Possessione diabolica. Eccezionali casi nella Certosa di Pesio (PARTE SECONDA)

Prosegue la ricerca tra antiche credenze legate al mondo demoniaco e la possibilità, più semplice, che la vita del religioso certosino fosse troppo austera. Sino al caso del monaco genovese Felice Ferrari.

Il demone è la malattia. Il demone è entrato nel corpo del “posseduto”. Questa atipica infermità si manifesta, così, con la perdita di coscienza, svenimenti, stati di catalessi e di trance o, addirittura, l’esprimersi in lingue sconosciute o la capacità di predizione.
Gli esempi più o meno lontani, talvolta travalicando certo il campo scientifico, sono numerosissimi e ampiamente studiati.

Casi disparati e situazioni improbabili, comunque documentati, riempiono un gran numero di pagine della Storia. Ma voglio citare alcuni esempi, al fine di fare un quadro del tema della “possessione diabolica”, per poi stringere il cerchio su un caso che ci riguarda da vicino, nella Certosa di Pesio.
Un episodio sorprendente risale all’anno 1600, quando l’intero paese di Issime, non lontano da Point-Saint-Martin in Val d’Aosta, è “funestato da terremoti ed esalazione di vapori orrendi, e altre vessazioni ad opera del diavolo”. Come si evince da missive e atti processuali locali. Ma le insidie demoniache possono nascondersi ovunque. Lo apprendiamo, questa volta, da un’antica leggenda nei Dialoghi di Gregorio Magno, dove una suora rimane posseduta mangiando una foglia di insalata. Sono dunque secolari le credenze che vedono il diabolico insinuarsi specialmente nei monasteri femminili. Proprio come in casi molto studiati del primo Seicento, nelle francesi Aix-en-Provence, Loudun e Louviers. Così in Italia a Carpi, dove a metà Cinquecento un’epidemia demoniaca è talmente forte da propagarsi anche al di fuori dal monastero.

Esiste, poi, una teoria. Una teoria che in realtà mal si accorda con i rari casi di possessione maschile in ambito monastico. Parliamo della Suffocatio uteri, di Galeno di Pergamo, della seconda metà del II secolo. La teoria del medico greco perdurò per mille e quattrocento anni nella Medicina occidentale, fin quando cominciò ad essere messa in discussione dal fondatore della moderna anatomia, Vesalio. Questi teorizzò che, “in quanto provocata dall’utero, l’isteria è soprattutto malattia femminile”. Ma ne ipotizzò anche una forma maschile: “entrambe le forme dovute alla ritenzione del seme per eccessiva astinenza sessuale”. Sarà un medico della fine del Seicento, Johann Jakob Waldschmidt, Autore di Opera medico-practica, a respingere quella teoria. “È contrario alla ragione e prima di tutto all’anatomia, il fatto che l’utero possa abbandonare la sua sede”. Ma considerando comunque che “sintomi simili si ritrovano anche negli uomini, nei quali tuttavia non si trova utero”.
Sintomi simili, dunque. Una forma di isteria, una profonda alterazione del comportamento, legata alla salute, al corpo, e non all’anima, nella quale si sarebbe insediata la presenza del demonio.
Ad ogni modo, quale che sia la reale causa dei profondi turbamenti e degli anomali modi di comportarsi che ne conseguono, nelle persone ritenute “indemoniate”, non si può certo dire con sicurezza. Così nei due casi dei monaci genovesi hospites temporanei presso la Certosa di Pesio: al secolo Gio Antonio Boasi (di cui ampiamente parlato nella prima parte) e Felice Ferrari. Paradigma di un ambiente, quello monastico certosino, estremamente rigido.
Nel 1709 proprio il fratello del già citato monaco Gio Antonio, Alessandro Boasi, Priore della Certosa genovese di Rivarolo, memore forse delle disavventure del consanguineo, dichiara l’infermità del certosino Felice Ferrari.
La via scelta da questo monaco per sfuggire all’austera e pesante regola certosina, è in qualche modo brusca, ma l’intento è sempre quello di liberarsi, facendosi escludere dall’Ordine, risparmiandosi quella vita conventuale.

Cinque anni prima, nel giugno del 1704, Felice Ferrari – Professo della Certosa di Genova, nella Val Polcevera – è hospites in quella piemontese della Valle Pesio. Ma proprio nella Nostra Certosa si trova ristretto “ad tenendam cellam pro carcere” in virtù di un decreto deliberato dal Capitolo Generale dell’Ordine (17 AST, Certosini Val Pesio, mazzo n. 11). Più che di un reato, gli sembrano imputarsi “suas proprietates”, ovvero un temperamento umorale che alla lunga sarebbe stato incompatibile con la vita monastica. Il suo stato è di certo considerato di non lieve importanza, vista la gravità della pena che lo limita “ad ordinis voluntatem”. Con una durata detentiva senza un termine fissato esplicitamente.
A questa condanna il monaco reagisce con un grave atto di ribellione. Il più grave: la rottura della disciplina monastica e in particolare dei voti religiosi (quelli di obbedienza, povertà, castità, e “stabilità”), con la diserzione.

Il 4 giugno la sua cella viene ispezionata dai confratelli e rinvenuta vuota. Constatata la fuga, scatta l’ordine che più persone si rechino in località vicine per rintracciare e ricondurre il Ferrari alla Certosa. La cattura del fuggitivo e il suo rientro si esaurisce in giornata. “Ad un’ora dopo il tramonto” Felice Ferrari è già davanti al Priore. Chi ritrova il monaco, intuendone l’itinerario, è il converso Benedetto Castellano che, dopo aver perlustrato invano la città di Mondovì, raggiunge Ceva. E lì incontra il Ferrari in un’osteria, fuori dalle mura, “vestito di sopra con un tabarro nero, e di sotto con un cucullino”. Una sopravveste tipica di alcuni ordini religiosi, che si infila come una pianeta ed è fornita di cappuccio (dal latino cucullus, cappuccio).
Il monaco fuggitivo è senza tunica certosina. Anche il frate “donato” (i Donati erano operai aggregati al monastero, che divennero poi monaci con abito e stile di vita simile a quella dei conversi. Ma, a differenza di questi ultimi, non vincolati da voti e con regole meno rigide. Non erano infatti tenuti a partecipare alle preghiere notturne) Gio Antonio Botero raggiunge Ceva. E dice: “seppi ch’in questa osteria era stato la sera assicurato da Fr. Benedetto Castellano et io lo viddi in letto, dal qual poi levandosi mi mostrò il cocollino, e mi disse: vedete ch’io son ancor religioso. Mi disse parimente che già voleva ritornare alla Certosa”.
A quanto pare si tratta di una fuga incerta e timorosa. E al di là della dichiarazione velata di ipocrisia, non escludeva l’ipotesi di far ritorno alla Casa (Casarino).

Di lì a pochi giorni, però, il 30 giugno, l’incaricato di portare il pranzo al carcerato “non lo vede né lo sente”. Viene allora nominata una commissione dai Padri che, recatasi sul luogo, trova chiusa sia la prima che la seconda porta della cella-prigione, “sed respicientes ad fenestram ferreis cancellis munitam, ibi reperimus cancellos fractos”, come si evince dal resoconto. La rottura con la forza dei cancelli non esclude di per sé che il monaco possa trovarsi nel perimetro del monastero, ma un’attenta perlustrazione dà esito negativo. Dopo tre giorni di ricerche all’esterno lo ritrovano in un bosco a quattro leghe di distanza (circa nove chilometri). “Fugientem perabrupta montium, per concava vallium”. La scala con cui ha valicato i recinti della clausura viene poi ritrovata nelle vicinanze.

Le ultime notizie che abbiamo di lui risalgono a cinque anni dopo, al 1709. Il Priore di Genova dichiara che “per infermità non può vivere la vita religiosa e che perciò gli si permetta di passare ad altro ordine meno austero”.

Il Ferrari, indemoniato o meno, infermo, malato o, comunque, inadatto alla vita religiosa dell’ordine di San Brunone, insofferente alla solitudine e alla rigida vita cui lo costringono le regole, sarà passato a condurre una vita meno dura, forse.

Manola Plafoni

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