Cronaca di boschi e di borgate

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I boschi sul versante orografico destro della valle, dietro l’abitato della frazione Vigna – Valle Pesio (CN)

Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro meta, i fiumi riprendono la loro marcia. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire. Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.”

Ecclesiaste 1, 4-9

L’avranno saputo? L’avran sentito qualche volta nella messa della domenica, i miei nonni, i nonni dei miei nonni? Forse sì. Forse avran creduto a questo.

   Sono nata nel luglio dell’84 e abito in Valle Pesio. In quella più a levante “delle sette valli alpine che, scendendo dal versante nord delle Marittime, si aprono sull’altipiano cuneese”. Come descrive nel 1952 Don Giorgis, lo storico parroco della frazione San Bartolomeo, nel librettino di memorie dal titolo: “La Certosa in Valle Pesio”.

Abito nella frazione Vigna, ad appena 700 m. s.l.m.. E qui ogni giorno il sole ha vita più lunga rispetto alla frazione a monte. Ma non son sicura che questo sia il luogo dove la quantità di luce sia la maggiore di tutta la valle. Perché ci sono molte borgate con case di pietra locale e piccoli insediamenti che, disposti sui due versanti del torrente Pesio, godono di ottima esposizione. E di panorami magnifici! 

Se oggi parlo di quelle numerose borgate – in gran parte disabitate – è perché è avvenuto qualcosa di molto anomalo. Un virus. Un’epidemia che per alcune ragioni potrebbe ricordare quella della Spagnola del 1918. Quella febbre – e riporto un esempio tragico – che portò via la madre della mia bis nonna, quando lei aveva appena due anni. Lasciandola nella borgata Fiolera senza la possibilità di avere un ricordo materno. Oggi… questo mese d’aprile lo definisco anomalo, però, solo da un punto di vista sociale. Perché mi guardo attorno e penso d’aver ragione di credere che non sia molto diverso da quello di sempre. Con il risveglio delle foglie d’un verde fresco e chiaro, fiori gialli di tarassaco e margherite nei prati, ciliegi vestiti da sposa come pois nei boschi di castagni, e acqua limpida nei valloni che mette di buon umore col suo suono, e molto, molto altro ancora…

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Borgata Fiolera, in Valle Pesio

La ciclicità della natura, con i suoi ritmi e i suoi eterni ritorni, sarà stata l’unica grande sicurezza nella vita delle genti di questa valle, fino a circa due generazioni fa. – Così come per molte altre persone… Certamente! – Ma è su di loro che provo a soffermarmi. Cercando di ricostruire il modo di pensare di alcune delle persone che hanno vissuto in questi luoghi di montagna, nell’ultimo secolo o poco più. Partendo da piccole memorie della mia famiglia, o da racconti locali, in questi giorni dove, stando forzatamente solo qui, non faccio che pensare a tutte quelle genti che, da questa valle, un tempo, non si sono pressoché mai allontanate.

   Mia madre era bambina nelle estati tra il ’68 e il ‘73 – all’incirca – quando con sua nonna partiva dalla stalla di “Cian da roba” (un gruppetto di case accanto alla borgata “Furè”, sulla destra orografica della frazione Vigna) per salire su per quel sentiero nel bosco che partiva proprio dietro casa. Per raggiungere “Ciùp”, poco sotto il pilone dell’Olocco, le due con le loro mucche camminavano in una stradina abbastanza ripida, tra bassi cespugli di mirtilli e grandi alberi di castagno. Un sentiero tenuto pulito dal continuo passaggio delle persone e dei loro animali. Un sentiero che, appena sopra l’abitato di Vigna, dove il pendio della montagna concede una naturale “balconata”, si scorgono tutte le case e la chiesa sottostanti. Il rintocco delle campane è ben udibile anche da lassù e il campanile – come il maggiore antropologo italiano De Martino cita in alcuni suoi studi sulle abitudini rurali, come riferimento simbolico – non è solo l’emblema della vita religiosa, cui pressoché tutti erano legati per tradizione e abitudine. Ma il campanile è anche il riferimento del luogo cui si era legati. Il simbolo dell’appartenenza a quella parrocchia e, per estensione, quel territorio.

Nonna e nipote portavano con se una merenda. Un pezzo di pane ed un pezzo di formaggio avvolti in un fazzoletto. Badando alle mucche in un bel prato ondulato rivolto a sud, accanto alla stalla e al portico per le foglie di “Ciùp”, sedevano sotto una bianca betulla, facile da “spellare”. O sotto un castagno. Uno di quei robusti alberi che il padre della mia bis nonna, Martino Ellena, aveva piantato in quel terreno acquistato negli anni ‘30. Quando, dopo aver venduto la stalla al “Runk”, sopra il Pilone dell’Olocco, a circa 1200 m. s.l.s., aveva preferito spostarsi un po’ più in basso. Proprio lì, durante la guerra, un gruppo di partigiani diede fuoco, però, alla sua stalla. Il motivo, ahimè, è sconosciuto…

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La frazione Vigna, vista dal versante orografico destro

Spesso mia madre – anche se andare al pascolo, non era più l’attività principale della famiglia – percorreva il sentiero avanti e indietro due volte al giorno. Tornava a Vigna e risaliva al pascolo dalla nonna. Passava quindi per un altro piccolo insediamento: “ü Stabbi”, dove c’erano tre case, una stalla e un portico. Tutti possedimenti dei Fratelli Ellena, Toni e Giacu. Oggi in mezzo a quelle case quasi interamente diroccate, passa lo stesso sentiero di un tempo, percorso però solo in discesa dai bikers. Che negli ultimi anni hanno contribuito – per praticare il loro sport – a mantenere puliti sentieri altrimenti solo percorsi dai caprioli.

Ma uno dei fratelli appena citati – il più vecchio – è ancora tristemente noto tra le persone anziane della valle, che lo ricordano per aver commesso un crimine efferato. Sinonimo, questo, che non tutto procedeva in tranquillità in questa valle. Che l’ambiente “chiuso” di montagna poteva non voler significare solo “scrigno” e “protezione. Ma, appunto, anche chiusura e mentalità ristretta e severa.

Si dice che Toni, dopo aver convinto un uomo che giocava a carte all’osteria “da Bagiàn” – ai “Pescatori”, nella frazione Vigna” – a seguirlo a casa sua, lo uccise facendolo a pezzi e nascondendo il cadavere sotto “la carburera” (la carbonaia). Per poi impossessarsi dei suoi abiti, il suo cappello e i suoi documenti, e fuggire in Germania.

Certo non erano questi gli avvenimenti all’ordine del giorno; forse proprio un’eccezione. Ma complice sarà stato un alto tasso di povertà; non difficile da intuire per la maggior parte delle persone nei primi decenni del secolo scorso. E pensando proprio alle condizioni di vita medie, mi vengono in mente le castagne. Quei piccoli frutti marroni che raccoglievano, chini, a lungo, nei boschi. Boschi costantemente tenuti puliti, rastrellati dalle foglie e dai rami secchi. Boschi e prati in cui le mucche o le capre, pascolavano. Ma un tempo c’erano solo due “bargè” (pastori) di pecore. Uno con il casotto per il gregge al “giàs d’Sestrèra”, che saliva ai “laghetti del Marguares” a 2000 m. s.l.m., ma proveniente dalla pianura, da un altro comune. E l’altro di fronte alla Certosa, con cinque figli. 

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Oggi mi guardo intorno e sono gli alberi i padroni della valle. I numerosi custodi, fieri e frondosi, che avvolgono i pendii. La vegetazione man mano cambia. Splendidi faggi dalla corteccia non più rugosa come quella dei castagni, ma quasi liscia, d’un grigio allegro, e splendide foglioline arrotondate, ovali e lucide, dal margine un po’ ondulato, ciliato. E con una sottile peluria sulle nervature.

Mi guardo intorno e mi par di vedere molta gente. Molte persone indaffarate. Tagliar legna, filare la canapa, costruire “garbìne” (ceste), limare “la sièssa” (la falce). Camminare, con i calzettoni di lana al ginocchio, su e giù per i sentieri e percorrere distanze oggi non più abitudinarie. Poiché non è più così scontato camminare per chilometri e chilometri nei boschi, se non per ragioni naturalistiche e sportive. Penso a tutte queste persone e le vedo forti, dai muscoli tesi, non molto alte ma robuste. Donne con foulard in testa e uomini, quando erano all’osteria, con cappello e “sigàlla” (il sigaro) o intenti a masticare tabacco. Vedo tanti bambini chiassosi correre con le braghe corte tirando una cinghia che racchiude un paio di libri. La scuola di Paglietta – ben sopra l’abitato di San Bartolomeo, sul versante sinistro della valle – ben esposta al sole, su due piani. E i banchi, la lavagna e l’odore dei gessi e dell’inchiostro. Qualche scolaro monello punito con una bacchettata sulla mani.

Poi immagino giovani amori nascere. Ragazzi che s’affrettano a raggiungere “a sòccia” (la fidanzata) probabilmente in una borgata differente da quella in cui vivono, illuminati dal sorriso dell’amata e da una prospettiva di vita nuova. Mettendo su famiglia e spostandosi in una delle frazioni più in basso. Complice, anche, un po’ di progresso economico, nel dopoguerra.

Ecco che le generazioni degli anni quaranta, una volta raggiunta la maggiore età, si ritrovarono nella condizione di poter migliorare e modificare un destino quasi segnato. Perché se fino alla generazione prima non era possibile l’affermazione dell’individualità, perché l’uomo restava legato biologicamente, per nascita, al proprio destino, la trasformazione e lo sviluppo che andava migliorando la vita nelle città, cominciò ad arrivare, a piccole dosi, anche nelle vallate. Nell’arco di pochi decenni il passaggio fu netto. E se pur molti restavano comunque legati alla montagna, ai propri costumi, alle tradizioni, alla propria terra, il modello di società si stava evolvendo. E una trasformazione – positiva o negativa che sia – implica sempre un cambiamento. Drastico.

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Il passaggio da una società di “tipo aristotelico”, cioè limitata per tipo di nascita e con una concezione collettivistica e ripetitiva della vita; fatta d’omologazione di gruppo e d’una debole individualità, perché il riconoscimento di se stessi passa dal riconoscimento altrui. Cioè dal sentirsi persone per bene, oneste e corrette proprio nel compiere gli stessi gesti della collettività. Nel ripetere quei lavori che si eran sempre fatti e nell’attenersi alle tradizioni che parevano assolutamente buone e corrette. Ma coloro che raccoglievano castagne, continuavano a raccogliere castagne e così i loro figli. Il passaggio, quindi, dalla società di “tipo aristotelico” – dove ognuno occupava una posizione per nascita, che restava tale per tutta la vita – ad una società moderna dove ogni uomo ha i mezzi per realizzarsi, era in atto.

E se De Martino nei suoi studi parla di “ripetere o decidere”, a proposito degli uomini del sud, la vita contadina era la medesima anche qui! Solo rapportata ad un diverso ambiente, ma sempre legata “alla terra” e al concetto di tradizione. 

E probabilmente proprio quelle prospettive di vita meno rigida, meno faticosa, con qualche servizio in più e qualche disagio in meno – penso anche solo a primi servizi igienici in casa, a fine anni ’50, o alla possibilità di andare da un medico più comodamente – non erano solo passaggi ad una vita diversa. Ma anche ad un modo di pensare e intendere la vita con prospettive molto differenti. Negli anni, qui, molti non hanno abbandonato del tutto le tradizioni locali, è vero. Qualcuno va ancora per castagne, rastrella l’erba, taglia la legna. Ma pochissimi per mestiere. 

La società si è notevolmente modifica. Eppure… la conquista della propria individualità, e la possibilità di migliorarsi e potenzialmente “raggiungere” quel che si vuole, a discapito della terra di montagna abbandonata, qui è il prezzo da pagare.

Chissà se qualcuno sarà in grado, consapevole di tutto ciò, di vivere la montagna e la ciclicità della natura, senza rinunciare al proprio Io.

Manola Plafoni

 

[Quest’articolo sarà pubblicato sul numero di Giugno 2020 della Rivista storica Chiusa Antica]

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