Cronaca di boschi e di borgate

20200428_1720497216328013224263102.jpg
I boschi sul versante orografico destro della valle, dietro l’abitato della frazione Vigna – Valle Pesio (CN)

Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro meta, i fiumi riprendono la loro marcia. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire. Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.”

Ecclesiaste 1, 4-9

L’avranno saputo? L’avran sentito qualche volta nella messa della domenica, i miei nonni, i nonni dei miei nonni? Forse sì. Forse avran creduto a questo.

   Sono nata nel luglio dell’84 e abito in Valle Pesio. In quella più a levante “delle sette valli alpine che, scendendo dal versante nord delle Marittime, si aprono sull’altipiano cuneese”. Come descrive nel 1952 Don Giorgis, lo storico parroco della frazione San Bartolomeo, nel librettino di memorie dal titolo: “La Certosa in Valle Pesio”.

Abito nella frazione Vigna, ad appena 700 m. s.l.m.. E qui ogni giorno il sole ha vita più lunga rispetto alla frazione a monte. Ma non son sicura che questo sia il luogo dove la quantità di luce sia la maggiore di tutta la valle. Perché ci sono molte borgate con case di pietra locale e piccoli insediamenti che, disposti sui due versanti del torrente Pesio, godono di ottima esposizione. E di panorami magnifici! 

Se oggi parlo di quelle numerose borgate – in gran parte disabitate – è perché è avvenuto qualcosa di molto anomalo. Un virus. Un’epidemia che per alcune ragioni potrebbe ricordare quella della Spagnola del 1918. Quella febbre – e riporto un esempio tragico – che portò via la madre della mia bis nonna, quando lei aveva appena due anni. Lasciandola nella borgata Fiolera senza la possibilità di avere un ricordo materno. Oggi… questo mese d’aprile lo definisco anomalo, però, solo da un punto di vista sociale. Perché mi guardo attorno e penso d’aver ragione di credere che non sia molto diverso da quello di sempre. Con il risveglio delle foglie d’un verde fresco e chiaro, fiori gialli di tarassaco e margherite nei prati, ciliegi vestiti da sposa come pois nei boschi di castagni, e acqua limpida nei valloni che mette di buon umore col suo suono, e molto, molto altro ancora…

dsc032007582418863938493618.jpg
Borgata Fiolera, in Valle Pesio

La ciclicità della natura, con i suoi ritmi e i suoi eterni ritorni, sarà stata l’unica grande sicurezza nella vita delle genti di questa valle, fino a circa due generazioni fa. – Così come per molte altre persone… Certamente! – Ma è su di loro che provo a soffermarmi. Cercando di ricostruire il modo di pensare di alcune delle persone che hanno vissuto in questi luoghi di montagna, nell’ultimo secolo o poco più. Partendo da piccole memorie della mia famiglia, o da racconti locali, in questi giorni dove, stando forzatamente solo qui, non faccio che pensare a tutte quelle genti che, da questa valle, un tempo, non si sono pressoché mai allontanate.

   Mia madre era bambina nelle estati tra il ’68 e il ‘73 – all’incirca – quando con sua nonna partiva dalla stalla di “Cian da roba” (un gruppetto di case accanto alla borgata “Furè”, sulla destra orografica della frazione Vigna) per salire su per quel sentiero nel bosco che partiva proprio dietro casa. Per raggiungere “Ciùp”, poco sotto il pilone dell’Olocco, le due con le loro mucche camminavano in una stradina abbastanza ripida, tra bassi cespugli di mirtilli e grandi alberi di castagno. Un sentiero tenuto pulito dal continuo passaggio delle persone e dei loro animali. Un sentiero che, appena sopra l’abitato di Vigna, dove il pendio della montagna concede una naturale “balconata”, si scorgono tutte le case e la chiesa sottostanti. Il rintocco delle campane è ben udibile anche da lassù e il campanile – come il maggiore antropologo italiano De Martino cita in alcuni suoi studi sulle abitudini rurali, come riferimento simbolico – non è solo l’emblema della vita religiosa, cui pressoché tutti erano legati per tradizione e abitudine. Ma il campanile è anche il riferimento del luogo cui si era legati. Il simbolo dell’appartenenza a quella parrocchia e, per estensione, quel territorio.

Nonna e nipote portavano con se una merenda. Un pezzo di pane ed un pezzo di formaggio avvolti in un fazzoletto. Badando alle mucche in un bel prato ondulato rivolto a sud, accanto alla stalla e al portico per le foglie di “Ciùp”, sedevano sotto una bianca betulla, facile da “spellare”. O sotto un castagno. Uno di quei robusti alberi che il padre della mia bis nonna, Martino Ellena, aveva piantato in quel terreno acquistato negli anni ‘30. Quando, dopo aver venduto la stalla al “Runk”, sopra il Pilone dell’Olocco, a circa 1200 m. s.l.s., aveva preferito spostarsi un po’ più in basso. Proprio lì, durante la guerra, un gruppo di partigiani diede fuoco, però, alla sua stalla. Il motivo, ahimè, è sconosciuto…

20200428_1628402495800735297966441.jpg
La frazione Vigna, vista dal versante orografico destro

Spesso mia madre – anche se andare al pascolo, non era più l’attività principale della famiglia – percorreva il sentiero avanti e indietro due volte al giorno. Tornava a Vigna e risaliva al pascolo dalla nonna. Passava quindi per un altro piccolo insediamento: “ü Stabbi”, dove c’erano tre case, una stalla e un portico. Tutti possedimenti dei Fratelli Ellena, Toni e Giacu. Oggi in mezzo a quelle case quasi interamente diroccate, passa lo stesso sentiero di un tempo, percorso però solo in discesa dai bikers. Che negli ultimi anni hanno contribuito – per praticare il loro sport – a mantenere puliti sentieri altrimenti solo percorsi dai caprioli.

Ma uno dei fratelli appena citati – il più vecchio – è ancora tristemente noto tra le persone anziane della valle, che lo ricordano per aver commesso un crimine efferato. Sinonimo, questo, che non tutto procedeva in tranquillità in questa valle. Che l’ambiente “chiuso” di montagna poteva non voler significare solo “scrigno” e “protezione. Ma, appunto, anche chiusura e mentalità ristretta e severa.

Si dice che Toni, dopo aver convinto un uomo che giocava a carte all’osteria “da Bagiàn” – ai “Pescatori”, nella frazione Vigna” – a seguirlo a casa sua, lo uccise facendolo a pezzi e nascondendo il cadavere sotto “la carburera” (la carbonaia). Per poi impossessarsi dei suoi abiti, il suo cappello e i suoi documenti, e fuggire in Germania.

Certo non erano questi gli avvenimenti all’ordine del giorno; forse proprio un’eccezione. Ma complice sarà stato un alto tasso di povertà; non difficile da intuire per la maggior parte delle persone nei primi decenni del secolo scorso. E pensando proprio alle condizioni di vita medie, mi vengono in mente le castagne. Quei piccoli frutti marroni che raccoglievano, chini, a lungo, nei boschi. Boschi costantemente tenuti puliti, rastrellati dalle foglie e dai rami secchi. Boschi e prati in cui le mucche o le capre, pascolavano. Ma un tempo c’erano solo due “bargè” (pastori) di pecore. Uno con il casotto per il gregge al “giàs d’Sestrèra”, che saliva ai “laghetti del Marguares” a 2000 m. s.l.m., ma proveniente dalla pianura, da un altro comune. E l’altro di fronte alla Certosa, con cinque figli. 

B2F572A6-8FED-4CEE-9B61-0DD5E3BC9F0C

Oggi mi guardo intorno e sono gli alberi i padroni della valle. I numerosi custodi, fieri e frondosi, che avvolgono i pendii. La vegetazione man mano cambia. Splendidi faggi dalla corteccia non più rugosa come quella dei castagni, ma quasi liscia, d’un grigio allegro, e splendide foglioline arrotondate, ovali e lucide, dal margine un po’ ondulato, ciliato. E con una sottile peluria sulle nervature.

Mi guardo intorno e mi par di vedere molta gente. Molte persone indaffarate. Tagliar legna, filare la canapa, costruire “garbìne” (ceste), limare “la sièssa” (la falce). Camminare, con i calzettoni di lana al ginocchio, su e giù per i sentieri e percorrere distanze oggi non più abitudinarie. Poiché non è più così scontato camminare per chilometri e chilometri nei boschi, se non per ragioni naturalistiche e sportive. Penso a tutte queste persone e le vedo forti, dai muscoli tesi, non molto alte ma robuste. Donne con foulard in testa e uomini, quando erano all’osteria, con cappello e “sigàlla” (il sigaro) o intenti a masticare tabacco. Vedo tanti bambini chiassosi correre con le braghe corte tirando una cinghia che racchiude un paio di libri. La scuola di Paglietta – ben sopra l’abitato di San Bartolomeo, sul versante sinistro della valle – ben esposta al sole, su due piani. E i banchi, la lavagna e l’odore dei gessi e dell’inchiostro. Qualche scolaro monello punito con una bacchettata sulla mani.

Poi immagino giovani amori nascere. Ragazzi che s’affrettano a raggiungere “a sòccia” (la fidanzata) probabilmente in una borgata differente da quella in cui vivono, illuminati dal sorriso dell’amata e da una prospettiva di vita nuova. Mettendo su famiglia e spostandosi in una delle frazioni più in basso. Complice, anche, un po’ di progresso economico, nel dopoguerra.

Ecco che le generazioni degli anni quaranta, una volta raggiunta la maggiore età, si ritrovarono nella condizione di poter migliorare e modificare un destino quasi segnato. Perché se fino alla generazione prima non era possibile l’affermazione dell’individualità, perché l’uomo restava legato biologicamente, per nascita, al proprio destino, la trasformazione e lo sviluppo che andava migliorando la vita nelle città, cominciò ad arrivare, a piccole dosi, anche nelle vallate. Nell’arco di pochi decenni il passaggio fu netto. E se pur molti restavano comunque legati alla montagna, ai propri costumi, alle tradizioni, alla propria terra, il modello di società si stava evolvendo. E una trasformazione – positiva o negativa che sia – implica sempre un cambiamento. Drastico.

20200428_1630124987262728921735400.jpg

Il passaggio da una società di “tipo aristotelico”, cioè limitata per tipo di nascita e con una concezione collettivistica e ripetitiva della vita; fatta d’omologazione di gruppo e d’una debole individualità, perché il riconoscimento di se stessi passa dal riconoscimento altrui. Cioè dal sentirsi persone per bene, oneste e corrette proprio nel compiere gli stessi gesti della collettività. Nel ripetere quei lavori che si eran sempre fatti e nell’attenersi alle tradizioni che parevano assolutamente buone e corrette. Ma coloro che raccoglievano castagne, continuavano a raccogliere castagne e così i loro figli. Il passaggio, quindi, dalla società di “tipo aristotelico” – dove ognuno occupava una posizione per nascita, che restava tale per tutta la vita – ad una società moderna dove ogni uomo ha i mezzi per realizzarsi, era in atto.

E se De Martino nei suoi studi parla di “ripetere o decidere”, a proposito degli uomini del sud, la vita contadina era la medesima anche qui! Solo rapportata ad un diverso ambiente, ma sempre legata “alla terra” e al concetto di tradizione. 

E probabilmente proprio quelle prospettive di vita meno rigida, meno faticosa, con qualche servizio in più e qualche disagio in meno – penso anche solo a primi servizi igienici in casa, a fine anni ’50, o alla possibilità di andare da un medico più comodamente – non erano solo passaggi ad una vita diversa. Ma anche ad un modo di pensare e intendere la vita con prospettive molto differenti. Negli anni, qui, molti non hanno abbandonato del tutto le tradizioni locali, è vero. Qualcuno va ancora per castagne, rastrella l’erba, taglia la legna. Ma pochissimi per mestiere. 

La società si è notevolmente modifica. Eppure… la conquista della propria individualità, e la possibilità di migliorarsi e potenzialmente “raggiungere” quel che si vuole, a discapito della terra di montagna abbandonata, qui è il prezzo da pagare.

Chissà se qualcuno sarà in grado, consapevole di tutto ciò, di vivere la montagna e la ciclicità della natura, senza rinunciare al proprio Io.

Manola Plafoni

 

[Quest’articolo sarà pubblicato sul numero di Giugno 2020 della Rivista storica Chiusa Antica]

Don Mauro Ferrero

Borgata Fiolera. L’India & la scrittura

[Intervista realizzata nell’agosto MMXIII]

schirfu o più o meno 06082014 (14).JPG
La Valle Pesio (CN) I boschi oltre la borgata Fiolera

 

 

«La famiglia Ferrero da cui provengo era composta da due fratelli: Domenico, che sarebbe mio nonno, “barba Net”, e Andrea, “barba “Ciot”. Erano “marghè”. Da San Pietro (29 giugno) a San Michele (29 settembre) andavano con le mucche e alcune capre in montagna, oltre la Certosa di Pesio. Poi si son divisi, hanno cessato quest’attività per dedicarsi alla campagna. E hanno fatto i contadini. Ricordo ancora il caldaio di rame, dove facevano il formaggio. Il “grande pentolone”, pertanto, legava ancor di più le due famiglie; che l’adoperavano anche per la lascivia primaverile e talvolta per il bagno dei bambini.» Inizia così a raccontare don Mauro Ferrero; classe 1924, nato il 14 aprile. E – come lui stesso sottolinea presentandosi con una battuta – “tutti quelli che nascono nei mesi con la “R sono “un po’ pazzerelli”.

Corporatura snella, spalle diritte, naso importante. Dallo sguardo mite e al contempo profondo. Cammina a passi brevi, parla lentamente, lucidissimo. La sua calma trascende l’uomo religioso, l’uomo avanti con l’età. È di chi ha visto e ascoltato tanto. Di chi si è soffermato e ha ammirato; fatto amicizia con l’uomo di ogni razza e religione. Di chi ha preso appunti durante il viaggio della vita.
Poi una nota d’ironia compare sul suo volto, che si allenta in un sorriso e diventa risata gentile. Don Mauro Ferrero – il cui nome di battesimo è Giuseppe, ultimo di nove figli, proveniente da Fiolera, la borgata più antica della Valle Pesio – riprende a raccontare della sua famiglia. «Domenico ha avuto un figlio: mio babbo, Vincenzo. Ferrero Vincenzo. Che ha sposato Ellena Giovanna, di “Monfort”. Il nonno Domenico, invece, aveva sposato Angela “du Castel” (Gola), sorella di “barba Murìsiu” di San Bartolomeo.» E continua: «Il babbo Vincenzo aveva tre sorelle. Una ha sposato “barba Martin” (Musso) di Vigna, e le altre due erano suore. Suore al Cottolengo di Torino. Una di loro è morta in un incidente stradale a Milano. Ma già mia nonna Angela aveva una sorella suora al Cottolengo.»
Certo quando si parla di parentele raccapezzarsi non è semplice; specie se si fa riferimento all’Ottocento. Ma ciò che salta all’occhio è l’attitudine consanguinea alla vita ecclesiale. Le famiglie “Gola-Ferrero”, infatti, erano conosciute, non solo come di grandi lavoratori ottimisti, ma soprattutto per esser religiose di spirito. Propensione che nella numerosa famiglia Ferrero si è estesa anche a metà dei figli.

P1100196
Una rarissima foto di Don Mauro Ferrero

Ma andiamo per ordine. I fratelli di don Mauro erano: Domenico (1908), missionario in Brasile; morto e sepolto a Caxias du Sul nell’ 85. Luca (1910) e Angela (1912) sposati con famiglia, han vissuto in Francia. Margherita (1913), “suor Cesira” paolina ad Alba, poi rientrata a casa per accudire gli anziani genitori. Caterina (1915), “suor Vincenza”, anch’essa religiosa tra le Pie Discepole del Divin Maestro, ad Alba e in seguito in Argentina e a Roma. Giovanna (1916), morta piccolissima; cui è seguita un’altra Giovanna (1919), sposata con famiglia, vissuta e deceduta a Chiusa di Pesio nel ’92. Vincenzo (1922), che nel ’38 rivelò al fratello Giuseppe, già chierico, di volersi fare prete: “Ma non uno comune…”. Arruolato poi alpino e nel ‘43 morto disperso in Russia.

«E io sono l’ultimo: “Beppino”. Giuseppe. Sono il cocco di mamma, “Magna Giuana”!» scherza. Nei suoi occhi c’è gioia quando afferma che il lato del suo carattere così ottimista e allegro l’ha ereditato proprio da lei. «Il buon umore di mia madre fioriva d’istinto e diventava contagioso. Qualche volta mi prendeva con sé per andare a visitare le famiglie dei parenti. Ovunque eravamo ben venuti. Mamma portava allegria e un regalino. Io ero contento perché mi aspettava una buona pasta asciutta e non la solita polenta, anche se buona.»

Quindi riprende a narrare e il suo sguardo muta ancora nel domandargli il perché della scelta del nome di professione religiosa “Mauro”; diventa espressione d’ovvietà: «Da Fiolera! Dai “Maü”. Ma la mia storia è molto semplice.» Continua: «Sono stato ordinato sacerdote della Società San Paolo il 7 giugno 1950. Nel 1951 destinato all’India. E adesso comincia la storia bella…»

0402v71a
Dall’alto: Don Mauro Ferrero. Con il Beato Alberione. Missionario in India

Le sue parole si caricano di colori. «A novembre sono sbarcato a Bombay, in India, come missionario della buona stampa. Non sapevo la lingua, ma mi assaliva il desiderio di comunicare con il popolo. Di giorno la gente affollava le strade e di notte dormiva sui marciapiedi! Io mi son domandato: come posso dare un messaggio a questa gente?» E prosegue. «Per prima cosa mi son chiesto: con quale nome? Ferrero? E siccome gli orientali non gradiscono nomi e cognomi occidentali…» sospira «Ferrero non andava bene. Giuseppe ancor di meno. Allora: Mauro. Che con mia meraviglia fu tradotto in lingua nazionale hindi in: Maurya.» La sua storia si fa avvincente. Don Mauro prosegue: «I Maurya erano una grande dinastia d’imperatori prima di Cristo, che hanno governato l’India per molti secoli.» E specificando: «Quindi da Maurya lo pseudonimo Maurus, con cui sono firmati i miei libri. Questo fortunato frangente aiutò a divulgare rapidamente i miei testi, non solo in India ma in tutte le nazioni di lingua inglese. Fino adesso ho scritto 125 libri, molti sono “best sellers” e tradotti in diverse lingue.» Egli, infatti, nella città indiana di Allahabad, non si dedica solo all’apostolato paolino; la promozione pastorale e culturale è integrata con il lavoro nella tipografia e nella libreria allestite in loco.

2010 - La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero la seconda domenica di Pasqua.
2010. La comunità della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma) ha celebrato il 60° anniversario di ordinazione sacerdotale e l’86° compleanno di don Giuseppe Mauro Ferrero (nel centro) la seconda domenica di Pasqua.

 

Nel proseguo del suo racconto precisa: «Indù, buddhisti e mussulmani, come autore mi credevano un discendente dei Maurya.» Sorride. «Sangue blu. Brahmano.» Cioè appartenente alla più elevata casta indiana. «I cristiani mi consideravano un monaco. Molti, dunque, compravano i libri di Maurus.»
Il primo testo redatto da questo artigiano della penna , che ha vissuto per trentacinque anni in India e viaggiato in ogni dove del mondo, supervisore generale delle edizioni Paoline, s’intitola: Just a moment please. “Solo un momento per favore” (1958). «È una raccolta di 365 messaggi, uno al giorno.» Spiega.

 

Don Mauro Ferrero mentre scrive.
Don Mauro Ferrero mentre scrive

«Di questo libro – noi eravamo molto poveri! – ho ricevuto un primo ordine di pubblicare cento copie.» Pare di vederlo, là in terra asiatica, giovane sacerdote che si domanda quale sia il modo migliore per divulgare. «Tutti i miei libri sono molto semplici. Una storiella. Una spiegazione. Illustrati. Con aneddoti e proverbi. Presento ai lettori una verità e tutto rende la lettura scorrevole e piacevole. Questo è il mio modo di comunicare!» E già solo il primo volume raggiunge le trecentomila copie; ben quarantanove edizioni in Messico.
Nel suo secondo libro – 8 tappe per il successo (Nell’edizione italiana: Felici voi; Ed. Paoline) – presenta le otto Beatitudini evangeliche come via alla felicità. «Nelle scuole indù era usato come testo di morale.» Racconta con tono genuino. E precisa: «Io non sono apologetico. Non difendo. Ma propongo. La proposta tutti possono accettarla. Non offende nessuno.»

Il primo libro di Maurus, nell'edizione Italiana. Il testo è stato tradotto in più di 10 lingue
Uno dei suoi numerosissimi libri (Ed. Paoline) tradotto in oltre 10 lingue

Nel frattempo nel seminario locale insegna latino e filosofia indiana. Il suo amore per la letteratura e la cultura di quella terra è profondo. Impastato col Vangelo. Legge i classici degli Upanishads e Bagavad Gita – che poi insegna ai seminaristi paolini – e da essi apprende il motto: “Lascia che nobili pensieri vengano a te da ogni parte”. Tema dei suoi scritti diviene così: l’amore universale; la pace nella famiglia e nella società. La gioia. Il benessere.
Fra i riconoscimenti più prestigiosi: nel 2003 è decretato “Uomo dell’anno” dall’American Biographical Institute. Mentre a Mumbay, il 6 maggio 2012, è stato conferito il primo Fr Maurus Ferrero Annual Award (premio annuale), istituito per celebrare la pluriennale attività del paolino, fondatore , tra l’altro, della prestigiosa collana St.Pauls Better Yourself Books e di due periodici mensili: The Teenager today e Inspirational Quote.

mille e una storia
Don Mauro Ferrero scrive per le Ed. Paoline con il nome “Maurus”

Ma il quasi novantenne don Mauro, che ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, è anzitutto uomo semplice e d’animo gioioso. Da oltre vent’anni è cappellano nell’ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale, dove ogni giorno fa visita ai ricoverati.
Nel concludere la sua storia non tralascia gli aneddoti e racconta ancora di quando era in seminario ad Alba: «Un giorno il superiore generale don Alberione mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Quanti anni hai?” Ne ho ventisette, gli ho risposto. “Quanto pesi?”. Sessanta chili. “Quanto sei alto?” Un metro e settanta. “Ecco” mi ha detto “hai età, peso e altezza giusti per andare in India!”»

Don Mauro Ferrero con don Alberione, in India. (Foto Paoline)
(Photo: Paoline) Il Beato Don Alberione (a sinistra), con Don Mauro Ferrero, in India

L’Alberione lo raggiunge in visita nel 1953. Ed è allora che gli suggerisce di iniziare a pubblicare, a diffondere. Mette don Mauro a capo del settore pubblicazioni e, benché lui non conosca ancora l’inglese, lo sprona dicendogli: “Comincia a scrivere. Ci riuscirai benissimo”. Sembra compiersi una profezia. Il suo spirito missionario si sposa con l’aspirazione letteraria. «Fin da quando, a tredici anni, son andato in seminario, avevo il desiderio di scrivere.» Ricorda il sacerdote con la stessa calma e semplicità che si delinea nei suoi testi. «I miei libri sono proiettati a creare un mondo migliore. Più umano e più socievole. »
Poi resta un istante in silenzio. I suoi occhi brillano.
«Io mi considero un miracolato del Beato don Alberione.»

Manola Plafoni

[Quest’articolo compare sul N.24 – dicembre 2013 / del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica” (Chiusa di Pesio – CN)]

Attualmente Don Mauro Ferrero ha 92 anni e vive a Roma

Se scompare la scrittura in corsivo.

Se il mio commento all’articolo odierno de La Stampa lo sto digitando sulla tastiera del pc allora vuol dire che: è inutile che esprima delle considerazioni in merito? Per un buon 50% mi sto infatti (quasi) inconsapevolmente dando una risposta da sola. Non sto scrivendo su un foglio, quindi non sto scrivendo in corsivo.
Ma l’articolo mi rattrista un pochino. Perché?
Per via della stagione forse…
L’intera pagina 35 mi suona malinconica e un campanello lieve mi avverte del cambiamento in atto. Un “passaggio da un modo di fare le cose a un altro” – sì, è così senz’altro – “ha sempre caratterizzato l’evolversi della civiltà”. Mi viene in mente Rita e il suo slancio verso il futuro*. Sorrido.
Quindi non è il caso che mi rattristi troppo. Semmai ci sono un paio di annotazioni che trovo interessanti:
La scrittura non è innata, non è genetica, va insegnata”.
Anche qui… le parole della mia amata Levi Montalcini fanno capolino nella mente*. L’argomento Cervello è da alcuni anni nella top ten dei miei preferiti.
Questo chiaro rimando al campo delle Neuroscienze e all’Evoluzione dell’essere umano, è importante.
Ma scrivere su una tastiera elettronica non esclude che si debba IMPARARE la scrittura.
Piuttosto la questione è legata al fatto che pare che, scrivendo in corsivo, “circa un terzo del nostro cervello si mette all’opera quando scriviamo a mano”. Bene. Ma la differenza rilevante è che: “molto di più di quando scriviamo sull’iPad”.
Quindi dovrei considerare che questo potrebbe rappresentare un’involuzione umana?
Forse sì.
Se poi faccio riferimento al: “ricordiamo meglio le cose scritte a penna” (dove, ripensando agli anni scolastici, mi vien naturale una smorfia di consenso) non posso non notare il passaggio successivo sull’effetto particolarmente positivo del RICOPIARE.
Ricopiare a mano un testo dell’autore preferito consente di comprenderne meglio la tecnica”.
Questa volta mi viene in mente una ragazza brillante, Gessica Franco Carlevero, che circa tre anni fa avevo sentito suggerire proprio questo. Non ho niente da sindacare contro quest’ultima considerazione, anzi! La teoria del’aspetto divinatorio dell’imitazione** è qualcosa di addirittura sublime. Mi chiedo, però, se sia davvero meno valido e/o efficace il trascrivere con mezzi tecnologici. In fondo io ora sto anche ricopiando parti dell’articolo e mi pare che – per il semplice fatto di scrive e quindi di fare un minimo sforzo in più, oltre i ragionamenti che l’articolo mi suscita – quest’azione tipica dell’Homo Sapiens Sapiens, metta un po’ più in funzione il mio cervello cognitivo***.
Ma, tornando alle altre frasi degne di nota (che con la penna ho sottolineato sul giornale), quella a proposito della tendenza a non scrivere più a mano e della (conseguente?) incapacità di leggere la propria calligrafia, mi piace particolarmente:
Rin Hamburg da anni tiene un diario, ma non lo nasconde più, perché nessuno sarebbe comunque in grado di decifrarlo”. Questa è una cosa fantastica! Addirittura una buona notizia, per una come me che in realtà non pensa sul serio di abbandonare la scrittura in corsivo e che adora i piccoli segreti e le cosine nascoste.
In conclusione… se il corsivo, che è “l’arte della scrittura”, ci “insegna a controllare le nostre dita e incoraggia la coordinazione occhio-mano”, e che per di più ci caratterizza (per via della calligrafia!), mi dispiace non aver letto prima questa pagina. Perché alcuni anni fa avevo aiutato un bambino delle elementari ad imparare, appunto, il corsivo, ma allora non sapevo che questo “è il modo di scrivere che più si avvicina al fluire del pensiero umano”. E che – cosa ancor più bella e stimolante – scrivendo a mano “il cervello diventa un alveare di attività. Una rete di processi si mette in azione: le aree di associazioni visuali rispondono a modelli visivi o rappresentazioni”. E poi, per quanto possa far ridere qualcuno, “nel corsivo le lettere hanno le legature e si scrivono tutte unite tra loro”.

*Rita Levi Montalci.
– “Abbi il coraggio di conoscere”. Ed. B.U.Rizzoli
– “La clessidra della vita”. (con Giuseppina Tripodi) Ed. Baldini Castoldi Dalai
– “I nuovi magellani nell’er@ digitale”. Ed. Rizzoli
**Imitatio Christi
***Il cervello cognitivo, a differenza di quello limbico che si trova nell’ippocampo, è nato con il linguaggio e si è sviluppo in modo straordinario, specialmente grazie alla cultura, negli ultimi centocinquantamila anni.

corsivo

[Impressioni sugli articoli:
Venerdì 12 dicembre2014, La Stampa
“Il tramonto del corsivo. In Finlandia abolito dalle scuole: non serve per il pc. Gli studiosi: un errore, cambia il modo di pensare.”
di Vittorio Sabadin & Intervista a Lorenza Castagneri]

Manola Plafoni