Possessione diabolica. Eccezionali casi nella Certosa di Pesio (PARTE SECONDA)

Prosegue la ricerca tra antiche credenze legate al mondo demoniaco e la possibilità, più semplice, che la vita del religioso certosino fosse troppo austera. Sino al caso del monaco genovese Felice Ferrari.

Il demone è la malattia. Il demone è entrato nel corpo del “posseduto”. Questa atipica infermità si manifesta, così, con la perdita di coscienza, svenimenti, stati di catalessi e di trance o, addirittura, l’esprimersi in lingue sconosciute o la capacità di predizione.
Gli esempi più o meno lontani, talvolta travalicando certo il campo scientifico, sono numerosissimi e ampiamente studiati.

Casi disparati e situazioni improbabili, comunque documentati, riempiono un gran numero di pagine della Storia. Ma voglio citare alcuni esempi, al fine di fare un quadro del tema della “possessione diabolica”, per poi stringere il cerchio su un caso che ci riguarda da vicino, nella Certosa di Pesio.
Un episodio sorprendente risale all’anno 1600, quando l’intero paese di Issime, non lontano da Point-Saint-Martin in Val d’Aosta, è “funestato da terremoti ed esalazione di vapori orrendi, e altre vessazioni ad opera del diavolo”. Come si evince da missive e atti processuali locali. Ma le insidie demoniache possono nascondersi ovunque. Lo apprendiamo, questa volta, da un’antica leggenda nei Dialoghi di Gregorio Magno, dove una suora rimane posseduta mangiando una foglia di insalata. Sono dunque secolari le credenze che vedono il diabolico insinuarsi specialmente nei monasteri femminili. Proprio come in casi molto studiati del primo Seicento, nelle francesi Aix-en-Provence, Loudun e Louviers. Così in Italia a Carpi, dove a metà Cinquecento un’epidemia demoniaca è talmente forte da propagarsi anche al di fuori dal monastero.

Esiste, poi, una teoria. Una teoria che in realtà mal si accorda con i rari casi di possessione maschile in ambito monastico. Parliamo della Suffocatio uteri, di Galeno di Pergamo, della seconda metà del II secolo. La teoria del medico greco perdurò per mille e quattrocento anni nella Medicina occidentale, fin quando cominciò ad essere messa in discussione dal fondatore della moderna anatomia, Vesalio. Questi teorizzò che, “in quanto provocata dall’utero, l’isteria è soprattutto malattia femminile”. Ma ne ipotizzò anche una forma maschile: “entrambe le forme dovute alla ritenzione del seme per eccessiva astinenza sessuale”. Sarà un medico della fine del Seicento, Johann Jakob Waldschmidt, Autore di Opera medico-practica, a respingere quella teoria. “È contrario alla ragione e prima di tutto all’anatomia, il fatto che l’utero possa abbandonare la sua sede”. Ma considerando comunque che “sintomi simili si ritrovano anche negli uomini, nei quali tuttavia non si trova utero”.
Sintomi simili, dunque. Una forma di isteria, una profonda alterazione del comportamento, legata alla salute, al corpo, e non all’anima, nella quale si sarebbe insediata la presenza del demonio.
Ad ogni modo, quale che sia la reale causa dei profondi turbamenti e degli anomali modi di comportarsi che ne conseguono, nelle persone ritenute “indemoniate”, non si può certo dire con sicurezza. Così nei due casi dei monaci genovesi hospites temporanei presso la Certosa di Pesio: al secolo Gio Antonio Boasi (di cui ampiamente parlato nella prima parte) e Felice Ferrari. Paradigma di un ambiente, quello monastico certosino, estremamente rigido.
Nel 1709 proprio il fratello del già citato monaco Gio Antonio, Alessandro Boasi, Priore della Certosa genovese di Rivarolo, memore forse delle disavventure del consanguineo, dichiara l’infermità del certosino Felice Ferrari.
La via scelta da questo monaco per sfuggire all’austera e pesante regola certosina, è in qualche modo brusca, ma l’intento è sempre quello di liberarsi, facendosi escludere dall’Ordine, risparmiandosi quella vita conventuale.

Cinque anni prima, nel giugno del 1704, Felice Ferrari – Professo della Certosa di Genova, nella Val Polcevera – è hospites in quella piemontese della Valle Pesio. Ma proprio nella Nostra Certosa si trova ristretto “ad tenendam cellam pro carcere” in virtù di un decreto deliberato dal Capitolo Generale dell’Ordine (17 AST, Certosini Val Pesio, mazzo n. 11). Più che di un reato, gli sembrano imputarsi “suas proprietates”, ovvero un temperamento umorale che alla lunga sarebbe stato incompatibile con la vita monastica. Il suo stato è di certo considerato di non lieve importanza, vista la gravità della pena che lo limita “ad ordinis voluntatem”. Con una durata detentiva senza un termine fissato esplicitamente.
A questa condanna il monaco reagisce con un grave atto di ribellione. Il più grave: la rottura della disciplina monastica e in particolare dei voti religiosi (quelli di obbedienza, povertà, castità, e “stabilità”), con la diserzione.

Il 4 giugno la sua cella viene ispezionata dai confratelli e rinvenuta vuota. Constatata la fuga, scatta l’ordine che più persone si rechino in località vicine per rintracciare e ricondurre il Ferrari alla Certosa. La cattura del fuggitivo e il suo rientro si esaurisce in giornata. “Ad un’ora dopo il tramonto” Felice Ferrari è già davanti al Priore. Chi ritrova il monaco, intuendone l’itinerario, è il converso Benedetto Castellano che, dopo aver perlustrato invano la città di Mondovì, raggiunge Ceva. E lì incontra il Ferrari in un’osteria, fuori dalle mura, “vestito di sopra con un tabarro nero, e di sotto con un cucullino”. Una sopravveste tipica di alcuni ordini religiosi, che si infila come una pianeta ed è fornita di cappuccio (dal latino cucullus, cappuccio).
Il monaco fuggitivo è senza tunica certosina. Anche il frate “donato” (i Donati erano operai aggregati al monastero, che divennero poi monaci con abito e stile di vita simile a quella dei conversi. Ma, a differenza di questi ultimi, non vincolati da voti e con regole meno rigide. Non erano infatti tenuti a partecipare alle preghiere notturne) Gio Antonio Botero raggiunge Ceva. E dice: “seppi ch’in questa osteria era stato la sera assicurato da Fr. Benedetto Castellano et io lo viddi in letto, dal qual poi levandosi mi mostrò il cocollino, e mi disse: vedete ch’io son ancor religioso. Mi disse parimente che già voleva ritornare alla Certosa”.
A quanto pare si tratta di una fuga incerta e timorosa. E al di là della dichiarazione velata di ipocrisia, non escludeva l’ipotesi di far ritorno alla Casa (Casarino).

Di lì a pochi giorni, però, il 30 giugno, l’incaricato di portare il pranzo al carcerato “non lo vede né lo sente”. Viene allora nominata una commissione dai Padri che, recatasi sul luogo, trova chiusa sia la prima che la seconda porta della cella-prigione, “sed respicientes ad fenestram ferreis cancellis munitam, ibi reperimus cancellos fractos”, come si evince dal resoconto. La rottura con la forza dei cancelli non esclude di per sé che il monaco possa trovarsi nel perimetro del monastero, ma un’attenta perlustrazione dà esito negativo. Dopo tre giorni di ricerche all’esterno lo ritrovano in un bosco a quattro leghe di distanza (circa nove chilometri). “Fugientem perabrupta montium, per concava vallium”. La scala con cui ha valicato i recinti della clausura viene poi ritrovata nelle vicinanze.

Le ultime notizie che abbiamo di lui risalgono a cinque anni dopo, al 1709. Il Priore di Genova dichiara che “per infermità non può vivere la vita religiosa e che perciò gli si permetta di passare ad altro ordine meno austero”.

Il Ferrari, indemoniato o meno, infermo, malato o, comunque, inadatto alla vita religiosa dell’ordine di San Brunone, insofferente alla solitudine e alla rigida vita cui lo costringono le regole, sarà passato a condurre una vita meno dura, forse.

Manola Plafoni

Possessione diabolica. Eccezionali casi nella Certosa di Pesio. (PARTE PRIMA)

Dagli archivi di oltre tre secoli fa emergono gli autentici resoconti legati alle vicende straordinarie di due monaci.

Due casi veramente singolari legati al monastero certosino della Valle Pesio affiorano, non senza lasciar stupiti i lettori, da documenti dell’Archivio di Stato di Torino e di quello di Genova. In particolare, uno studio approfondito del Dr. Giacomo Casarino, dal titolo: “Malattia o sofferta simulazione?”, argomenta la tesi omonima.

Ebbene, siamo a cavallo tra Seicento e Settecento, al culmine di un’epoca tristemente nota per la “stregoneria”. In quel tempo la clausura di Pesio è legata, da quasi tre secoli, da un particolare vincolo con le Certose di Casotto e Rivarolo presso Genova. Entrambe appartengono alla Provincia Lombarda dell’Ordine certosino, perché nel 1369 il territorio italiano era stato suddiviso in tre Province dell’Ordine, dove le altre erano la Tuscia e quella detta “di San Bruno”, in Meridione. Ma il vero legame che unisce queste due Certose del Piemonte meridionale, con quella genovese, è soprattutto simbolico. La preghiera a suffragio dei rispettivi defunti. Questo motiva anche la consuetudine di scambiarsi monaci temporaneamente, in qualità di hospites.
Nell’arco di appena quattordici anni (1691-1704) due monaci genovesi – al secolo Gio Antonio Boasi e Felice Ferrari – vivono avventure a dir poco spiacevoli, nel convento di Pesio.
Il primo, Padre Carlo Boasi, nasce a Genova, frequenta il collegio dei Gesuiti e, diciottenne, entra nell’ordine dei certosini, come il fratello Alessandro. Egli è Professo nel 1686 e, una volta vestito l’abito monastico, assume il nome del padre – Carlo – nientemeno che cancelliere della Curia arcivescovile genovese. Entrato nella Certosa ha il ruolo di sacrista ma, da subito, il Priore non è contento del suo noviziato perché dà “segno di materìe”. Oggi diremo che “dà di matto”. Molto probabilmente non vuole fare la professione. La sua è una monacazione forzata.
Passa quindi un periodo nella Certosa della Valle Pesio come hospes, dopo il quale inizia la sua effettiva vita nel monastero ligure. Ed è a questo punto che atti processuali raccontano che, non solo non partecipa al “choro” né di giorno, né di notte, come prevedono le liturgie certosine, ma non prende neppure parte alla Santa messa. Le conseguenti sanzioni che subisce, sono sia disciplinari che cautelative. Ma soprattutto emerge che già presso i padri della Certosa di Pesio ha mostrato gravi segni di “disturbi che dava a Reverendi padri come indemoniato, e li detti disturbi li continua qui”. Testimonianza, questa del certosino genovese Gerolamo Guastavino, datata 8 settembre 1695. Eppure esistono atti ancora precedenti, che comprovano lo stato di indemoniato del Boasi già nel 1688, e quindi in giovane età.
La faccenda si complica, non sono solo squilibri occasionali i suoi, è ormai necessario che la questione venga sottoposta ai vertici ecclesiastici. La causa relativa al Boasi viene affidata a Giulio Vincenzo Gentile, arcivescovo di Genova, e al priore della Certosa di Rivarolo, il quale, in conclusione, sancisce la Restitutio religionis in integrum. Ovvero un atto di risarcimento, che consiste nel ripristinare la situazione esistente prima del danno occorso. È pertanto decisa la nullità della professione monastica.

Indemoniato dunque? O, più razionalmente, Gio Antonio Boasi è un nevrotico. O un uomo molto suggestionabile.

Resta indubbio che nella Certosa di Pesio è accaduto qualcosa di grave. Una volta tornato a Genova, a detta di tutti, il suo comportamento muta radicalmente. Passa dall’essere carente nella sua formazione di novizio, ma comunque ossequioso delle regole, ad apparire come sicuramente invasato dal demonio e disturbatore della quiete monastica.
Gli antefatti piemontesi risalgono al 1691. Si parla di “aspersione d’acqua Santa e contorsioni” presso la Certosa di Pesio: “cum Monachus aqua benedicta circumstantes de more aspergeret, idem Carolus in terram cum inconditis clamoribus et contorsionibus provolutus”. Questo recita il “Breve pontificio” di Innocenzo XII. L’intervento del pontefice vale a riavviare il procedimento che evidentemente è rimasto in sospeso, a causa della morte dell’arcivescovo Gentile. Il quale, come deputato della Sacra Congregazione, aveva fatto riconoscere don Carlo come “indemoniato, maleficiato”. Dal luglio 1695 riparte la raccolta delle prove a carico del Boasi, con attestazioni rilasciate sia dai monaci di Pesio che del monastero di Genova. Le testimonianze raccolte nell’iter processuale vanno dai monaci agli esorcisti esterni, allo speziale, al cuoco del monastero, all’ortolano, ecc.. Esse convergono con quanto afferma l’hospes milanese Benzoni, che asserisce: “Nel tempo che son qui è stato travagliato dal demonio con gettar urli e spaventar li monachi et altre persone secolari, di modo che li monachi restano inquietati tanto di notte come di giorno per suddetti urli, clamori, storcimenti et atti che fa”. E aggiunge: “anco ho inteso che esso faceva prima che io venissi”. Non stupisce quindi che numerose attestazioni concordino nel descrivere Gio Antonio Boasi, fin dalla gioventù, sottoposto dal suo stesso padre, alle cure di vari esorcisti genovesi.
Il suddetto Dositeo Benzoni, milanese, residente nella Certosa di Rivarolo solo da quindici mesi, si vanta d’aver fatto “studi particolari nelli libri che trattano di questa materia”. E descrive l’esorcismo che pratica sul Boasi, nonostante la promulgazione di papa Paolo V del Rituale Romanum (1614). Restano, infatti, in uso per tutto il Seicento svariati manuali di esorcismo (Locatelli, Menghi, Canale, ecc.) che verranno censurati e messi all’Indice nella prima decade del Settecento. Il Benzoni dice: “quando arrivai nell’esorcismo a dire le seguenti parole: Ecclesia superavit […]mantenendo io la mano con forza sopra il capo di detto don Carlo che con occhio torvo mi guardava rispondendo, il demonio non superavit, et io replicando più volte superavit, esso replicando, lo sforzai in virtù dell’esorcismo a tacere, et sforzai il demonio a ritirarsi nell’estremità del piede di don Carlo sinistro […]”.

In quegli anni viene fatto “leggere e scongiurare” molte volte. È uno stuolo di esorcisti e un succedersi di fallimentari pratiche magico-terapeutiche. Spesso si parla di liberazioni temporanee, seguite da “ricadute”. Ma le cause del mancato effetto del rito esorcistico, che si adducono nella vulgata, possono essere di vario ordine. O perché gli indemoniati non si sono completamente purgati dei loro peccati, oppure perché gli esorcisti non sono del tutto preparati. Oppure, ancora, perché Dio non vuole dare a persone “ordinate”, il dono di averla vinta sul Demonio. All’epoca dei fatti l’esorcismo, innanzi tutto, non significava cacciare il demonio da un corpo o da un’anima, ma imporgli una sorta di giuramento. Invocando la suprema autorità di Dio: “adjuro te, spiritus nequissimus, per Deum omnipotentem”, di fatto il prete, attraverso lo scongiuro, ha il potere di costringere il diavolo a dire la verità. Come è implicito nei manuali cattolici di esorcismo, che insegnano a interpretare il diavolo; a chiedere il suo nome e se ha dei compagni; quando è entrato in quel corpo e per quale motivo; quando se ne andrà e quale segno darà della sua dipartita. Ma nessuno di tali elementi compare negli esorcismi cui il Boasi viene sottoposto.
Contro il Boasi sarebbe stata emessa una fattura. Ma il Benzoni precisa: “non ho conosciuto che avesse malattie naturali”; ammettendo però che i suoi sintomi “molte volte possono procedere da infirmità naturale”. E aggiungendo: “stimo che fuori di particolare miracolo di Nostro Signore, e dei suoi santi, non si possa liberare”. Ed è sempre lo stesso Dositeo Benzoni a sostenere che il maleficio poggiava su un rapporto indiretto, mediato col diavolo, che si sarebbe indirizzato preferibilmente su soggetti melanconici o ipocondriaci. I quali danno vita a manifestazioni convulsive (nel linguaggio medico epilessia o isteria). L’autosuggestione poi fa il resto: se un soggetto, che crede nel demonio, si autoconvince di essere governato da esso, non può che comportarsi secondo la sua tradizione religiosa.
Nella descrizione delle pratiche esorcistiche – osservate o direttamente praticate sul Beosi – non potevano mancare le metafore animalesche. Come: “Urlava come un cane”, o “era travagliato da quelle bestie che ha d’intorno”. Dal canto suo, lo speziale Stefano Guidi, presente ad un esorcismo di Padre Gervasio Pizzorno, riferisce: “in quel atto vidi che detto don Carlo cascò in terra e muggiva come un bue e sputava verso detto Padre e poi diceva che non lo tormentasse più quando lo batteva con la stola”.

Comunque gli esorcismi subìti dal Boasi non indicano alcuna rivelazione da parte del diavolo di cose occulte o di accadimenti al momento sconosciuti, né di profezie. Il fatto è che la stregoneria a fine Seicento è ormai caduta in desuetudine e quindi le testimonianze degli indemoniati non fan più testo ai fini della “chiamata” in giudizio penale, suscettibile di mandare al rogo le streghe (o i maghi). Diversamente la competenza sarebbe stata sicuramente del Santo Uffizio, cioè del Tribunale dell’Inquisizione.
Il colpo di grazia nelle indagini sul Boasi, arriva, infine, da due testimonianze. Quella dell’ortolano Pelisarius che afferma: “io l’ho veduto celebrare la santa messa e gliel’ho servita, ma da quattro anni in qua circa non l’ha più celebrata […] inquieta assai li Padri tanto di notte come di giorno et ho inteso [dire] che diverse volte quando li Padri erano in matutino, che esso cacciava fuori della camera cadreghe e quadri che haveva nella detta camera”. E le parole dell’esorcista Gervasio Pizzorno: “durante l’esorcismo urlava più forte che non suole fare un huomo ordinariamente”. E ancora: “si gettava sotto la sedia e l’alzava da terra con forza straordinaria”.

L’ulteriore, non scontata attestazione, sta poi nel fatto che il padre del Boasi avrebbe affidato alle cure di Antonio Maria Carosso – l’ex rettore della chiesa parrocchiale di Begato, in quella stessa Val Polcèvera – il futuro certosino Gio Antonio, ancora fanciullo, nel 1674. Quando aveva solo sei anni.
La sentenza definitiva viene emessa dai due giudici delegati apostolici, l’11 ottobre del 1695. Essi dichiarano che nessuna professione regolare fu emessa da padre Carlo Boasi, sicché ai suoi superiori è lecito espellerlo, ed è tenuto ad uscire dalla “religione” e ad abbandonare l’abito.
La sostanza sottesa di fatto è quella esplicitata nel “Breve” di Innocenzo XII. E cioè l’avere – sia lui, che per lui il padre – nascosto al momento della pronuncia dei voti, il suo essere “a Spiritibus immundis obsessus et energumenus”. Da cui consegue il dover considerare la sua professione “irregolare”.
Ma occorre ricordare che nel Concilio di Trento era stato espresso che: “Ogni religioso, il quale affermi di essere entrato in religione per forza e per timore (per vim et metum), o anche di aver fatto la professione prima dell’età prescritta, o qualche cosa di simile, e voglia lasciare l’abito in qualsiasi modo; o che se ne voglia andare anche con l’abito, senza il permesso dei superiori, non sia preso in considerazione, se non entro il primo quinquennio dal giorno della sua professione ed esponga dinanzi al suo superiore e all’ordinario i propri motivi. Se poi egli lasciasse spontaneamente l’abito prima, non gli sia permesso far valere alcun motivo, ma sia costretto a tornare in monastero, e sia punito come apostata; e nel frattempo non godrà di nessun privilegio del proprio ordine. Nessun religioso, inoltre, qualsiasi facoltà possa avere, sia trasferito ad altro ordine religioso meno severo. E non si conceda ad alcun religioso di portare occultamente l’abito del suo ordine”.

L’ultimo dubbio resta legato al perché lasci passare il quinquennio entro il quale avrebbe potuto rivolgere la sua petizione. Perché ha bisogno di qualcosa di eclatante che lo faccia dichiarare indemoniato. Evidentemente la soluzione a portata di mano, non gli appare come quella più conveniente. “Preferisce un lungo, complesso, iter giudiziario, percorrendo una via trasversale e artificiosa” (Casarino). Il povero Boasi è paradigma di un’epoca e di un ambiente. Inidoneo a quella vita religiosa estremamente austera, tipica dell’ordine di San Brunone. E probabilmente all’ombra della figura paterna, accresciuta in prestigio ed autorevolezza. Così come del fratello Alessandro, divenuto Priore di quella stessa Certosa e, successivamente, di altre Certose liguri.

Manola Plafoni

Ho visto thanatos, così come lo sento.

L’Orfeo e Euridice all’Opera di Roma, per la regia di Carsen.

C’è stato un momento in cui ho pensato che lo scopo dell’arte fosse quello di rendere metafora ciò che incontriamo nella vita. Parlo dei grandi temi e delle emozioni importanti, sia in positivo come in negativo. Ma probabilmente più in negativo, certo. E c’è stato un momento in cui ho seriamente creduto che quella metafora potesse essere importante. Perché riconoscendola, accarezzandola, si può diventare un po’ più consapevoli e un po’ più liberi. E, per estensione, anche un po’ più felici.

Ma alcune metafore racchiudono un simbolo così greve che non so più se questo senso produca felicità.

Quando si è alzato il sipario – e non avevo alcuna aspettativa, non immaginavo nulla – nel buio,  nella penombra appena accennata da un controluce che esalta la mancanza – l’assenza di luce, di vita – è entrato un corteo funebre. Con quella lentezza, pesante e al tempo stesso ordinata, come prevede il rito, che ho riconosciuto subito.

Quello doveva essere il funerale di Euridice. E il coro di Pastori e Ninfe, vestito a lutto, accanto all’inconsolabile Orfeo, vero protagonista del doloroso momento. Ma loro li avevo già visti. O, meglio, li ho conosciuti chiaramente. Nei funerali dei miei cari. Nel disegno, pietoso, esatto, del Mio sentire dolore.

A turno, i partecipanti al funerale gettarono nella tomba di Euridice una palata di terra. Orfeo, sospeso nel nulla di quel luogo, piangeva. Piangeva la morte dell’amata.  Le furie spettrali, esseri bianchi, strisciarono al suolo come larve. Spensero la fiamma ardente nel cuore di Orfeo, e così le fiaccole in quello spazio infernale.

Orfeo vede la sua amata Euridice, ma non la può guardare. Non c’è nulla da fare.Così è la morte. Così è la perdita. La mancanza.

Così è quel vuoto inspiegabile.

Foto Fabrizio Sansoni
“Orfeo e Euridice” Foto di F. Sansoni

Nell’atemporalità del mito greco i due protagonisti indossavano abiti dei tempi nostri, ma di tutti i tempi. E combattevano le pulsioni fondamento della vita stessa: eros e thanatos. Legati in un modo talmente intimo da aver l’impressione di non lasciare mai il funerale. Neanche alla fine, con il ballo e il duetto d’amore. Tutto è rimasto cupo, grigio. E in quest’aura di solennità, il minimalismo, nella sua pura essenza, crea il “non luogo”. Perché altro non potrebbe essere, per rappresentare la morte.  “Non luogo” e “non tempo”. Mancanza. Mancanza estrema.

Timeless modern”. Come lo definisce lo stesso Carsen, il geniale regista canadese che mette in scena quella modernità priva di collocazione spaziale, in cui è ambientata l’opera di Gluck (del 1762).

E se nell’Orfeo di Monteverdi (del 1607) il protagonista riesce a penetrare negli Inferi grazie al suo talento musicale, qui sono le furie a permetterlo, mosse esclusivamente dallo strazio d’amore d’Orfeo, dal suo dramma, della sua vicenda privata. Che diventa universale. A tal punto che l’emozione che suscita è più vicina al dolore e alla commozione, che al senso di compiaciuta ammirazione per  il regista.

Poco meno di un’ora e mezza. Eppure è un tempo che non si percepisce affatto. Il ritmo calibrato sapientemente,  la direzione della regia che si esprime essenzialmente, con pochi studiati movimenti.  Uno spazio più immaginifico che reale.  E luci magistralmente orchestrate, che costruiscono via via spazi sempre diversi, disegnando il luogo emotivo della vicenda.

Che da metafora si sublima ancora, fino e divenire dolorosa e commovente realtà.

 

Manola Plafoni

Visto al Teatro dell’Opera di Roma, il 19 marzo 2019

“Orfeo ed Euridice”
Musica di Christoph Willibald Gluck

Libretto di Ranieri de’ Calzabigi

Regia  di Robert Carsen

San Bruno, il fondatore dell’ordine certosino

La nascita del nuovo ordine monastico, le montagne, e le prime testimonianze legate alla Certosa di Pesio.

Le montagne della Valle Pesio, dove sorge il monastero certosino fondato nel 1173. (Grangia di san Michele, sopra la Certosa)

Quando il 6 ottobre si festeggia S. Bruno, pochi sanno che la data deriva dal giorno esatto della morte, nell’anno 1101, di un docente di teologia e filosofia. Bruno – o Brunone, nella forma latinizzata – il fondatore dell’ordine monastico Certosino.

Era nato in Germania, nella città di Colonia, nel 1030. Aveva insegnato a Reims, nella scuola da lui diretta e, fra i suoi allievi, il benedettino Oddone di Châtillon, nel 1090 diverrà papa col nome di Urbano II. Ma tra le motivazioni che inducono il teologo a fondare una comunità monastica nella zona del delfinato francese, nel massiccio della “Chartreuse” (da cui, appunto, Certosa), è probabile vi sia una vocazione nata in anni difficili. Bruno, infatti, fu costretto ad abbandonare la sua scuola a causa di dissidi col vescovo Manasse di Gournay, che aveva accusato di simonia, ovvero di compravendita di cariche ecclesiastiche. Egli è invece “acceso d’amor divino” e la sua chiamata monastica è legata al bisogno di condurre una vita ritirata e ascetica.

Come per altri casi celebri è una visione a guidare l’avvento. Il vescovo di Grenoble che lo aiuterà donandogli un terreno – Ugo di Châteaunef – in sogno vede sette stelle che indirizzano sette pellegrini in un luogo solitario, nel cuore della Chartreuse . Ed è proprio assieme a sei compagni che, nel 1084, Bruno erige la casa Madre: la Grande Chartreuse, dove si dedicherà alla vita contemplativa.

Particolare dell’affresco staccato della Certosa di Pesio

Non stupisce quindi che “la nostra” Certosa di Pesio si trovi in una zona montana. E se il primo monastero – fondato appunto da San Bruno – è ai piedi  della Grand Som, nell’attuale dipartimento dell’Isère, a circa 1175 m. di altitudine, quello di Pesio è di poco sotto i 1000 m. s.l.m., ai piedi del massiccio del Marguareis. Caratteristica, questa della vocazione montana, che contraddistinguerà i primi monasteri certosini italiani.

Ma tornando dunque al buon Bruno, circa sei anni dopo, il suo ex allievo divenuto papa lo sceglie come consigliere e lo convoca a Roma. Bruno non può certo declinare l’invito. Seguirà una brevissima esperienza monastica nel complesso della chiesa di S. Ciriaco – donata appunto da Urbano II – presso le Terme di Diocleziano, accanto a quella che oggi è Piazza della Repubblica, poco distante dalla stazione Termini. Nota, secoli dopo, per il chiostro di Michelangelo.

Interno della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma. Al centro, sul pavimento, il simbolo certosino del globo sormontato dalla croce, circondato dalle sette stelle.

La permanenza di Bruno a Roma durerà dal 1089 al 1091, quando poi si stabilirà in Calabria, a circa 790 m. di altitudine, nell’attuale Serra San Bruno.

Secondo i suoi precetti i pochi confratelli devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna attraverso i consigli e con istruzioni scritte. Queste dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. Ma, soprattutto, quella dei certosini è una comunità “mai riformata, perché mai deformata”, proprio come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).

San Brunone. Affresco visibile dal fondo del porticato ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio

Con la Regola ormai in vigore troviamo, nella Certosa di Pesio, dal 1228 (grazie ad un discreto repertorio di fonti), testimonianze relative a scambi e a rapporti intercorrenti tra le comunità certosine locali. Emerge il nome di un intraprendente converso: Enrico Testa, che amministra la grangia di Tetti Pesio e proviene dal consortile di Morozzo (Guglielmotti, Signori di Morozzo, p. 225).

SONY DSC
Particolare. Chiesa di Tetti Pesio, vicino a Cuneo.

Fonti ancora più tarde indicano che nel 1218 Pesio ottiene la visita di due priori delle case savoiarde di St. Hugon e Aillon (Bligy). Questi, accompagnati dal priore di Casotto Guglielmo, ispezionano i suoi beni fondiari e l’alta valle, per poter accertare come possano soddisfare le esigenze del monastero e fissano, quindi, più vasti termini d’espansione. Sempre fonti tardi legate alla Certosa di Pesio indicano, nel 1233, che venne stretto un patto di preghiera con la certosa di Durbon. E un priore di Pesio compare nell’elenco dei testimoni a un importante atto di Monte Benedetto, rogato a Villarfocchiardo, relativo al movimento dei certosini tra i due versanti alpini.

Le montagne, dunque, riepilogando, come sfondo ineluttabile di questo nuovo ordine monastico. E in rare occasioni, soprattutto in questo periodo più alto, valle e Certosa sono anche dette “de Ardua”. Così, sempre nel caso di Pesio, troviamo una facile spiegazione al nome della vicina località tutt’oggi presente, appunto chiamata Ardua.

La Certosa di Pesio, nell’omonima valle. Sullo sfondo, dietro la chiesa superiore, si intravede la sommità della montagna su cui si trova la “Madonnina” d’Ardua.

La vocazione eremitica è quindi coerentemente perseguita col rigore nella scelta del sito. E la primitiva innovazione certosina, geograficamente e cronologicamente concentrata sulle Alpi, riguarda anche aspetti gestionali. Il fenomeno più rilevante è quello delle grange, per l’uso della manodopera fornita dai conversi e, soprattutto, per la sistematicità con cui queste vengono installate. Ma già a metà Duecento sopraggiungono i primi segnali di una certa inversione di tendenza. Sebbene ancora solo in ambito subalpino, come nel caso di Tommaso di Savoia che, nel proprio testamento, redatto nel 1248, dispone che sia edificata una nuova casa certosina in vai Dubbione, nella pianura Pinerolese, che diverrà una Certosa femminile.

Manola Plafoni

(Articolo comparso sul N. 34 – dicembre 2018 – della rivista storica Chiusa Antica)

Grazie a Vanessa Gatti per le preziose indicazioni per le mie ricerche.

Le bolle papali a favore della Certosa di Pesio

L’intervento della curia romana
e i giochi di potere delle Certose e dei monasteri cistercensi locali,
all’inizio del XIII secolo.

SONY DSC
Monaco certosino in preghiera. Particolare dell’affresco. Chiesa della grangia certosina di Tetti Pesio (CN) (Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

La protezione papale alla Certosa di Pesio è accordata solo nel 1246, con Innocenzo IV.
Sono passati oltre sette decenni dalla fondazione (1173), e il monastero ha da poco subìto violenti attacchi dalle vicine comunità montane e da quella più a valle dei “Chiusani”.
Ma le altre case certosine piemontesi hanno avuto una sorte differente, in quegli stessi anni.
Casotto, per esempio, ottiene dopo un breve periodo, nel 1199 (con Papa Innocenzo III), il riconoscimento ufficiale come monastero certosino. Il suo positivo rapporto con la Sede apostolica può spiegarsi con il fatto di essere la Certosa che ha avviato la diffusione certosina in Italia. Di essere stata, infatti, un vero serbatoio di monaci per altre sedi. Come nell’emblematico caso laziale della Certosa di Trisulti.
Inoltre, la dedizione del monastero della Val Casotto ad un Beato certosino di estrazione locale, proveniente da Garessio, garantisce un buon rapporto con le limitrofe collettività contadine.

II Cert capitel (93)
“Opus” (lavoro)
Incisione su pietra.
Resto conservato accanto all’antica chiesa inferiore della Certosa di Pesio.

Mentre l’intervento a favore della Certosa di Losa (1209), si deve senz’altro alla sollecitazione sabauda. Al monastero in valle di Susa giova, sicuramente, il fatto di essere stato avviato proprio dai Savoia. Ed, inoltre, appare decisiva la presenza di un converso – tale Dietrich Terricius – stretto congiunto del Barbarossa, forse un figlio naturale, che Federico I definisce “de progenie nostra oriundus”.
La Certosa di Pesio, invece, non riceve analoghi riconoscimenti da papa Innocenzo III. Né dai sui tre successori. E paga, probabilmente, il fatto di non avere potenti intermediari.

II Cert capitel (68)
Particolare dell’ingresso della Certosa di Pesio

I Signori di Morozzo, i suoi promotori, non sono completamente assoggettati al vescovo di Asti, da cui dipende la Diocesi. Ma soprattutto la Certosa di Santa Maria subisce la concorrenza del vicino monastero cistercense di Pogliola. La casa femminile è, a sua volta, stata fondata dalla famiglia dei Morozzo. Ma essa ottiene riconoscimenti che può spendere localmente, anche in termini di prestigio.
Pare che entrambe le nuove case contribuiscano al declino del più antico monastero dei Morozzo – quello di San Biagio – perchè in grado di organizzare con efficacia la propria gestione.
Ma, all’atto di fondazione della Certosa di Pesio, il vescovo di Asti non è presente. E tale vistosa assenza appare ancor più grave quando il prelato presenzia, invece, quello del monastero cistercense di Pogliola, nel 1181.
È probabile che i certosini debbano scontare il fatto che i rapporti tra i Morozzo e il vescovo astigiano non si sono ancora pacificati, dopo una lunga fase conflittuale (Guglielmotti, I Signori di Morozzo). Ma resta il fatto che i monaci della Valle Pesio sono esclusi da qualsiasi sostegno e aiuto del vescovo, nella loro sede così al limite della diocesi. Dovendo, però, versare le tasse a quest’ultima.
Si registrano, così, ovvie tensioni con il rifiuto dei monaci di soddisfare le richieste di sussidi ecclesiastici da parte astigiana.

SONY DSC
Sette stelle ad otto punte.
Particolare affresco.
Chiesa della grangia certosina di Tetti Pesio (CN)
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Ciò fino a quando il monastero ricorre alla curia romana per le vertenza con il clero di Asti, cui seguono l’emanazione di ben due bolle papali, rispettivamente nel 1246 e nel 1253 (Cartario della certosa di Pesio, Bollettino storico-bibliografico subalpino).
E al riconoscimento, seppur tardo, da parte imperiale, di una protezione che oggi definiremmo “standard”, a partire dal 1247.
Per quanto riguarda, poi, la gestione del patrimonio fondiario – negli anni successivi – va sottolineato come i monaci certosini siano stati abili. Essi riplasmano il paesaggio delle zone in cui si radicano. La loro ostinata vocazione eremitica li induce a non abbandonare quelle montagne e quei boschi in cui hanno eretto la propria sede. Anzi – così come li si può comparare ai cistercensi – con una ancor più forte specializzazione montana. Senza cedere a quella tentazione urbana, che nel corso del Duecento caratterizza molti ordini religiosi; anche solo per migliorare l’allevamento del bestiame – soprattutto di ovini – a fini economici (Comba, Cistercensi tra città e campagna).

II Cert capitel (72)
Certosa di Santa Maria di Pesio.
Chiostro inferiore e particolare della chiesa superiore.

Eppure i certosini sono percepiti alla stregua dei Signori, dai locali chiusani. Poiché pretendono di disporre di quegli incolti produttivi che, prima delle donazioni a loro favore, erano legate allo sfruttamento collettivo.
Diversa è la questione in pianura.
I monaci non sembrano esercitare diritti signorili di sorta. Ma – questione ancor più significativa – non percepiscono le decime, per coerente scelta di conduzione diretta.
Una scelta del genere non è invece riscontrabile presso i cistercensi. Come nel monastero saluzzese di Staffarda. Dove l’acquisizione delle decime gravanti su terre altrui – e non solo l’esonero per le proprie – da parte del monastero, è un chiaro esempio di come già nei primi decenni del Duecento vi sia una lenta inclinazione all’esercizio di poteri Signorili.
Così come nel monastero di Casanova, nei pressi di Carmagnola, seppur ristretto a singoli lotti.

SONY DSC
Grangia certosina di Tetti Pesio.
(giugno 2018)
Particolare con la chiesa, la loggia e la torre. Nella corte (sulla dx della foto), sotto una folta vegetazione è ancora presente l’antico pozzo.
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Presso la grangia certosina di Tetti Pesio, invece, i contadini sono forse più abituati a rapportarsi con la grande proprietà. Sia essa laica che ecclesiastica. E con ogni probabilità, ciò che è sufficiente a disinnescare gli eventuali conflitti, è il fatto che le grange restituiscono a coloro che hanno ceduto le proprietà individuali, l’occasione di prestare la propria forza lavoro.
In quel processo, non solo fisico ma anche spirituale, della costruzione del Desertum certosino.

SONY DSC
Particolare dell’antica Chiesa della Grangia certosina di Tetti Pesio (CN).
I colori bianco e blu delle volte ricordano, chiaramente, quelli delle volte della Casa Madre, la Certosa di Pesio. Come nel caso della Chiesa superiore di Pesio, i colori sono attributo della Madonna.
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Manola Plafoni

Articolo comparso sul N. 33 della rivista storico – culturale “Chiusa Antica”. Giugno 2018

Il nuovo ordine

I primi anni di vita delle Certose.
Casotto, Pesio e le altre case monastiche eremitiche, organizzate secondo la Regola.

SONY DSC

È un crogiolo di nuove congregazioni religiose la Francia – nell’età comunale, nei secoli centrali del Medioevo – che lascia penetrare “monaci silenziosi”, “fratres in generali capitulo Cartusie congregati”, nell’area subalpina, nel Pedemontium. Oggi noto con l’anacronismo adottato per comodità, ovvero: il Piemonte (Goria, 1952). Ben quattro case religiose. Le più antiche. Senza prendere in considerazione il monastero calabrese di Serra S. Bruno – del 1091, cronologicamente la prima Certosa italiana – perché il fondatore dell’ordine, in realtà, interrompe i contatti con la casa madre di Grenoble, distaccandosi dalla scelta eremitica.
Delle primitive Certose italiane conosciamo gli atti datati tra il 1086 e il 1196, provenienti dalla Grande-Chartreuse, grazie agli studi di Bernard Bligny di metà Novecento. Ed è soprattutto da questi documenti che si evincono gli aspetti fondamentali dell’organizzazione del nuovo ordine religioso.

SONY DSC
Chiostro sup. della Certosa di Pesio. Dal lato est del “desertum”.

Siamo sul finire del XII secolo. Casotto, Pesio e Losa sono – in quest’ordine – Certose maschili fondate nella parte alta di vallate alpine. Entrambe prendono il nome dalle località in cui si trovano – dalle valli e i torrenti omonimi nel caso di Pesio e Casotto, e da un sito montano per la Certosa di Losa in Val Susa – senza, dunque, l’intenzione di appropriarsi dei luoghi, magari riqualificandoli. Ma li accumuna anche l’usanza, già particolarmente diffusa tra gli enti certosini d’oltralpe, della dedizione mariana. L’aspetto unificante delle tre case intitolate a Santa Maria, così come una precisa organizzazione edilizia secondo le regole prescritte dall’ordine, suggeriscono un vero e proprio comportamento preordinato.

SONY DSC
Affresco staccato. Certosa di Pesio

Tralasciamo la quarta casa piemontese, la Certosa di Buonluogo. È una clausura femminile nella piana pinerolese, ubicata in una zona – all’epoca – boschiva, probabilmente di poco anteriore il 1234. Mentre quelle appena menzionate appartengono ancora al secolo precedente. Pesio e Losa sono infatti fondate rispettivamente nel 1173 e nel 1189. Ma della Certosa di Casotto non si hanno fonti certe. Si può presumere che la data sia nei decenni che antecedono il 1172 – e sicuramente dopo il 1155 –, così come si può solamente supporre che la sua nascita si debba all’iniziativa di monaci provenienti da Serra S. Bruno. Curioso però – a questo punto – è avere notizia di dieci monaci e otto conversi che provengono proprio da Casotto, nel cenobio benedettino laziale vicino Frosinone, quando diviene Certosa di Trisulti.

casotto_gallery3
Val Casotto (CN)

Ma torniamo, dunque, ad una visione più ampia del primo impianto monastico certosino. Tra le direttrici unitarie di ciascun ente vi è – nella fase di fondazione – la cura di rispettare la prescrizione dell’ordine, che prevede d’individuare siti tali da soddisfare la scelta eremitica. Ed è proprio la “specializzazione montana”, a confermare l’ostinata volontà di non arrendersi di fronte allo scarso favore.
La Regola è introdotta con il riconoscimento ufficiale del nuovo ordine monastico. Guigo è il vero e proprio legislatore delle norme certosine, autore delle Consuetudines Cartusiae (1121-1128). Così la comunità è organizzata, oltre che con dodici monaci, da un priore che riceve la donazione, esplicitamente dichiarata come “de ordine Cartusiensi”. Ed è precisa l’indicazione di edificare “a una certa distanza dal monastero, la casa inferiore o Correria” (Guglielmotti, Gli esordi della Certosa di Pesio), ovvero la sede dei conversi. Quei fratelli laici, di grado subordinato ai certosini, cui venivano affidati i lavori manuali. Affinché i monaci non venissero turbati dagli “affari mondani”. Nel caso della Certosa di Pesio, la Correria precede addirittura l’edificazione del monastero vero e proprio. Mentre per Casotto è menzionata una casa inferiore solo nel 1202 (Barelli, Cartario della Certosa di Casotto, 1957).

Manola Plafoni - Certosa di Pesio Chiostro sup. _per Ch. Antica 2017 (1)
Chiostro superiore della Certosa di Pesio (particolare)

La conduzione economica dei nuovi ordini religiosi è, inoltre, legata ad un aspetto sostanzialmente nuovo, rispetto alla gestione dei monasteri benedettini. L’introduzione di “aziende agricole” denominate grange è un elemento di forza per l’economia delle case. Permettono di essere autosufficienti attraverso lo sfruttamento agricolo-pastorale delle terre. Soprattutto perchè i vari complessi fondiari sono gestiti direttamente, attraverso la manodopera certosina. Sono infatti le sedici unità di conversi, coordinati da un procuratore – o grangerius -, ad occuparsi delle grange.

P1080210
Crocefisso nella chiesa inferiore della Certosa di Pesio

I monasteri divengono, a mano a mano, pienamente autosufficienti e in grado di espandersi patrimonialmente. I monaci si premurano di liberare le proprie terre da carichi signorili e di espandersi anche in aree di pianura. Non certo solo per differenziare le coltivazioni, o creare buoni condizioni per l’allevamento bovino, ma anche per aumentare le proprie ricchezze come oculati latifondisti.

san michele valle pesio
Grange sopra la Certosa. Valle Pesio

Purtroppo nel caso della Certosa di Pesio, questa nuova forma di espansione – sebbene non per le due grange di pianura, vicino a Cuneo, ma all’interno della vallata stessa – provoca non pochi problemi. Le “grangias sive domunculas” di S. Michele e Rumiano danno origine a contese e discussioni. Si sentono depauperati nell’incolto produttivo sia gli abitanti locali del villaggio “della Chiusa”, quanto i contadini dei due villaggi del versante opposto di Tenda e Briga. Come cita l’autore di una Chronica del 1435, il Priore certosino Stefano di Crivolo (Caranti, La Certosa di Pesio). Incendi, invasioni e scorrerie di vario genere provocano, a più riprese, la parziale distruzione del monastero. Così i monaci, circa a metà del XIV secolo, sono costretti ad abbandonare la loro Certosa, lasciandola per quasi cinque decenni deserta.

Manola Plafoni

Articolo comparso sul N. 32 (dicembre 2017) del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica”.

Un affettuoso ringraziamento a Vanessa Gatti per i preziosi suggerimenti.

Il noviziato nella Certosa

Attraverso un’intervista ad un frate della Consolata, la testimonianza sulla vita dei novizi, nella Certosa di Pesio. Per circa quarant’anni luogo di formazione religiosa dei futuri missionari.

4 ottobre 12 (12)

Un incontro cordiale ed estremamente semplice, con Fratel Gaetano. Uomo mite e dall’aspetto genuino di chi è abituato a lavorare e a rimboccarsi le maniche. L’intervista avviene una mattina di fine inverno, in piedi, nel porticato del chiostro superiore della Certosa. E, subito, la sua voce rivela le sue origini piemontesi. Inizia, così, una piacevole conversazione, a proposito della sua esperienza di novizio, di oltre cinquant’anni fa.

SONY DSC
Fratel Borgo – Certosa di Pesio, primavera 2017

Manola: Come si chiama?
Fratel Borgo: Mi chiamo Borgo Gaetano. Nato ad Alpignano, in Provincia di Torino, il tredici novembre del 1939.
M: Lei è un frate, non è vero?
F B: Sì, sono un fratello, un laico. Un frate. Ho i voti religiosi: povertà, castità, obbedienza.
M: Si trova da molto qui alla Certosa?
F B: Sono arrivato il cinque settembre del 2015.
M: Lei è stato in missione in Kenya per quarantaquattro anni, e tre anni in Inghilterra. Ma facciamo un passo indietro: quando si è avvicinato al mondo religioso?
F B: Avevo diciannove anni.
M: E poi ha fatto il Noviziato qui alla Certosa.
F B: Sì, nel ‘61/’62. Guardi… io sono arrivato qui per la prima volta – non l’avevo mai vista la Certosa, ne avevo solo sentito parlare – e mi ha stupito il fatto che tutto questo fosse dei Missionari della Consolata. Ero proprio stupito.
M: Un complesso molto grande, in effetti. Com’era 55 anni fa?
F B: Mi ricordo che di là [fa un cenno con la mano verso est] a San Giuseppe c’era ancora tanta gente. Li vedevo solo venire a messa la domenica, con i bambini. E anche là [questa volta indica la Correria] c’era un bel gruppetto, con i figli.
M: Chi era, all’epoca, il Priore?
F B: Padre Rabaioli. Giovanni. Che veniva già dal Kenya, però con cinque anni di prigionia, durante la guerra in Sud Africa. Tutti i missionari della Consolata che erano in Tanzania, Kenya, Etiopia, erano stati messi nei campi di concentramento. E avevano arrestato anche le suore della Consolata, che erano duecentoquaranta. Loro non le hanno deportate ma le avevano messe in un unico convento a Nyeri, sotto la supervisione di militari fino alla fine della guerra.
M: Lei sa per quanto tempo qui nella Certosa ci sono stati i noviziati?
F B: Dal 1934. E l’ultimo noviziato è stato nel 1975.
M: Lei è venuto qui all’inizio degli anni Sessanta, il Padre Superiore era dunque Rabaioli…
F B: Sì. Era uno molto pratico.
M: Ma i primi “passi” della sua vita ecclesiastica dove sono iniziati?
F B: Ad Alpignano. Nella Casa di formazione dei Fratelli. Proprio nel mio paese. Perché io andavo a scuola là da bambino, a fare l’avviamento professionale. È per questo che ho conosciuto i missionari della Consolata.
M: E ha deciso di farsi Fratello…
F B: Sì, perché mi piaceva quello stile di vita.
M: E cosa, in particolare, la colpiva e le piaceva?
F B: Il fatto che ci fosse sia la preghiera che il lavoro. Un po’ sullo stile Benedettino…

P1160735
Chiostro superiore della Certosa

M: Quindi lei ha iniziato nel suo paese.
F B: Per sei mesi, nell’istituto. Però io conoscevo i missionari già da bambino, perché andavo là la domenica. Ero un ragazzo dell’oratorio e andavamo a giocare al pallone.
M: E dopo questo primo periodo?
F B: Dunque… da lì ad Alpignano, eravamo un bel gruppo, eravamo tredici! Cioè, eravamo un gruppo di diciassette ma prima di venire qui ne hanno già scartati alcuni.
M: Li scartavano perché non seriamente intenzionati?
F B: Perché non erano adatti. Oppure cambiavano idea. Il ché era una buona cosa, non bisogna mica forzare…
M: Quindi da lì intraprese il suo cammino.
F B: Io avevo già un mestiere. A casa facevo il contadino e in fabbrica facevo il tornitore. E allora avevo già “il mestè”, come si dice. E siccome loro mi conoscevano da lunga data… non mi han fatto fare l’anno completo ad Alpignano. Ad ottobre si iniziava qui alla Certosa – per tutti, sia per coloro che volevano farsi Fratelli, che per chi studiava da prete – e ho incominciato l’anno di prova. Questo anno di prova andava dal primo ottobre a fine settembre dell’anno successivo.
M: Un intero anno.
F B: Sì, era obbligatorio. L’anno di prova si chiama: Noviziato.
M: Questo prima di prendere i Voti.
F B: Prima di andare via da qui si facevano i Voti per tre anni. Poi se uno voleva ancora decidere d’andarsene, se ne andava. E molti se ne andavano…
M: E alla fine di questi tre anni?
F B: Si facevano i Voti Perpetui.
M: Ma la differenza tra lei che è Frate e i Preti, in cosa consiste?
F B: Che oltre ai tre voti loro hanno l’ordinazione sacerdotale.
M: Quindi possono celebrare messa. Mentre i Frati no, come le suore.
F B: Esatto e noi, invece dei preti, studiavamo materie tecniche. Mentre loro studiavano teologia e filosofia. Perché in missione c’è bisogno sia di chi predica che di chi lavora. Perché è anche necessario costruire.
M: Quando lei è venuto qui nella Certosa quanti anni aveva?
F B: 21 anni.
M: E quando è arrivato cosa le è stato detto, all’inizio?
F B: Arriva il Superiore, Padre Rabaioli, e dice: “Chi vuol prendersi la responsabilità dell’acqua calda, dell’acqua fredda, delle fogne, dei lavori tecnici, eccetera?” Ed io – siccome c’era un altro più giovane di me – ho pensato: lasciamo che se ne occupi lui. Però già ad Alpignano mi avevano preparato un po’, per fare lavori da tubista. E quindi poi il Superiore mi disse: “Lei, Fratel Borgo, si prenda la responsabilità dell’acqua”. Poi ricordo che c’era un altro, sui trent’anni, bresciano. Sabaini. Faceva il falegname. Era responsabile di tutto quel che riguardava il legname. Porte, finestre… Con cui poi ho collaborato anche dopo, per più di trent’anni, nella scuola missionaria in Kenya. È mancato l’anno scorso.
M: Quanti eravate, qui, a fare il noviziato?
F B: 63 chierici e 13 fratelli.
M: Secondo lei perché erano di più quelli che studiavano per diventare preti?
F B: Non saprei. Nelle congregazioni miste, come la nostra, ci sono sempre più sacerdoti che Fratelli.

SONY DSC
Lo scalone (del Boetto) mette in comunicazione la parte inferiore con quella superiore dove si trova il grande chiostro.

M: Erano presenti anche delle suore?
F B: Sì, lì nell’ala sud. [Indica la parte terminale del braccio porticato del chiostro, che va verso la montagna]. Quella che adesso si chiama “ala Deserto”. Mi pare fossero anche un bel gruppo. Quasi venti. Perché per loro era una casa di formazione, mi pare. Ma non le vedevamo mai. Solo la domenica a messa. Perché al mattino c’era l’altro Padre che andava a dir messa là.
M: Ma la domenica partecipavano tutti, alla messa?
F B: Sì, nella chiesa grande. Era tutto pieno.
M: E le sorelle cosa facevano durante la settimana?
F B: So che avevano anche delle ore di studio. Noi non le vedevamo mai. Da una delle ruote, lasciate già dai certosini [indica quelle nei muri del chiostro], c’era una campana. E se uno aveva bisogno di qualcosa – siccome le suore lavavano, cucivano, stiravano – si andava là e si suonava la campana. Allora una arrivava dalla ruota e si sentiva solo la voce. Diceva: “Sia lodato Gesù Cristo”. “Sempre sia lodato”. “Cosa desidera?” E magari serviva un paio di calze, oppure una giacca o la talare…
M: La talare?
F B: La veste nera. Avevamo tutti la talare. A noi Fratelli veniva data quando venivamo qui, mentre i chierici l’avevano già due anni prima.
M: Quindi vi passavano l’occorrente attraverso la ruota.
F B: La ruota era a due piani. La suora incaricata metteva la roba lì. Tutto il resto ce lo facevamo noi. Non le vedevamo mai. Io le vedevo a volte perché magari avevano qualche problema con l’acqua calda, o i rubinetti da aggiustare.
M: E durante il noviziato com’era strutturata la vostra giornata?
F B: Al mattino dalle otto e mezza alle undici e un quarto circa, c’era il lavoro per noi Fratelli. Per i chierici, invece, c’era lo studio.
M: Voi, dunque, facevate dei lavori manuali e loro si dedicavano allo studio di materie religiose.
F B: Facevamo restaurazioni. Ognuno di noi riparava qualcosa qua alla Certosa. Poi dalle undici e mezza a mezzogiorno: meditazione nella chiesa grande. E d’inverno faceva freddo…
M: Poi c’era il pranzo nel refettorio?
F B: Sì. E dopo pranzo, alle due, si iniziavano i lavori. Ma prima c’era del tempo libero. Circa un’oretta.
M: E cosa facevate in quel tempo a disposizione?
F B: In inverno, a volte, andavamo a sciare. Magari fino ad un quarto alle due, per rientrare in tempo. Ogni tanto qualcuno si rompeva una gamba… Oppure si passeggiava fino ad Ardua, o giù fino alla Correria. Ma non si stava qui, si usciva. A meno che non piovesse a dirotto.
M: Alle 14:00 di nuovo lavoro. Per tutti?
F B: Sì. Io, ad esempio, avevo sotto di me due chierici. Comunque ognuno di noi aveva un compito preciso. C’era quello che era responsabile dei muratori: Fratel Torta, che è stato qui ultimamente. Lui era il capo dei muratori, per la riparazione dei muri di cinta. E lavori ce n’erano sempre. C’era l’incaricato della pulizia, degli alberi, dei prati… E, dato che faceva freddo, anche chi era incaricato di portare la legna dove c’era la caldaia, o dalla chiesa.
M: Ognuno aveva un suo compito. Ma c’erano anche persone esterne?
F B: C’erano dei Famigli. Era il nome di quelli che adesso chiamiamo volontari. Uno si chiamava “Ciapèla” e faceva il calzolaio. Era gente onesta, che lavorava. Dell’altro non ricordo il nome.
M: Erano di San Bartolomeo?
F B: Non ricordo esattamente. Erano della zona però. Erano soli. Adesso vanno all’ospizio…
M: Ma allora quanti anni avevano?
F B: Sui settanta.
M: E loro davano una mano con i lavori?
F B: Sì. Lavoravano e poi mangiavano e dormivano anche qui. Noi ci prendevamo cura di loro come fossero uno di noi. L’unica differenza era che non avevano i voti.
M: E l’altro Famiglia di cosa si occupava?
F B: Guardava le mucche. Avevamo un po’ di maiali e anche cinque o sei mucche. Ah, poi avevamo anche il pollaio.
M: Il pollaio era già laggiù in fondo al chiostro?
F B: Sì. E la stalla delle mucche era qua sotto dove ora c’è il garage [All’ingresso del viale alberato, sulla destra]. Nella stalla vicina, poi, c’erano quattro o cinque maiali.
M: Dove dormivano i Famigli?
F B: Qui, vicino a noi. E poi mangiavano con noi.
M: E voi religiosi dove dormivate?
F B: Tutti qui, in quella che adesso è chiamata “Ala noviziato”. Di fianco a dove ora c’è il museo, nel chiostro inferiore.
M: Erano dei dormitori?
F B: C’erano due o tre cameroni. Si dormiva lì. Eccetto quelli che erano più anziani. Dei dottori che erano già stati in missione e poi avevano deciso di farsi missionari.
M: E quanti anni avevano, all’incirca?
F B: Sui quaranta. Poi, c’erano anche due o tre sacerdoti che venivano dalle diocesi. E volevano farsi missionari della Consolata.
M: Quindi questo periodo chiamato Noviziato è obbligatorio per tutti.
F B: Sì e durante quell’anno viene spiegata com’è la vita nell’istituto in cui vuoi andare. Cosa devi fare, cosa sarà tuo e cosa non sarà tuo, e cosa ti faran fare i superiori o cosa possono dirti di fare. Perché uno ha bisogno di idee chiare. Perché sarà per la vita…
M: Da quel che mi racconta occorrevano molte stanze per alloggiare tutti voi.
F B: Certo. E poi qui venivano i seminaristi. [Indica l’ala nord, non più porticata, del chiostro superiore]. I seminaristi di Mondovì. Infatti quella ora si chiama “Ala Mondovì”. In quegli anni ce n’erano tanti.
M: E chi erano i seminaristi?
F B: Quelli che studiavano per diventare diocesani. Quei sacerdoti che sono nelle parrocchie. Che si chiamano “Don”, non “Padre”.
M: Ma i diocesani non posso essere anche missionari?
F B: Allora no. Dovevano lasciare la diocesi e venire da noi. E allora ce n’erano sempre tutti gli anni , due o tre.
M: Quanti erano i seminaristi di Mondovì?
F B: Un centinaio e più.
M: Ma erano qua tutto l’anno?
F B: No, solo d’estate, durante le vacanze, per circa due mesi. Anche “l’Ala Cuneo”, adesso si chiama così perché alloggiavano lì un centinaio di seminaristi di Cuneo. All’ingresso della Certosa, arrivando proprio dalla strada.

SONY DSC
L’ingresso della Certosa visto dal viale intero (arco dx). Denominata “Ala Cuneo”

M: Dunque d’estate eravate almeno trecento!
F B: Eh sì, eravamo tantissimi. Poi d’inverno diventava quasi vuoto. Ma d’estate era pieno perché c’erano anche molti turisti in visita. E alla domenica si vedeva gente da ogni parte!
M: E i seminaristi cosa facevano?
F B: Erano per conto loro. Messa per conto loro, pasti per conto loro… Erano ospiti, diciamo. Poi studiavano anche un poco. Ma al pomeriggio erano liberi.
M: Ma non vi incontravate con loro?
F B: No. Avevano altri orari. E anche il cibo se lo facevano loro. Anche perché se no, tutti assieme non ci saremmo mica stati…
M: Ma torniamo a voi novizi della Consolata. Alle due del pomeriggio, cosa facevate?
F B: Dalle due alle quattro: lavori manuali per tutti, anche per i chierici. E dopo si faceva merenda.
M: Si ricorda cosa mangiavate?
F B: Un pezzo di pane. Solo una pagnotta senza nient’altro. Poi alle cinque: studio. Per tutti. Fino alle sei. Quindi c’era la conferenza. La spiegazione della costituzione, ovvero la Regola.
M: La Regola religiosa dei missionari?
F B: Sì. Poi alle sette meno un quarto si andava in chiesa, per vespri e rosario. E dopo cenavamo. Infine circa tre quarti d’ora di ricreazione. La chiamavamo così. Si stava assieme, si leggeva il giornale, si chiacchierava. E a un quarto alla nove, di nuovo preghiera e infine andavamo a dormire.
M: A seguito del noviziato, avveniva una cerimonia?
F B: C’era la cerimonia dei Voti perpetui, quelli dei tre anni. Se ammessi dall’istituto e se uno voleva continuare, naturalmente. Ma già al termine del noviziato, qui, si faceva una cerimonia molto solenne.
M: Quindi l’ha fatta qui.
F B: In realtà no, a Rosignano. Gli ultimi mesi ci han mandati via perché eravamo in troppi. Quindi sono stato qui circa nove mesi, perché c’erano troppi turisti, più tutti gli altri… ed eravamo disturbati. Se no la cerimonia l’avrei fatta qui. Si faceva dentro la chiesa. E subito dopo si andava via. I Chierici a Torino a completare i loro corsi religiosi, o a continuare con la filosofia e la teologia. Mentre i Fratelli andavano di nuovo ad Alpignano, per perfezionarsi nelle materie tecniche, per poter andare in missione. E così ho fatto anch’io. E ad Alpignano sono poi andato a scuola dai Salesiani, che sono noti per l’educazione attraverso le scuole tecniche.
M: Dello stile di vita qui nella Certosa durante il suo noviziato, cosa ricorda?
F B: Facevamo una vita molto regolare. Di preghiera e meditazione. E di lavoro, naturalmente. Tra di noi non si parlava molto. C’era molta meditazione, ricordo.
M: Ma con le altre persone che erano qua, come si trovava?
F B: Il rapporto era molto buono. Anzi, in quell’anno di noviziato nasceva uno spirito di gruppo. Come per i coscritti. Così c’era molta più comunicazione. Sia qui che poi nella missione.
M: E questo è positivo perché creava le basi dell’aggregazione per una vita comunitaria.
F: Proprio così. La nostra non è una vita solitaria. È una vita bilanciata tra preghiera e lavoro. E a me questa vita è sempre piaciuta.

 

Intervista di Manola Plafoni, comparsa sulla rivista d’informazione storico-culturale “Chiusa Antica” / giugno 2017

Il medico Bruno e i dottori di Chiusa Pesio

Il medico appassionato di botanica e i suoi colleghi, alla fine del Settecento

Cipripedium_SL

Nella seconda metà del Settecento il medico Bruno risiede a Chiusa di Pesio. La sua è una famiglia di dottori: già il padre Giovanni Battista professa nel capoluogo della Valle Pesio e lui, oltre a dedicarsi alle cure dei pazienti, è un appassionato di botanica che conosce e collabora con il converso certosino Fra Ugo Maria Cumino, il quale lo cita con tono confidenziale nelle sue lettere sin dal 28 Luglio 1788

N_006 Annuario botanico Medico Bruno 1800 _Manola Plafoni
Annuario botanico. Medico Bruno – Anno 1800

“Il Sig. Medico Bruno è mai più comparso per far mia qualche conferenza nello Studio Botanico. Mi son però trattenuto qualche poco in due giorni cogli Sig.ri Medico e Speziale di Limone, uomini di capacità in questa Scienza”.

vista aerea Certosa
vista aerea Certosa di Pesio

Maurizio Antonio Bruno – di cui non sono note né la data di nascita o di morte – è solito recarsi sulle montagne con lo speziale Cumino per ricercare piante e fiori da erborizzare; il 19 agosto 1788, ad esempio, assieme trovano nella zona dei Laghi Biacai l’Azalea Procumbens e l’Astragalus Austriacus.

7306671340_51f5e06437_b
Laghi “Biacai” (Biecai) m 1967

Ma il rapporto di collaborazione e fiducia tra i due uomini di scienza emerge soprattutto dalle lettere datate: 21 febbraio e 9 maggio 1796, in cui il Cumino, spiegando al corrispondente torinese Bellardi i caratteri e i sintomi dell’epidemia corrente nella valle, parla della povera gente che la abita e che non può permettersi le cure di un medico. A Chiusa di Pesio vi sono, infatti, in quegli anni ben tre dottori. Oltre al suddetto vi è il medico: “M. Gondolo della Chiusa con cui non ho alcuna famigliarità” (scrive il Cumino).

loiseleura_3
Azalea Procumbens

E svolge la professione medica anche tale: Damilano – ne parla sempre il frate certosino, in data: 26 luglio 1791, riferendosi ad un salasso che questi ordina per l’allora Padre Priore della Certosa, assalito da “vomiti portati da indigestione che gli durarono per intervalli quattro ore continue, con lordaggine […]” –.
Il medico Damilano è citato anche in una delibera dell’ospedale-ricovero di Chiusa: Deliberazioni 1786-1811, 12 gennaio 1790 (“Il medico Damilano esercita da anni con espressa caritatevole rinuncia alle spese per esso prestate a beneficio dei poveri.”)

Man Bruno 008
annuario del medico Bruno (1800)

Durante il periodo epidemico: “i rimedj, secondo il metodo del S.r M.o Bruno sono in primo luogo l’Emetico d’Ipecaquanna, che spesso, e quasi sempre, fa espellir vermi per secesso. Nel progresso della malattia si usano gli anthelmintici e arriseptici (e diaforetici se vi è l’esantema). Dopo alcuni giorni di purga l’ammalato con un diluito di Cassia, Tamarindi, Seme Santo e Senna con Sciroppo di fior di Persico e tutto fa espellir vermi, e sembra per allora il malato sollevato, ma lo spossamento non si recupera e molti soccombono tanto giovani che vecchj, ed il male è di natura Epidemico, ed attacca per lo più la povera gente, e nella casa in cui s’inoltra, passa per tutti, ed in alcuni fa strage.” (N. 21887 – Carteggio Cumino/Bellardi).

II Cert capitel (18)
Particolare di un capitello del chiostro sup. della Certosa di Pesio, lato ovest

Sul finire del XVIII secolo sappiamo, poi, che nella vicina Boves lavora un altro amico del Cumino: il dottor Giusiana, mentre a Roccaforte Mondovì un ulteriore medico Bruno.

Resta ancora da annotare una piccola curiosità, di tradizione orale, scoperta quasi per caso e non confermata. Alcune persone di Chiusa di Pesio, ancor oggi, quando con tono scherzoso dicono: “fatti curare dal medico Bruno” intendono:

“lascia stare e aspetta che il tuo mal guarisca da solo”

Non è escluso, dunque, che a distanza di due secoli si sia tramandata la diceria legata ad un dottore che era solito curar non con farmaci ma con piante ed erbe.

 

Manola Plafoni

(Articolo anche comparso sul Periodico di informazione storico-culturale  Chiusa Antica N.28 / Dicembre 2015)

 

Chiostro.

Il valore simbolico dello spazio porticato e i chiostri della Certosa di Pesio.

 

SONY DSC

Il grande chiostro della Certosa di Santa Maria s’apre ai nostri occhi nel suo monumentale splendore. Nell’accordo all’unisono di spazio e natura. A. Fondendo ottimamente la semplicità dell’architettura, con la rigogliosa natura della Valle Pesio. L’essere umano e il divino si fan più vicini, in questa consonanza tra il vuoto del porticato – dalle sobrie volte a crociera e le piccole colonne dal fusto liscio – e i grandi alberi all’interno del giardino, che dai boschi entrano direttamente nel monastero. Essendo il chiostro totalmente privo della manica verso la montagna. Un hortus ricco di vegetazione locale, al punto da non avvertire la sensazione d’essere in un’antica clausura.

SONY DSC

Nei lunghi anni in cui il monastero fu abitato dei certosini – dal 1173 al 1802 – subì importanti trasformazioni. L’originario apparato medievale presentava già un chiostro, attorno al quale erano collocati gli altri corpi di fabbrica del monastero. Esso corrispondeva, pressoché, all’attuale giardino inferiore che immette alla sala capitolare e alla primaria chiesa. Gli interventi cinquecenteschi e dell’età Barocca, poi, non solo soprelevarono il complesso architettonico – che, a causa del dislivello del terreno, degradante verso il torrente Pesio, venne organizzato su grandi terrazzamenti a quote differenti – ma lo ampliarono notevolmente.
Nell’area superiore, per un periodo non molto chiaro, un piccolo chiostro quadrato affiancava la chiesa principale. Il suo lato ovest era il naturale proseguimento della manica porticata del chiostro maggiore che, così, portava direttamente all’ingresso del presbiterio.

P1160769

Non vi sono però tracce di un chiostro nell’insediamento inferiore certosino. La Correria (sulla sponda opposta del torrente Pesio) oltre alla chiesa possedeva una foresteria e, sul lato destro, un locale per il ricovero degli attrezzi. Dai rilievi fatti dalla Dott. Valentina Ruberi (2015) emerge anche la presenza di un dormitorio per i religiosi, posto di fronte alla semplice chiesa. Ma non un chiostro. Poiché – grazie ad un’incisione del 1682 – si può scorgere soltanto la presenza di una cinta muraria e un appezzamento di terra. Un orto, con buone probabilità. Forse anche con le tipiche qualità del Hortus conclusus, con piante officinale e frutteti.
Ma quello più importante è il nuovo grande chiostro, che divenne così – rifacendosi al modello della Grande-Chartreuse presso Grenoble, fondata da San Brunone – fulcro della vita monastica.

P1160739

 

Rispettando a pieno la consuetudine di un impianto dove le celle dei monaci si affacciano sui corridoi porticati che circondano lo spazio a cielo aperto, permettendo di accedere ai principali locali conventuali.

 

SONY DSC
Cortile interno di un’ex cella certosina

 

Nell’Ottocento il complesso monastico subì le ultime, importanti, trasformazioni. L’ambiente religioso – a seguito delle soppressioni napoleoniche di inizio secolo e di un periodo di abbandono – venne modificato in stabilimento idroterapico, con i lavori promossi dal nuovo proprietario: il Cav. Avena. Gli interventi, a partire dal 1840, determinarono lo stato attuale del chiostro. Nel quale, non solo manca totalmente il lato Est – per dare il senso d’apertura tipico delle ville francesi (Peyron) – ma, nella manica Nord, è privo dell’originario porticato. Chiuso e riadattato alla nuova funzione alberghiera della struttura. Certo lontana dal senso di sobrietà della clausura certosina. Basti pensare che venivano alloggiati fino a 150 ospiti dell’alta borghesia. E i criteri architettonici residenziali non potevano che rispondere alle esigenza della villeggiatura dell’epoca.

SONY DSC
Ala Nord del Chiostro superiore

 

Oggi due lati su tre del chiostro sono porticati. Rimangono 53 archi poggiati su 54 colonne con base unghiata e fusto liscio non rastremato. Di queste solamente 39 conservano l’originale apparato scultoreo dei capitelli corinzieggianti – con abaco quadrangolare superiore e corallino di raccordo inferiore – con, al centro, un motivo ornamentale differente.

 

cap (23) 8C

Quale fosse, dunque, il primitivo stato del chiostro superiore, lo si desume guardando i disegni del Caranti, che copiò le planimetrie di inizio Ottocento, ormai perdute. E lo si intuisce anche ragionando sullo stato attuale. Semplicemente immaginando di completare un chiostro quadrato con altri due lati– in maniera speculare, su in ipotetico asse N-N-O /S-S-E – oltre quelli porticati esposi a meridione e levante.

Ipotesi Chiostro Superiore CERTOSA di Santa Maria di Pesio
Ipotesi Chiostro Superiore originario. Studio e grafica di Manola Plafoni

 

Il chiostro della Certosa di Pesio, all’incirca per tre secoli, fu costituito da 108 colonne. Una ogni due metri, per un perimetro di quattro lati lunghi, pressappoco, 70 metri. L’area totale copre una superficie di circa 5000 metri quadrati. E per avere qualche termine di paragone, si può, ad esempio, guardare alla Certosa più grande d’Italia; quella di Padula (nel Vallo di Diano, in Campania). Il suo è anche il chiostro più grande al mondo e misura 104 metri per 150 metri. Terminato nel XVIII secolo – con un porticato di 84 pilastri – misura ben 15000 metri quadrati. Ovvero 5000 in più di quello ad opera di Michelangelo, della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Certosa romana dove San Brunone venne mandato poco dopo aver costituito, nelle Alpi del Delfinato, l’ordine monastico certosino.
Parlando del chiostro della domus superior di Pesio, non si può prescindere da un discorso più ampio sugli elementi distintivi dei chiostri in Occidente. E, nello specifico, quelli legati alla regola monastica certosina. Essi sono infatti caratterizzati dalla separazione fisica dei corridoi coperti, mediante muretti bassi, interrotti da pochi accessi all’area del giardino.

 

SONY DSC
Ala Sud

 

Ma il termine chiostro ha già in sé il significato di separazione. Derivante dal termine latino claustrum (serratura) – per estensione clausura – indica la divisione e l’isolamento dei monaci dal mondo esterno. I quali, infatti, intorno al chiostro trovavano disposte le proprie celle – ove pregare e lavorare – con piccole finestre in cui era collocata la ruota per ricevere i pasti giornalieri.

SONY DSC

Ma, come già detto, questa struttura di raccordo tra le varie celle, e di passaggio verso gli edifici della vita comune – in primis la chiesa ove recarsi per le funzioni tre volte al giorno – è lo spazio inteso come Galilea maior. Un luogo simbolico, più che un chiostro in senso stretto. E se il carattere precipuo del portico claustrale sta nel suo spazio vuoto che include l’uomo – l’uomo di fede che al suo interno vi cammina, in meditazione, in preghiera – Galilea significa proprio “passaggio”, “trasmigrazione”. Perchè è in Galilea che Cristo insegnò agli uomini a migrare con lo spirito dalle cose terrene al cielo. E, sempre in quella terra, Cristo passò dalla morte alla vita con la Risurrezione. Così la Galilea esprime, anche, il significato di passaggio spirituale dalle cose visibili a quelle invisibili (Leoncini, 1990).

JesusFeet

Occupata da una fonte d’acqua e da un cimitero, la Galilea aveva forme quadrilatere, suddivisa al suo interno in modo cruciforme in quattro aree, tramite vialetti. Questa divisione rispecchia i princìpi di bellezza ideale, derivata dell’“ordine divino”. Simbolico Hortus conclusus, prodotto di quel simbolismo mistico di cui sono intrisi il Medioevo e i secoli a venire, il giardino è il luogo protetto dai pericoli esterni, in cui ricreare l’immagine dell’Eden. E l’immagine edenica, paradisiaca, si riflette nella fonte. Allegoria della sorgente da cui scaturiscono i fiumi del Paradiso e, al contempo, allusione al Cristo, origine di vita e salvezza.

 

Nel centro del Chiostro Superiore della Certosa

 

Nella Certosa di Santa Maria di Pesio la presenza della fonte è confermata, tanto quella del cimitero. Quest’ultimo si trovava subito all’ingresso del giardino, sul lato orientale. Due colonne in marmo e non in pietra come le altre ancora presenti, fungono da porta, nel punto centrale del porticato che, appena oltrepassato, sulla destra – all’ombra del capitello scolpito con una croce – era il luogo sepolcrale.

SONY DSC
Antico cimitero certosino

 

Così la vita e la morte si alternano in questo centrale spazio monastico. L’acqua e il cimitero. La vita – il rinnovamento perpetuo della natura – si contrappone all’ineluttabilità del destino umano. Dualismo simbolico elementare, come quello del giorno e della notte. Della luce e dell’ombra. Che sotto il porticato del chiostro, tra una colonna e l’altra si alternano, al passaggio dell’uomo di fede.

 

Manola Plafoni

 

[Articolo comparso sul N.30 – dicembre 2016, del Periodico di informazione storico-culturale Chiusa Antica]

SONY DSC

Nel Deserto

 

Per molti secoli, all’interno delle mura certosine, i monaci hanno vissuto “il desertum”; un luogo simbolico con un profondo legame con le Scritture.

L’ordine dei Certosini è ritenuto una delle confraternite più rigide della Chiesa Cattolica Romana. Ma la vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine, nell’isolamento – il cui centro è l’eremo – è un paradosso. Poiché un gruppo di eremiti si unisce nel condurre una vita comunitaria. Ogni monaco, infatti, “deve pulire le proprie vesti, svolgere la pulizia dei piatti, lavorare il giardino, tagliare la legna, leggere libri e sbrigare le faccende per il monastero” (P. Gröning). Tuttavia, in questa piccola comunità, ognuno mantiene la propria sfera di solitudine, all’interno della clausura. Il termine stesso: monaco, deriva dal greco “monos”, solo. Mentre dal greco “monastèrion” – il monastero – è “la cella dell’eremita”. La quotidianità certosina è scandita non solo da momenti di preghiera e meditazione solitarie, ma anche da momenti di lavoro e altri di preghiera comune. La loro è una vita molto intensa e non mancano le liturgie, dalle due alle tre ore, nel cuore della notte. Ma ciò che oggi meraviglia di quest’ordine monastico ascetico, è la Regola del Silenzio. Un rigoroso, quotidiano, silenzio. Fatta eccezione appena per poche ore, un dì la settimana.

certosini
A differenza dei Cistercensi e dei Trappisti, che osservano ugualmente il Silenzio, i Certosini vivono ognuno con se stesso. La loro individualità trova la propria espressione fortemente nella cella e nel desertum.

Il deserto.

Questo luogo simbolico, nella Certosa di Santa Maria di Pesio (CN) era incluso “entro le mura trecentesche” (Padre Peyron). Come si apprende da un’antica planimetria conservata nella Biblioteca Reale di Torino (Dis. II 83); e da quanto l’architetto Tosco (La Certosa di Santa Maria di Pesio, 2012 – pag. 37) trascrive del suddetto piano: “Deserto, ossia sito entro cui trovasi prescritta la clausura della Certosa”. Le mura che delimitavano il monastero vanno ancor oggi dall’area ovest verso il torrente Pesio, alla zona più a monte – oltre il chiostro superiore – ad est, ai confini con la grangia di San Giuseppe. Mentre le mura sull’asse Nord/Sud sono quasi confinanti con i valloni rispettivamente di San Giuseppe e quello detto del Cavallo. Tali mura sono perfettamente visibili e in molte parti in buono stato di conservazione, fatta eccezione per le torrette, pressoché crollate.
Così il deserto non è un luogo fisico ma uno spazio simbolico, con un profondo significato congiunto alla devozione, a partire dalle Scritture.

Cap (207).JPG

Il deserto è un territorio inospitale che evoca sterilità e morte nel nostro immaginario. È lo spazio dell’abbandono. In questa realtà sconosciuta e desolata, luogo dell’assenza della parola e dell’assenza della vita – sia vegetale che animale – tutto è brullo e infecondo. Ma già a partire dall’esperienza degli anacoreti dei primi secoli dopo Cristo, il desiderio di apprendere la via per il raggiungimento di Dio è compiuto nella regione arida per eccellenza. Il deserto è condizione essenziale per un’autentica esperienza spirituale di fede. “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” ( Luca 4,1). Gregorio Magno afferma che “Mosè apprese nel deserto la missione che nessun uomo gli aveva insegnato” (Dialoghi, libro I.7). E per il teologo mistico Riccardo di San Vittore (XII secolo) esso è il logo della vita eremitica interiorizzata.
Vi è però una contraddizione interna, in questo simbolo fecondo della Bibbia. Un’antinomia che conduce da uno stato di sterilità ad uno più alto, più vicino a Dio. San Matteo (12, 43) descrive il deserto come “popolato di demoni”. Gesù è tentato proprio al suo interno (Marco, 1, 13) e l’eremita Sant’Antonio abate – che vive in solitudine nel forte abbandonato sul monte Pispir, in Egitto, tra il III e il IV sec. d. C. (Atanasio, Vita Antonii, 357 c.) – vi subisce l’assalto seduttore delle tentazioni. Poiché è anche il luogo dei desideri e delle immagini diaboliche esorcizzate. Ed è il luogo della punizione d’Israele (Deuteronomio, 29, 5) e il rifugio dei demoni (Luca, 8, 29). Eppure Giovanni Battista predica la penitenza e la conversione (Matteo, 3, 1 e paralleli) nel deserto della Giudea, fuori Gerusalemme, per annunziare l’imminente venuta del Messia (“Ecco l’agnello di Dio” – Gv 1,29). E addirittura, secondo le fonti apocrife, lascia sin da piccolo i suoi genitori per condurre nel deserto una vita di penitenza. La solitudine della desolata Tebaide conquista poi Paolo – considerato il primo eremita – che vi rimane per circa sessant’anni (San Gerolamo, Vita Sancti Pauli primi eremitae), nutrendosi dei pochi frutti che trova e di un mezzo pane che ogni giorno gli viene portato da un corvo. E tra gli uomini di Dio che fanno esperienza della vita nel deserto, vi è anche uno dei quattro Dottori della chiesa: San Gerolamo, che matura la decisione di farsi monaco e vive come eremita nel deserto della Calcide tra il 353 e il 358 d. C.. Suoi attributi iconografici – oltre a quelli più noti, che sono: il leone e il libro – strettamente connessi agli anni vissuti da eremita, sono il teschio e la clessidra; che alludono alla meditazione sulla caducità delle cose terrene. E tra le numerose rappresentazioni del Santo di Aquileia vi è quella cinquecentesca di Lorenzo Lotto (San Gerolamo penitente), in cui ha in mano una pietra, con la quale si percuoteva il petto non solo in segno di penitenza, ma anche per vincere le tentazioni della carne. Mentre ai suoi piedi striscia una serpe, simbolo del demonio insidioso, pronto a tentare l’eremita nel deserto.
Questo contrasto tra debolezza della carne e forza dello spirito, è un tema ricorrente nel Vangelo. Il drammatico dualismo tra bene e male riguarda direttamente Gesù nei quaranta giorni di digiuno dopo il Battesimo. Sul “Monte della quarantena”, nel deserto intorno a Gerusalemme (Vangeli sinottici) egli viene tentato tre volte. La prima è la tentazione di tramutare i sassi in pane; poi vi è quella di buttarsi dalla guglia del Tempio, chiamando in soccorso gli angeli; e, infine, la tentazione del diavolo che gli offre le ricchezze della terra in cambio di un atto di adorazione. A quel punto Gesù lo caccia con l’emblematica frase: “ Vade retro, Satana”.
L’esperienza del deserto diventa finalmente il luogo propizio alle rivelazioni. La ricerca stessa dell’Essenza evoca la ricerca della Terra promessa (attraverso il deserto del Sinai). Così il popolo d’Israele vaga per quarant’anni nella desolata regione tra la terra d’Egitto e la terra dove scorrono latte e miele (Libro dell’Esodo). Questo lungo cammino da compiere, questo deserto da attraversare, è ben più di uno spazio fisico: da una parte vi è la schiavitù, dall’altra la libertà. Simboli di sofferenza una e di felicità l’altra. E non a caso Gerusalemme significa “luogo della pace”.
Gli innumerevoli esempi biblici fanno, dunque, del deserto il luogo della verità. Ed esso è logos del tempo di crescita e di maturazione. Il tempo della preparazione che porta alla consapevolezza di sé e alla pacificazione con noi stessi. Un’esperienza spirituale universale che travalica la tradizione cristiana, perché è una dimensione dello spirito, è uno schema mentale, intellettuale, col quale affrontare la vita.

P1080259.JPG
Oggi la Certosa di Pesio è una casa di spiritualità. I missionari della Consolata accolgo giovani, giovanissimi, adulti e famiglie, negli stessi ambienti dove fino al 1803 vissero i certosini. «Abbiamo trasformato in luogo di preghiera, meditazione e adorazione, una cella abitata per secoli dai monaci». Spiega Padre Peyron, riferendosi proprio ad una piccola stanza che chiamano: il Deserto. E continuando: «cerchiamo di offrire a chi viene un clima di silenzio, di preghiera e di gioiosa condivisione nel clima confuso, affannato e preoccupato dell’oggi. Ci sembra che la gente cerchi questi “spazi” per ritrovare se stessi […] in contrasto con la vita frettolosa odierna».
Così, tra queste secolari mura, il desertum perdura. Senza discostarsi molto dall’antico senso del cercare Dio nella propria solitudine, nella “solitudine del cuore”. Poiché solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. E quando il linguaggio scompare – allora – si inizia a vedere. Perché è nella solitudine che il cuore viene arricchito.

Manola Plafoni

 

(Questo articolo è apparso sul N.29 – 2016; del periodico di informazione storico-culturale: Chiusa Antica)