Nel Deserto

 

Per molti secoli, all’interno delle mura certosine, i monaci hanno vissuto “il desertum”; un luogo simbolico con un profondo legame con le Scritture.

L’ordine dei Certosini è ritenuto una delle confraternite più rigide della Chiesa Cattolica Romana. Ma la vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine, nell’isolamento – il cui centro è l’eremo – è un paradosso. Poiché un gruppo di eremiti si unisce nel condurre una vita comunitaria. Ogni monaco, infatti, “deve pulire le proprie vesti, svolgere la pulizia dei piatti, lavorare il giardino, tagliare la legna, leggere libri e sbrigare le faccende per il monastero” (P. Gröning). Tuttavia, in questa piccola comunità, ognuno mantiene la propria sfera di solitudine, all’interno della clausura. Il termine stesso: monaco, deriva dal greco “monos”, solo. Mentre dal greco “monastèrion” – il monastero – è “la cella dell’eremita”. La quotidianità certosina è scandita non solo da momenti di preghiera e meditazione solitarie, ma anche da momenti di lavoro e altri di preghiera comune. La loro è una vita molto intensa e non mancano le liturgie, dalle due alle tre ore, nel cuore della notte. Ma ciò che oggi meraviglia di quest’ordine monastico ascetico, è la Regola del Silenzio. Un rigoroso, quotidiano, silenzio. Fatta eccezione appena per poche ore, un dì la settimana.

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A differenza dei Cistercensi e dei Trappisti, che osservano ugualmente il Silenzio, i Certosini vivono ognuno con se stesso. La loro individualità trova la propria espressione fortemente nella cella e nel desertum.

Il deserto.

Questo luogo simbolico, nella Certosa di Santa Maria di Pesio (CN) era incluso “entro le mura trecentesche” (Padre Peyron). Come si apprende da un’antica planimetria conservata nella Biblioteca Reale di Torino (Dis. II 83); e da quanto l’architetto Tosco (La Certosa di Santa Maria di Pesio, 2012 – pag. 37) trascrive del suddetto piano: “Deserto, ossia sito entro cui trovasi prescritta la clausura della Certosa”. Le mura che delimitavano il monastero vanno ancor oggi dall’area ovest verso il torrente Pesio, alla zona più a monte – oltre il chiostro superiore – ad est, ai confini con la grangia di San Giuseppe. Mentre le mura sull’asse Nord/Sud sono quasi confinanti con i valloni rispettivamente di San Giuseppe e quello detto del Cavallo. Tali mura sono perfettamente visibili e in molte parti in buono stato di conservazione, fatta eccezione per le torrette, pressoché crollate.
Così il deserto non è un luogo fisico ma uno spazio simbolico, con un profondo significato congiunto alla devozione, a partire dalle Scritture.

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Il deserto è un territorio inospitale che evoca sterilità e morte nel nostro immaginario. È lo spazio dell’abbandono. In questa realtà sconosciuta e desolata, luogo dell’assenza della parola e dell’assenza della vita – sia vegetale che animale – tutto è brullo e infecondo. Ma già a partire dall’esperienza degli anacoreti dei primi secoli dopo Cristo, il desiderio di apprendere la via per il raggiungimento di Dio è compiuto nella regione arida per eccellenza. Il deserto è condizione essenziale per un’autentica esperienza spirituale di fede. “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” ( Luca 4,1). Gregorio Magno afferma che “Mosè apprese nel deserto la missione che nessun uomo gli aveva insegnato” (Dialoghi, libro I.7). E per il teologo mistico Riccardo di San Vittore (XII secolo) esso è il logo della vita eremitica interiorizzata.
Vi è però una contraddizione interna, in questo simbolo fecondo della Bibbia. Un’antinomia che conduce da uno stato di sterilità ad uno più alto, più vicino a Dio. San Matteo (12, 43) descrive il deserto come “popolato di demoni”. Gesù è tentato proprio al suo interno (Marco, 1, 13) e l’eremita Sant’Antonio abate – che vive in solitudine nel forte abbandonato sul monte Pispir, in Egitto, tra il III e il IV sec. d. C. (Atanasio, Vita Antonii, 357 c.) – vi subisce l’assalto seduttore delle tentazioni. Poiché è anche il luogo dei desideri e delle immagini diaboliche esorcizzate. Ed è il luogo della punizione d’Israele (Deuteronomio, 29, 5) e il rifugio dei demoni (Luca, 8, 29). Eppure Giovanni Battista predica la penitenza e la conversione (Matteo, 3, 1 e paralleli) nel deserto della Giudea, fuori Gerusalemme, per annunziare l’imminente venuta del Messia (“Ecco l’agnello di Dio” – Gv 1,29). E addirittura, secondo le fonti apocrife, lascia sin da piccolo i suoi genitori per condurre nel deserto una vita di penitenza. La solitudine della desolata Tebaide conquista poi Paolo – considerato il primo eremita – che vi rimane per circa sessant’anni (San Gerolamo, Vita Sancti Pauli primi eremitae), nutrendosi dei pochi frutti che trova e di un mezzo pane che ogni giorno gli viene portato da un corvo. E tra gli uomini di Dio che fanno esperienza della vita nel deserto, vi è anche uno dei quattro Dottori della chiesa: San Gerolamo, che matura la decisione di farsi monaco e vive come eremita nel deserto della Calcide tra il 353 e il 358 d. C.. Suoi attributi iconografici – oltre a quelli più noti, che sono: il leone e il libro – strettamente connessi agli anni vissuti da eremita, sono il teschio e la clessidra; che alludono alla meditazione sulla caducità delle cose terrene. E tra le numerose rappresentazioni del Santo di Aquileia vi è quella cinquecentesca di Lorenzo Lotto (San Gerolamo penitente), in cui ha in mano una pietra, con la quale si percuoteva il petto non solo in segno di penitenza, ma anche per vincere le tentazioni della carne. Mentre ai suoi piedi striscia una serpe, simbolo del demonio insidioso, pronto a tentare l’eremita nel deserto.
Questo contrasto tra debolezza della carne e forza dello spirito, è un tema ricorrente nel Vangelo. Il drammatico dualismo tra bene e male riguarda direttamente Gesù nei quaranta giorni di digiuno dopo il Battesimo. Sul “Monte della quarantena”, nel deserto intorno a Gerusalemme (Vangeli sinottici) egli viene tentato tre volte. La prima è la tentazione di tramutare i sassi in pane; poi vi è quella di buttarsi dalla guglia del Tempio, chiamando in soccorso gli angeli; e, infine, la tentazione del diavolo che gli offre le ricchezze della terra in cambio di un atto di adorazione. A quel punto Gesù lo caccia con l’emblematica frase: “ Vade retro, Satana”.
L’esperienza del deserto diventa finalmente il luogo propizio alle rivelazioni. La ricerca stessa dell’Essenza evoca la ricerca della Terra promessa (attraverso il deserto del Sinai). Così il popolo d’Israele vaga per quarant’anni nella desolata regione tra la terra d’Egitto e la terra dove scorrono latte e miele (Libro dell’Esodo). Questo lungo cammino da compiere, questo deserto da attraversare, è ben più di uno spazio fisico: da una parte vi è la schiavitù, dall’altra la libertà. Simboli di sofferenza una e di felicità l’altra. E non a caso Gerusalemme significa “luogo della pace”.
Gli innumerevoli esempi biblici fanno, dunque, del deserto il luogo della verità. Ed esso è logos del tempo di crescita e di maturazione. Il tempo della preparazione che porta alla consapevolezza di sé e alla pacificazione con noi stessi. Un’esperienza spirituale universale che travalica la tradizione cristiana, perché è una dimensione dello spirito, è uno schema mentale, intellettuale, col quale affrontare la vita.

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Oggi la Certosa di Pesio è una casa di spiritualità. I missionari della Consolata accolgo giovani, giovanissimi, adulti e famiglie, negli stessi ambienti dove fino al 1803 vissero i certosini. «Abbiamo trasformato in luogo di preghiera, meditazione e adorazione, una cella abitata per secoli dai monaci». Spiega Padre Peyron, riferendosi proprio ad una piccola stanza che chiamano: il Deserto. E continuando: «cerchiamo di offrire a chi viene un clima di silenzio, di preghiera e di gioiosa condivisione nel clima confuso, affannato e preoccupato dell’oggi. Ci sembra che la gente cerchi questi “spazi” per ritrovare se stessi […] in contrasto con la vita frettolosa odierna».
Così, tra queste secolari mura, il desertum perdura. Senza discostarsi molto dall’antico senso del cercare Dio nella propria solitudine, nella “solitudine del cuore”. Poiché solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. E quando il linguaggio scompare – allora – si inizia a vedere. Perché è nella solitudine che il cuore viene arricchito.

Manola Plafoni

 

(Questo articolo è apparso sul N.29 – 2016; del periodico di informazione storico-culturale: Chiusa Antica)

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