numerose attestazioni concordino nel descrivere Gio Antonio Boasi, fin dalla gioventù, sottoposto dal suo stesso padre, alle cure di vari esorcisti genovesi.
Il suddetto Dositeo Benzoni, milanese, residente nella Certosa di Rivarolo solo da quindici mesi, si vanta d’aver fatto “studi particolari nelli libri che trattano di questa materia”. E descrive l’esorcismo che pratica sul Boasi, nonostante la promulgazione di papa Paolo V del Rituale Romanum (1614). Restano, infatti, in uso per tutto il Seicento svariati manuali di esorcismo (Locatelli, Menghi, Canale, ecc.) che verranno censurati e messi all’Indice nella prima decade del Settecento. Il Benzoni dice: “quando arrivai nell’esorcismo a dire le seguenti parole: Ecclesia superavit […]mantenendo io la mano con forza sopra il capo di detto don Carlo che con occhio torvo mi guardava rispondendo, il demonio non superavit, et io replicando più volte superavit, esso replicando, lo sforzai in virtù dell’esorcismo a tacere, et sforzai il demonio a ritirarsi nell’estremità del piede di don Carlo sinistro […]”.

In quegli anni viene fatto “leggere e scongiurare” molte volte. È uno stuolo di esorcisti e un succedersi di fallimentari pratiche magico-terapeutiche. Spesso si parla di liberazioni temporanee, seguite da “ricadute”. Ma le cause del mancato effetto del rito esorcistico, che si adducono nella vulgata, possono essere di vario ordine. O perché gli indemoniati non si sono completamente purgati dei loro peccati, oppure perché gli esorcisti non sono del tutto preparati. Oppure, ancora, perché Dio non vuole dare a persone “ordinate”, il dono di averla vinta sul Demonio. All’epoca dei fatti l’esorcismo, innanzi tutto, non significava cacciare il demonio da un corpo o da un’anima, ma imporgli una sorta di giuramento. Invocando la suprema autorità di Dio: “adjuro te, spiritus nequissimus, per Deum omnipotentem”, di fatto il prete, attraverso lo scongiuro, ha il potere di costringere il diavolo a dire la verità. Come è implicito nei manuali cattolici di esorcismo, che insegnano a interpretare il diavolo; a chiedere il suo nome e se ha dei compagni; quando è entrato in quel corpo e per quale motivo; quando se ne andrà e quale segno darà della sua dipartita. Ma nessuno di tali elementi compare negli esorcismi cui il Boasi viene sottoposto.
Contro il Boasi sarebbe stata emessa una fattura. Ma il Benzoni precisa: “non ho conosciuto che avesse malattie naturali”; ammettendo però che i suoi sintomi “molte volte possono procedere da infirmità naturale”. E aggiungendo: “stimo che fuori di particolare miracolo di Nostro Signore, e dei suoi santi, non si possa liberare”. Ed è sempre lo stesso Dositeo Benzoni a sostenere che il maleficio poggiava su un rapporto indiretto, mediato col diavolo, che si sarebbe indirizzato preferibilmente su soggetti melanconici o ipocondriaci. I quali danno vita a manifestazioni convulsive (nel linguaggio medico epilessia o isteria). L’autosuggestione poi fa il resto: se un soggetto, che crede nel demonio, si autoconvince di essere governato da esso, non può che comportarsi secondo la sua tradizione religiosa.
Nella descrizione delle pratiche esorcistiche – osservate o direttamente praticate sul Beosi – non potevano mancare le metafore animalesche. Come: “Urlava come un cane”, o “era travagliato da quelle bestie che ha d’intorno”. Dal canto suo, lo speziale Stefano Guidi, presente ad un esorcismo di Padre Gervasio Pizzorno, riferisce: “in quel atto vidi che detto don Carlo cascò in terra e muggiva come un bue e sputava verso detto Padre e poi diceva che non lo tormentasse più quando lo batteva con la stola”.

Comunque gli esorcismi subìti dal Boasi non indicano alcuna rivelazione da parte del diavolo di cose occulte o di accadimenti al momento sconosciuti, né di profezie. Il fatto è che la stregoneria a fine Seicento è ormai caduta in desuetudine e quindi le testimonianze degli indemoniati non fan più testo ai fini della “chiamata” in giudizio penale, suscettibile di mandare al rogo le streghe (o i maghi). Diversamente la competenza sarebbe stata sicuramente del Santo Uffizio, cioè del Tribunale dell’Inquisizione.
Il colpo di grazia nelle indagini sul Boasi, arriva, infine, da due testimonianze. Quella dell’ortolano Pelisarius che afferma: “io l’ho veduto celebrare la santa messa e gliel’ho servita, ma da quattro anni in qua circa non l’ha più celebrata […] inquieta assai li Padri tanto di notte come di giorno et ho inteso [dire] che diverse volte quando li Padri erano in matutino, che esso cacciava fuori della camera cadreghe e quadri che haveva nella detta camera”. E le parole dell’esorcista Gervasio Pizzorno: “durante l’esorcismo urlava più forte che non suole fare un huomo ordinariamente”. E ancora: “si gettava sotto la sedia e l’alzava da terra con forza straordinaria”.

L’ulteriore, non scontata attestazione, sta poi nel fatto che il padre del Boasi avrebbe affidato alle cure di Antonio Maria Carosso – l’ex rettore della chiesa parrocchiale di Begato, in quella stessa Val Polcèvera – il futuro certosino Gio Antonio, ancora fanciullo, nel 1674. Quando aveva solo sei anni.
La sentenza definitiva viene emessa dai due giudici delegati apostolici, l’11 ottobre del 1695. Essi dichiarano che nessuna professione regolare fu emessa da padre Carlo Boasi, sicché ai suoi superiori è lecito espellerlo, ed è tenuto ad uscire dalla “religione” e ad abbandonare l’abito.
La sostanza sottesa di fatto è quella esplicitata nel “Breve” di Innocenzo XII. E cioè l’avere – sia lui, che per lui il padre – nascosto al momento della pronuncia dei voti, il suo essere “a Spiritibus immundis obsessus et energumenus”. Da cui consegue il dover considerare la sua professione “irregolare”.
Ma occorre ricordare che nel Concilio di Trento era stato espresso che: “Ogni religioso, il quale affermi di essere entrato in religione per forza e per timore (per vim et metum), o anche di aver fatto la professione prima dell’età prescritta, o qualche cosa di simile, e voglia lasciare l’abito in qualsiasi modo; o che se ne voglia andare anche con l’abito, senza il permesso dei superiori, non sia preso in considerazione, se non entro il primo quinquennio dal giorno della sua professione ed esponga dinanzi al suo superiore e all’ordinario i propri motivi. Se poi egli lasciasse spontaneamente l’abito prima, non gli sia permesso far valere alcun motivo, ma sia costretto a tornare in monastero, e sia punito come apostata; e nel frattempo non godrà di nessun privilegio del proprio ordine. Nessun religioso, inoltre, qualsiasi facoltà possa avere, sia trasferito ad altro ordine religioso meno severo. E non si conceda ad alcun religioso di portare occultamente l’abito del suo ordine”.

L’ultimo dubbio resta legato al perché lasci passare il quinquennio entro il quale avrebbe potuto rivolgere la sua petizione. Perché ha bisogno di qualcosa di eclatante che lo faccia dichiarare indemoniato. Evidentemente la soluzione a portata di mano, non gli appare come quella più conveniente. “Preferisce un lungo, complesso, iter giudiziario, percorrendo una via trasversale e artificiosa” (Casarino). Il povero Boasi è paradigma di un’epoca e di un ambiente. Inidoneo a quella vita religiosa estremamente austera, tipica dell’ordine di San Brunone. E probabilmente all’ombra della figura paterna, accresciuta in prestigio ed autorevolezza. Così come del fratello Alessandro, divenuto Priore di quella stessa Certosa e, successivamente, di altre Certose liguri.

Manola Plafoni

Annunci

Ho visto thanatos, così come lo sento.

L’Orfeo e Euridice all’Opera di Roma, per la regia di Carsen.

C’è stato un momento in cui ho pensato che lo scopo dell’arte fosse quello di rendere metafora ciò che incontriamo nella vita. Parlo dei grandi temi e delle emozioni importanti, sia in positivo come in negativo. Ma probabilmente più in negativo, certo. E c’è stato un momento in cui ho seriamente creduto che quella metafora potesse essere importante. Perché riconoscendola, accarezzandola, si può diventare un po’ più consapevoli e un po’ più liberi. E, per estensione, anche un po’ più felici.

Ma alcune metafore racchiudono un simbolo così greve che non so più se questo senso produca felicità.

Quando si è alzato il sipario – e non avevo alcuna aspettativa, non immaginavo nulla – nel buio,  nella penombra appena accennata da un controluce che esalta la mancanza – l’assenza di luce, di vita – è entrato un corteo funebre. Con quella lentezza, pesante e al tempo stesso ordinata, come prevede il rito, che ho riconosciuto subito.

Quello doveva essere il funerale di Euridice. E il coro di Pastori e Ninfe, vestito a lutto, accanto all’inconsolabile Orfeo, vero protagonista del doloroso momento. Ma loro li avevo già visti. O, meglio, li ho conosciuti chiaramente. Nei funerali dei miei cari. Nel disegno, pietoso, esatto, del Mio sentire dolore.

A turno, i partecipanti al funerale gettarono nella tomba di Euridice una palata di terra. Orfeo, sospeso nel nulla di quel luogo, piangeva. Piangeva la morte dell’amata.  Le furie spettrali, esseri bianchi, strisciarono al suolo come larve. Spensero la fiamma ardente nel cuore di Orfeo, e così le fiaccole in quello spazio infernale.

Orfeo vede la sua amata Euridice, ma non la può guardare. Non c’è nulla da fare.Così è la morte. Così è la perdita. La mancanza.

Così è quel vuoto inspiegabile.

Foto Fabrizio Sansoni
“Orfeo e Euridice” Foto di F. Sansoni

Nell’atemporalità del mito greco i due protagonisti indossavano abiti dei tempi nostri, ma di tutti i tempi. E combattevano le pulsioni fondamento della vita stessa: eros e thanatos. Legati in un modo talmente intimo da aver l’impressione di non lasciare mai il funerale. Neanche alla fine, con il ballo e il duetto d’amore. Tutto è rimasto cupo, grigio. E in quest’aura di solennità, il minimalismo, nella sua pura essenza, crea il “non luogo”. Perché altro non potrebbe essere, per rappresentare la morte.  “Non luogo” e “non tempo”. Mancanza. Mancanza estrema.

Timeless modern”. Come lo definisce lo stesso Carsen, il geniale regista canadese che mette in scena quella modernità priva di collocazione spaziale, in cui è ambientata l’opera di Gluck (del 1762).

E se nell’Orfeo di Monteverdi (del 1607) il protagonista riesce a penetrare negli Inferi grazie al suo talento musicale, qui sono le furie a permetterlo, mosse esclusivamente dallo strazio d’amore d’Orfeo, dal suo dramma, della sua vicenda privata. Che diventa universale. A tal punto che l’emozione che suscita è più vicina al dolore e alla commozione, che al senso di compiaciuta ammirazione per  il regista.

Poco meno di un’ora e mezza. Eppure è un tempo che non si percepisce affatto. Il ritmo calibrato sapientemente,  la direzione della regia che si esprime essenzialmente, con pochi studiati movimenti.  Uno spazio più immaginifico che reale.  E luci magistralmente orchestrate, che costruiscono via via spazi sempre diversi, disegnando il luogo emotivo della vicenda.

Che da metafora si sublima ancora, fino e divenire dolorosa e commovente realtà.

 

Manola Plafoni

Visto al Teatro dell’Opera di Roma, il 19 marzo 2019

“Orfeo ed Euridice”
Musica di Christoph Willibald Gluck

Libretto di Ranieri de’ Calzabigi

Regia  di Robert Carsen

San Bruno, il fondatore dell’ordine certosino

La nascita del nuovo ordine monastico, le montagne, e le prime testimonianze legate alla Certosa di Pesio.

Le montagne della Valle Pesio, dove sorge il monastero certosino fondato nel 1173. (Grangia di san Michele, sopra la Certosa)

Quando il 6 ottobre si festeggia S. Bruno, pochi sanno che la data deriva dal giorno esatto della morte, nell’anno 1101, di un docente di teologia e filosofia. Bruno – o Brunone, nella forma latinizzata – il fondatore dell’ordine monastico Certosino.

Era nato in Germania, nella città di Colonia, nel 1030. Aveva insegnato a Reims, nella scuola da lui diretta e, fra i suoi allievi, il benedettino Oddone di Châtillon, nel 1090 diverrà papa col nome di Urbano II. Ma tra le motivazioni che inducono il teologo a fondare una comunità monastica nella zona del delfinato francese, nel massiccio della “Chartreuse” (da cui, appunto, Certosa), è probabile vi sia una vocazione nata in anni difficili. Bruno, infatti, fu costretto ad abbandonare la sua scuola a causa di dissidi col vescovo Manasse di Gournay, che aveva accusato di simonia, ovvero di compravendita di cariche ecclesiastiche. Egli è invece “acceso d’amor divino” e la sua chiamata monastica è legata al bisogno di condurre una vita ritirata e ascetica.

Come per altri casi celebri è una visione a guidare l’avvento. Il vescovo di Grenoble che lo aiuterà donandogli un terreno – Ugo di Châteaunef – in sogno vede sette stelle che indirizzano sette pellegrini in un luogo solitario, nel cuore della Chartreuse . Ed è proprio assieme a sei compagni che, nel 1084, Bruno erige la casa Madre: la Grande Chartreuse, dove si dedicherà alla vita contemplativa.

Particolare dell’affresco staccato della Certosa di Pesio

Non stupisce quindi che “la nostra” Certosa di Pesio si trovi in una zona montana. E se il primo monastero – fondato appunto da San Bruno – è ai piedi  della Grand Som, nell’attuale dipartimento dell’Isère, a circa 1175 m. di altitudine, quello di Pesio è di poco sotto i 1000 m. s.l.m., ai piedi del massiccio del Marguareis. Caratteristica, questa della vocazione montana, che contraddistinguerà i primi monasteri certosini italiani.

Ma tornando dunque al buon Bruno, circa sei anni dopo, il suo ex allievo divenuto papa lo sceglie come consigliere e lo convoca a Roma. Bruno non può certo declinare l’invito. Seguirà una brevissima esperienza monastica nel complesso della chiesa di S. Ciriaco – donata appunto da Urbano II – presso le Terme di Diocleziano, accanto a quella che oggi è Piazza della Repubblica, poco distante dalla stazione Termini. Nota, secoli dopo, per il chiostro di Michelangelo.

Interno della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma. Al centro, sul pavimento, il simbolo certosino del globo sormontato dalla croce, circondato dalle sette stelle.

La permanenza di Bruno a Roma durerà dal 1089 al 1091, quando poi si stabilirà in Calabria, a circa 790 m. di altitudine, nell’attuale Serra San Bruno.

Secondo i suoi precetti i pochi confratelli devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna attraverso i consigli e con istruzioni scritte. Queste dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. Ma, soprattutto, quella dei certosini è una comunità “mai riformata, perché mai deformata”, proprio come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).

San Brunone. Affresco visibile dal fondo del porticato ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio

Con la Regola ormai in vigore troviamo, nella Certosa di Pesio, dal 1228 (grazie ad un discreto repertorio di fonti), testimonianze relative a scambi e a rapporti intercorrenti tra le comunità certosine locali. Emerge il nome di un intraprendente converso: Enrico Testa, che amministra la grangia di Tetti Pesio e proviene dal consortile di Morozzo (Guglielmotti, Signori di Morozzo, p. 225).

SONY DSC
Particolare. Chiesa di Tetti Pesio, vicino a Cuneo.

Fonti ancora più tarde indicano che nel 1218 Pesio ottiene la visita di due priori delle case savoiarde di St. Hugon e Aillon (Bligy). Questi, accompagnati dal priore di Casotto Guglielmo, ispezionano i suoi beni fondiari e l’alta valle, per poter accertare come possano soddisfare le esigenze del monastero e fissano, quindi, più vasti termini d’espansione. Sempre fonti tardi legate alla Certosa di Pesio indicano, nel 1233, che venne stretto un patto di preghiera con la certosa di Durbon. E un priore di Pesio compare nell’elenco dei testimoni a un importante atto di Monte Benedetto, rogato a Villarfocchiardo, relativo al movimento dei certosini tra i due versanti alpini.

Le montagne, dunque, riepilogando, come sfondo ineluttabile di questo nuovo ordine monastico. E in rare occasioni, soprattutto in questo periodo più alto, valle e Certosa sono anche dette “de Ardua”. Così, sempre nel caso di Pesio, troviamo una facile spiegazione al nome della vicina località tutt’oggi presente, appunto chiamata Ardua.

La Certosa di Pesio, nell’omonima valle. Sullo sfondo, dietro la chiesa superiore, si intravede la sommità della montagna su cui si trova la “Madonnina” d’Ardua.

La vocazione eremitica è quindi coerentemente perseguita col rigore nella scelta del sito. E la primitiva innovazione certosina, geograficamente e cronologicamente concentrata sulle Alpi, riguarda anche aspetti gestionali. Il fenomeno più rilevante è quello delle grange, per l’uso della manodopera fornita dai conversi e, soprattutto, per la sistematicità con cui queste vengono installate. Ma già a metà Duecento sopraggiungono i primi segnali di una certa inversione di tendenza. Sebbene ancora solo in ambito subalpino, come nel caso di Tommaso di Savoia che, nel proprio testamento, redatto nel 1248, dispone che sia edificata una nuova casa certosina in vai Dubbione, nella pianura Pinerolese, che diverrà una Certosa femminile.

Manola Plafoni

(Articolo comparso sul N. 34 – dicembre 2018 – della rivista storica Chiusa Antica)

Grazie a Vanessa Gatti per le preziose indicazioni per le mie ricerche.