La società che mette a frutto l’ignoranza

IL SINDACO DEL RIONE SANITA’
di Eduardo De Filippo
regia Mario Martone
con Francesco Di Leva, Giovanni Ludeno, Adriano Pantaleo, …

il sind
(foto: Mario Spada)

“Quanto site bello, papa! La gente poi dice: «Ma tu quando ti sposi?» E addò se trova n’ommo comm’ a papa?”.
Lui è Antonio Barracano. Adorato dalla figlia Geraldina che lo abbraccia e lo bacia, gli raccoglie le scarpe e ripiega i suoi abiti con amorevole dedizione. Ma per la regia di Mario Martone è una bambina e lui, il Sindaco del rione Sanità, un boss quarantenne che fa il suo ingresso in scena in tuta da ginnastica, cappuccio sulla testa e comincia una serie di addominali. Inevitabile pensare alla contemporanea Gomorra (visto anche l’inizio con tanto di rapper ferito in una sparatoria).
L’adattamento non prevede dunque un settantacinquenne come scritto da Eduardo nel 1960, ma si fa immediatamente attuale. Sottolineato anche da una scena moderna su cui, fra tutti, spicca un pavimento trasparente.
Napoli è la città in cui è ambientata la commedia. Ma è anche la città del regista e dell’autore, il cui testo viene rispettato. L’opera di Eduardo è infatti ancora in grado di parlare con immediatezza delle tensioni e contraddizioni che attraversano la città ai piedi del Vesuvio e, per estensione, la nostra società.
Un carismatico Francesco di Leva interpreta il ruolo del protagonista, un sindaco che ristabilisce l’equità, avendo vissuto sulla propria pelle l’ingiustizia. Ma lo fa a modo suo. Con udienze giornaliere a disperati che si rivolgono a lui per ricevere protezione e giustizia. E, come sottolinea il suo amico e collaboratore – il dottor Fabio Della Ragione – “per agevolare una classe di uomini spregevole e abietta, che è poi la vera piaga di una società costituita”. Ma don Antonio controbatte. “La vera vittima, volete dire. Perché si tratta di gente ignorante, e la società mette a frutto l’ignoranza di questa gente.”
Ogni personaggio esprime un’anima. Che è poi la stessa anima di Napoli, in una realtà lacerata, piena di contraddizioni, problemi e conflitti. Ma Napoli è anche un caso a sé. Un paradigma. Lo stesso dialetto diventa lingua universale, viva e carica di passione.
Nella scrittura drammatica d’oggi del Sindaco del rione Sanità, la vera differenza è il finale. Barracano ama così tanto la sua famiglia e i suoi figli da dividere con loro i suoi beni mentre è ancora in vita. Non come il ricco panettiere Santaniello. E proprio nel tentativo di risolvere la difficile controversia familiare tra questi e il figlio, si chiuderà la sua parabola.
Mentre il protagonista descritto da Eduardo, nel lasciarsi morire del finale, compie quasi un atto liberatorio, nella messinscena attuale Barracano rifiuta di andare in ospedale per paura di ritorsioni verso i propri famigliari. Non si lascia curare e non sporge denuncia neppure contro ignoti.
La stessa scena in cui viene ferito non è solo raccontata, come nell’originale. Eduardo immaginava poi il professore scrivere il referto esatto della morte; non per collasso cardiaco come chiedeva il Sindaco. Sottolineando la necessità di assumersi la responsabilità individuale, come atto utile a cambiare le cose. Ma tirandosi fuori da quel mondo criminale era come dire a tutti gli altri: «ammazzatevi tra di voi se volete.» “Mentre noi ci adoperiamo per mettere pace con giustizia, gli ignoranti continuano ad ammazzarsi come tanti conigli”.
E se l’autore esprimeva così la crisi della giustizia nella società di quegli anni, l’aderenza al reale è individuata oggi da Martone in un finale sulle prime battute del medico. Quando domanda a Santaniello se deciderà di dire la verità sulla morte di don Antonio – e andare così in prigione e scatenare la faida tra i figli – o lasciar credere che Barracano sia morto “di cuore”.
Le luci si spengono. Tutti sono dunque colpevoli. È l’ambiguità che c’è in ognuno a venir fuori. Che è la stessa di Napoli. Degradata, bellissima, viva e criminale.

Manola Plafoni

[Visto al Teatro Toselli (CN) il 07/gennaio/2018]

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