Ho visto thanatos, così come lo sento.

L’Orfeo e Euridice all’Opera di Roma, per la regia di Carsen.

C’è stato un momento in cui ho pensato che lo scopo dell’arte fosse quello di rendere metafora ciò che incontriamo nella vita. Parlo dei grandi temi e delle emozioni importanti, sia in positivo come in negativo. Ma probabilmente più in negativo, certo. E c’è stato un momento in cui ho seriamente creduto che quella metafora potesse essere importante. Perché riconoscendola, accarezzandola, si può diventare un po’ più consapevoli e un po’ più liberi. E, per estensione, anche un po’ più felici.

Ma alcune metafore racchiudono un simbolo così greve che non so più se questo senso produca felicità.

Quando si è alzato il sipario – e non avevo alcuna aspettativa, non immaginavo nulla – nel buio,  nella penombra appena accennata da un controluce che esalta la mancanza – l’assenza di luce, di vita – è entrato un corteo funebre. Con quella lentezza, pesante e al tempo stesso ordinata, come prevede il rito, che ho riconosciuto subito.

Quello doveva essere il funerale di Euridice. E il coro di Pastori e Ninfe, vestito a lutto, accanto all’inconsolabile Orfeo, vero protagonista del doloroso momento. Ma loro li avevo già visti. O, meglio, li ho conosciuti chiaramente. Nei funerali dei miei cari. Nel disegno, pietoso, esatto, del Mio sentire dolore.

A turno, i partecipanti al funerale gettarono nella tomba di Euridice una palata di terra. Orfeo, sospeso nel nulla di quel luogo, piangeva. Piangeva la morte dell’amata.  Le furie spettrali, esseri bianchi, strisciarono al suolo come larve. Spensero la fiamma ardente nel cuore di Orfeo, e così le fiaccole in quello spazio infernale.

Orfeo vede la sua amata Euridice, ma non la può guardare. Non c’è nulla da fare.Così è la morte. Così è la perdita. La mancanza.

Così è quel vuoto inspiegabile.

Foto Fabrizio Sansoni
“Orfeo e Euridice” Foto di F. Sansoni

Nell’atemporalità del mito greco i due protagonisti indossavano abiti dei tempi nostri, ma di tutti i tempi. E combattevano le pulsioni fondamento della vita stessa: eros e thanatos. Legati in un modo talmente intimo da aver l’impressione di non lasciare mai il funerale. Neanche alla fine, con il ballo e il duetto d’amore. Tutto è rimasto cupo, grigio. E in quest’aura di solennità, il minimalismo, nella sua pura essenza, crea il “non luogo”. Perché altro non potrebbe essere, per rappresentare la morte.  “Non luogo” e “non tempo”. Mancanza. Mancanza estrema.

Timeless modern”. Come lo definisce lo stesso Carsen, il geniale regista canadese che mette in scena quella modernità priva di collocazione spaziale, in cui è ambientata l’opera di Gluck (del 1762).

E se nell’Orfeo di Monteverdi (del 1607) il protagonista riesce a penetrare negli Inferi grazie al suo talento musicale, qui sono le furie a permetterlo, mosse esclusivamente dallo strazio d’amore d’Orfeo, dal suo dramma, della sua vicenda privata. Che diventa universale. A tal punto che l’emozione che suscita è più vicina al dolore e alla commozione, che al senso di compiaciuta ammirazione per  il regista.

Poco meno di un’ora e mezza. Eppure è un tempo che non si percepisce affatto. Il ritmo calibrato sapientemente,  la direzione della regia che si esprime essenzialmente, con pochi studiati movimenti.  Uno spazio più immaginifico che reale.  E luci magistralmente orchestrate, che costruiscono via via spazi sempre diversi, disegnando il luogo emotivo della vicenda.

Che da metafora si sublima ancora, fino e divenire dolorosa e commovente realtà.

 

Manola Plafoni

Visto al Teatro dell’Opera di Roma, il 19 marzo 2019

“Orfeo ed Euridice”
Musica di Christoph Willibald Gluck

Libretto di Ranieri de’ Calzabigi

Regia  di Robert Carsen

Annunci

San Bruno, il fondatore dell’ordine certosino

La nascita del nuovo ordine monastico, le montagne, e le prime testimonianze legate alla Certosa di Pesio.

Le montagne della Valle Pesio, dove sorge il monastero certosino fondato nel 1173. (Grangia di san Michele, sopra la Certosa)

Quando il 6 ottobre si festeggia S. Bruno, pochi sanno che la data deriva dal giorno esatto della morte, nell’anno 1101, di un docente di teologia e filosofia. Bruno – o Brunone, nella forma latinizzata – il fondatore dell’ordine monastico Certosino.

Era nato in Germania, nella città di Colonia, nel 1030. Aveva insegnato a Reims, nella scuola da lui diretta e, fra i suoi allievi, il benedettino Oddone di Châtillon, nel 1090 diverrà papa col nome di Urbano II. Ma tra le motivazioni che inducono il teologo a fondare una comunità monastica nella zona del delfinato francese, nel massiccio della “Chartreuse” (da cui, appunto, Certosa), è probabile vi sia una vocazione nata in anni difficili. Bruno, infatti, fu costretto ad abbandonare la sua scuola a causa di dissidi col vescovo Manasse di Gournay, che aveva accusato di simonia, ovvero di compravendita di cariche ecclesiastiche. Egli è invece “acceso d’amor divino” e la sua chiamata monastica è legata al bisogno di condurre una vita ritirata e ascetica.

Come per altri casi celebri è una visione a guidare l’avvento. Il vescovo di Grenoble che lo aiuterà donandogli un terreno – Ugo di Châteaunef – in sogno vede sette stelle che indirizzano sette pellegrini in un luogo solitario, nel cuore della Chartreuse . Ed è proprio assieme a sei compagni che, nel 1084, Bruno erige la casa Madre: la Grande Chartreuse, dove si dedicherà alla vita contemplativa.

Particolare dell’affresco staccato della Certosa di Pesio

Non stupisce quindi che “la nostra” Certosa di Pesio si trovi in una zona montana. E se il primo monastero – fondato appunto da San Bruno – è ai piedi  della Grand Som, nell’attuale dipartimento dell’Isère, a circa 1175 m. di altitudine, quello di Pesio è di poco sotto i 1000 m. s.l.m., ai piedi del massiccio del Marguareis. Caratteristica, questa della vocazione montana, che contraddistinguerà i primi monasteri certosini italiani.

Ma tornando dunque al buon Bruno, circa sei anni dopo, il suo ex allievo divenuto papa lo sceglie come consigliere e lo convoca a Roma. Bruno non può certo declinare l’invito. Seguirà una brevissima esperienza monastica nel complesso della chiesa di S. Ciriaco – donata appunto da Urbano II – presso le Terme di Diocleziano, accanto a quella che oggi è Piazza della Repubblica, poco distante dalla stazione Termini. Nota, secoli dopo, per il chiostro di Michelangelo.

Interno della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma. Al centro, sul pavimento, il simbolo certosino del globo sormontato dalla croce, circondato dalle sette stelle.

La permanenza di Bruno a Roma durerà dal 1089 al 1091, quando poi si stabilirà in Calabria, a circa 790 m. di altitudine, nell’attuale Serra San Bruno.

Secondo i suoi precetti i pochi confratelli devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna attraverso i consigli e con istruzioni scritte. Queste dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. Ma, soprattutto, quella dei certosini è una comunità “mai riformata, perché mai deformata”, proprio come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).

San Brunone. Affresco visibile dal fondo del porticato ovest del chiostro superiore della Certosa di Pesio

Con la Regola ormai in vigore troviamo, nella Certosa di Pesio, dal 1228 (grazie ad un discreto repertorio di fonti), testimonianze relative a scambi e a rapporti intercorrenti tra le comunità certosine locali. Emerge il nome di un intraprendente converso: Enrico Testa, che amministra la grangia di Tetti Pesio e proviene dal consortile di Morozzo (Guglielmotti, Signori di Morozzo, p. 225).

SONY DSC
Particolare. Chiesa di Tetti Pesio, vicino a Cuneo.

Fonti ancora più tarde indicano che nel 1218 Pesio ottiene la visita di due priori delle case savoiarde di St. Hugon e Aillon (Bligy). Questi, accompagnati dal priore di Casotto Guglielmo, ispezionano i suoi beni fondiari e l’alta valle, per poter accertare come possano soddisfare le esigenze del monastero e fissano, quindi, più vasti termini d’espansione. Sempre fonti tardi legate alla Certosa di Pesio indicano, nel 1233, che venne stretto un patto di preghiera con la certosa di Durbon. E un priore di Pesio compare nell’elenco dei testimoni a un importante atto di Monte Benedetto, rogato a Villarfocchiardo, relativo al movimento dei certosini tra i due versanti alpini.

Le montagne, dunque, riepilogando, come sfondo ineluttabile di questo nuovo ordine monastico. E in rare occasioni, soprattutto in questo periodo più alto, valle e Certosa sono anche dette “de Ardua”. Così, sempre nel caso di Pesio, troviamo una facile spiegazione al nome della vicina località tutt’oggi presente, appunto chiamata Ardua.

La Certosa di Pesio, nell’omonima valle. Sullo sfondo, dietro la chiesa superiore, si intravede la sommità della montagna su cui si trova la “Madonnina” d’Ardua.

La vocazione eremitica è quindi coerentemente perseguita col rigore nella scelta del sito. E la primitiva innovazione certosina, geograficamente e cronologicamente concentrata sulle Alpi, riguarda anche aspetti gestionali. Il fenomeno più rilevante è quello delle grange, per l’uso della manodopera fornita dai conversi e, soprattutto, per la sistematicità con cui queste vengono installate. Ma già a metà Duecento sopraggiungono i primi segnali di una certa inversione di tendenza. Sebbene ancora solo in ambito subalpino, come nel caso di Tommaso di Savoia che, nel proprio testamento, redatto nel 1248, dispone che sia edificata una nuova casa certosina in vai Dubbione, nella pianura Pinerolese, che diverrà una Certosa femminile.

Manola Plafoni

(Articolo comparso sul N. 34 – dicembre 2018 – della rivista storica Chiusa Antica)

Grazie a Vanessa Gatti per le preziose indicazioni per le mie ricerche.

Meglio essere preparati

ortensia-18-e14037972542641049159057.jpg

Meglio essere preparati. Per attutire il colpo e non sentire il male. O il meno possibile.
Perché in realtà non si è mai abbastanza pronti per evitare del tutto qualcosa di negativo .
Meglio essere pronti comunque. Tenersi preparati. Allenarsi, di tanto in tanto, e tenere le caviglie in esercizio e i muscoli non irrigiditi dalla pigrizia. Perché non si sa mai, potrebbe arrivare un momento grave in cui ci sarà da correre. Da scappare o di dover chiamare aiuto il più velocemente possibile.
“Meglio essere sempre pronti” diceva un giovane attore all’amico, una sera, riferendosi a provini e audizioni. “Perché se sei in forma e ti sei preparato due o tre pezzi buoni, non si sa mai, puoi sfoggiarli in qualsiasi situazione. Bisogna essere professionisti.” E allora quell’essere “pronti” assume il senso di “preparati”, diventa sinonimo di competenza. Qualunque sia il nostro mestiere.
Meglio, anche, essere pronti e stare allerta, e non credere devotamente alla persona amata. Che ci spezzerà il cuore perché, fedeli alla grande illusione “dell’amore”, saremo totalmente spiazzati di fronte al tradimento.
Meglio essere pronti, preparati e “mettersi il cuore in pace” – sforzo mica semplice, certo – perché persone vicine ci faranno del male. Parleranno male di noi o parleranno male di qualcun altro per poi, inaspettatamente, ipocritamente, comportarsi in modo incoerente.
Meglio essere preparati e seguire le indicazioni shakespeariane. “Dubita che le stelle siano fuoco”. Fino alla più alta forma di dubbio e di domanda: “essere o non essere?”.
“Meglio essere preparati” mi dico, con un moto certamente negativo. Perché il sospetto di momenti difficili coincide con la paura. Ma l’istinto ancestrale, limbico, che possediamo, è anche una chance di riuscita. E, per estensione, di felicità.
A quest’apparente pessimismo antepongo la buona volontà di attutire il più possibile il dolore e il male. Inevitabili – lo sappiamo – nella vita di ognuno.

Le bolle papali a favore della Certosa di Pesio

L’intervento della curia romana
e i giochi di potere delle Certose e dei monasteri cistercensi locali,
all’inizio del XIII secolo.

SONY DSC
Monaco certosino in preghiera. Particolare dell’affresco. Chiesa della grangia certosina di Tetti Pesio (CN) (Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

La protezione papale alla Certosa di Pesio è accordata solo nel 1246, con Innocenzo IV.
Sono passati oltre sette decenni dalla fondazione (1173), e il monastero ha da poco subìto violenti attacchi dalle vicine comunità montane e da quella più a valle dei “Chiusani”.
Ma le altre case certosine piemontesi hanno avuto una sorte differente, in quegli stessi anni.
Casotto, per esempio, ottiene dopo un breve periodo, nel 1199 (con Papa Innocenzo III), il riconoscimento ufficiale come monastero certosino. Il suo positivo rapporto con la Sede apostolica può spiegarsi con il fatto di essere la Certosa che ha avviato la diffusione certosina in Italia. Di essere stata, infatti, un vero serbatoio di monaci per altre sedi. Come nell’emblematico caso laziale della Certosa di Trisulti.
Inoltre, la dedizione del monastero della Val Casotto ad un Beato certosino di estrazione locale, proveniente da Garessio, garantisce un buon rapporto con le limitrofe collettività contadine.

II Cert capitel (93)
“Opus” (lavoro)
Incisione su pietra.
Resto conservato accanto all’antica chiesa inferiore della Certosa di Pesio.

Mentre l’intervento a favore della Certosa di Losa (1209), si deve senz’altro alla sollecitazione sabauda. Al monastero in valle di Susa giova, sicuramente, il fatto di essere stato avviato proprio dai Savoia. Ed, inoltre, appare decisiva la presenza di un converso – tale Dietrich Terricius – stretto congiunto del Barbarossa, forse un figlio naturale, che Federico I definisce “de progenie nostra oriundus”.
La Certosa di Pesio, invece, non riceve analoghi riconoscimenti da papa Innocenzo III. Né dai sui tre successori. E paga, probabilmente, il fatto di non avere potenti intermediari.

II Cert capitel (68)
Particolare dell’ingresso della Certosa di Pesio

I Signori di Morozzo, i suoi promotori, non sono completamente assoggettati al vescovo di Asti, da cui dipende la Diocesi. Ma soprattutto la Certosa di Santa Maria subisce la concorrenza del vicino monastero cistercense di Pogliola. La casa femminile è, a sua volta, stata fondata dalla famiglia dei Morozzo. Ma essa ottiene riconoscimenti che può spendere localmente, anche in termini di prestigio.
Pare che entrambe le nuove case contribuiscano al declino del più antico monastero dei Morozzo – quello di San Biagio – perchè in grado di organizzare con efficacia la propria gestione.
Ma, all’atto di fondazione della Certosa di Pesio, il vescovo di Asti non è presente. E tale vistosa assenza appare ancor più grave quando il prelato presenzia, invece, quello del monastero cistercense di Pogliola, nel 1181.
È probabile che i certosini debbano scontare il fatto che i rapporti tra i Morozzo e il vescovo astigiano non si sono ancora pacificati, dopo una lunga fase conflittuale (Guglielmotti, I Signori di Morozzo). Ma resta il fatto che i monaci della Valle Pesio sono esclusi da qualsiasi sostegno e aiuto del vescovo, nella loro sede così al limite della diocesi. Dovendo, però, versare le tasse a quest’ultima.
Si registrano, così, ovvie tensioni con il rifiuto dei monaci di soddisfare le richieste di sussidi ecclesiastici da parte astigiana.

SONY DSC
Sette stelle ad otto punte.
Particolare affresco.
Chiesa della grangia certosina di Tetti Pesio (CN)
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Ciò fino a quando il monastero ricorre alla curia romana per le vertenza con il clero di Asti, cui seguono l’emanazione di ben due bolle papali, rispettivamente nel 1246 e nel 1253 (Cartario della certosa di Pesio, Bollettino storico-bibliografico subalpino).
E al riconoscimento, seppur tardo, da parte imperiale, di una protezione che oggi definiremmo “standard”, a partire dal 1247.
Per quanto riguarda, poi, la gestione del patrimonio fondiario – negli anni successivi – va sottolineato come i monaci certosini siano stati abili. Essi riplasmano il paesaggio delle zone in cui si radicano. La loro ostinata vocazione eremitica li induce a non abbandonare quelle montagne e quei boschi in cui hanno eretto la propria sede. Anzi – così come li si può comparare ai cistercensi – con una ancor più forte specializzazione montana. Senza cedere a quella tentazione urbana, che nel corso del Duecento caratterizza molti ordini religiosi; anche solo per migliorare l’allevamento del bestiame – soprattutto di ovini – a fini economici (Comba, Cistercensi tra città e campagna).

II Cert capitel (72)
Certosa di Santa Maria di Pesio.
Chiostro inferiore e particolare della chiesa superiore.

Eppure i certosini sono percepiti alla stregua dei Signori, dai locali chiusani. Poiché pretendono di disporre di quegli incolti produttivi che, prima delle donazioni a loro favore, erano legate allo sfruttamento collettivo.
Diversa è la questione in pianura.
I monaci non sembrano esercitare diritti signorili di sorta. Ma – questione ancor più significativa – non percepiscono le decime, per coerente scelta di conduzione diretta.
Una scelta del genere non è invece riscontrabile presso i cistercensi. Come nel monastero saluzzese di Staffarda. Dove l’acquisizione delle decime gravanti su terre altrui – e non solo l’esonero per le proprie – da parte del monastero, è un chiaro esempio di come già nei primi decenni del Duecento vi sia una lenta inclinazione all’esercizio di poteri Signorili.
Così come nel monastero di Casanova, nei pressi di Carmagnola, seppur ristretto a singoli lotti.

SONY DSC
Grangia certosina di Tetti Pesio.
(giugno 2018)
Particolare con la chiesa, la loggia e la torre. Nella corte (sulla dx della foto), sotto una folta vegetazione è ancora presente l’antico pozzo.
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Presso la grangia certosina di Tetti Pesio, invece, i contadini sono forse più abituati a rapportarsi con la grande proprietà. Sia essa laica che ecclesiastica. E con ogni probabilità, ciò che è sufficiente a disinnescare gli eventuali conflitti, è il fatto che le grange restituiscono a coloro che hanno ceduto le proprietà individuali, l’occasione di prestare la propria forza lavoro.
In quel processo, non solo fisico ma anche spirituale, della costruzione del Desertum certosino.

SONY DSC
Particolare dell’antica Chiesa della Grangia certosina di Tetti Pesio (CN).
I colori bianco e blu delle volte ricordano, chiaramente, quelli delle volte della Casa Madre, la Certosa di Pesio. Come nel caso della Chiesa superiore di Pesio, i colori sono attributo della Madonna.
(Foto su gentile concessione dell’Avv. A. Ghisolfi)

Manola Plafoni

Articolo comparso sul N. 33 della rivista storico – culturale “Chiusa Antica”. Giugno 2018

La società che mette a frutto l’ignoranza

IL SINDACO DEL RIONE SANITA’
di Eduardo De Filippo
regia Mario Martone
con Francesco Di Leva, Giovanni Ludeno, Adriano Pantaleo, …

il sind
(foto: Mario Spada)

“Quanto site bello, papa! La gente poi dice: «Ma tu quando ti sposi?» E addò se trova n’ommo comm’ a papa?”.
Lui è Antonio Barracano. Adorato dalla figlia Geraldina che lo abbraccia e lo bacia, gli raccoglie le scarpe e ripiega i suoi abiti con amorevole dedizione. Ma per la regia di Mario Martone è una bambina e lui, il Sindaco del rione Sanità, un boss quarantenne che fa il suo ingresso in scena in tuta da ginnastica, cappuccio sulla testa e comincia una serie di addominali. Inevitabile pensare alla contemporanea Gomorra (visto anche l’inizio con tanto di rapper ferito in una sparatoria).
L’adattamento non prevede dunque un settantacinquenne come scritto da Eduardo nel 1960, ma si fa immediatamente attuale. Sottolineato anche da una scena moderna su cui, fra tutti, spicca un pavimento trasparente.
Napoli è la città in cui è ambientata la commedia. Ma è anche la città del regista e dell’autore, il cui testo viene rispettato. L’opera di Eduardo è infatti ancora in grado di parlare con immediatezza delle tensioni e contraddizioni che attraversano la città ai piedi del Vesuvio e, per estensione, la nostra società.
Un carismatico Francesco di Leva interpreta il ruolo del protagonista, un sindaco che ristabilisce l’equità, avendo vissuto sulla propria pelle l’ingiustizia. Ma lo fa a modo suo. Con udienze giornaliere a disperati che si rivolgono a lui per ricevere protezione e giustizia. E, come sottolinea il suo amico e collaboratore – il dottor Fabio Della Ragione – “per agevolare una classe di uomini spregevole e abietta, che è poi la vera piaga di una società costituita”. Ma don Antonio controbatte. “La vera vittima, volete dire. Perché si tratta di gente ignorante, e la società mette a frutto l’ignoranza di questa gente.”
Ogni personaggio esprime un’anima. Che è poi la stessa anima di Napoli, in una realtà lacerata, piena di contraddizioni, problemi e conflitti. Ma Napoli è anche un caso a sé. Un paradigma. Lo stesso dialetto diventa lingua universale, viva e carica di passione.
Nella scrittura drammatica d’oggi del Sindaco del rione Sanità, la vera differenza è il finale. Barracano ama così tanto la sua famiglia e i suoi figli da dividere con loro i suoi beni mentre è ancora in vita. Non come il ricco panettiere Santaniello. E proprio nel tentativo di risolvere la difficile controversia familiare tra questi e il figlio, si chiuderà la sua parabola.
Mentre il protagonista descritto da Eduardo, nel lasciarsi morire del finale, compie quasi un atto liberatorio, nella messinscena attuale Barracano rifiuta di andare in ospedale per paura di ritorsioni verso i propri famigliari. Non si lascia curare e non sporge denuncia neppure contro ignoti.
La stessa scena in cui viene ferito non è solo raccontata, come nell’originale. Eduardo immaginava poi il professore scrivere il referto esatto della morte; non per collasso cardiaco come chiedeva il Sindaco. Sottolineando la necessità di assumersi la responsabilità individuale, come atto utile a cambiare le cose. Ma tirandosi fuori da quel mondo criminale era come dire a tutti gli altri: «ammazzatevi tra di voi se volete.» “Mentre noi ci adoperiamo per mettere pace con giustizia, gli ignoranti continuano ad ammazzarsi come tanti conigli”.
E se l’autore esprimeva così la crisi della giustizia nella società di quegli anni, l’aderenza al reale è individuata oggi da Martone in un finale sulle prime battute del medico. Quando domanda a Santaniello se deciderà di dire la verità sulla morte di don Antonio – e andare così in prigione e scatenare la faida tra i figli – o lasciar credere che Barracano sia morto “di cuore”.
Le luci si spengono. Tutti sono dunque colpevoli. È l’ambiguità che c’è in ognuno a venir fuori. Che è la stessa di Napoli. Degradata, bellissima, viva e criminale.

Manola Plafoni

[Visto al Teatro Toselli (CN) il 07/gennaio/2018]

Il nuovo ordine

I primi anni di vita delle Certose.
Casotto, Pesio e le altre case monastiche eremitiche, organizzate secondo la Regola.

SONY DSC

È un crogiolo di nuove congregazioni religiose la Francia – nell’età comunale, nei secoli centrali del Medioevo – che lascia penetrare “monaci silenziosi”, “fratres in generali capitulo Cartusie congregati”, nell’area subalpina, nel Pedemontium. Oggi noto con l’anacronismo adottato per comodità, ovvero: il Piemonte (Goria, 1952). Ben quattro case religiose. Le più antiche. Senza prendere in considerazione il monastero calabrese di Serra S. Bruno – del 1091, cronologicamente la prima Certosa italiana – perché il fondatore dell’ordine, in realtà, interrompe i contatti con la casa madre di Grenoble, distaccandosi dalla scelta eremitica.
Delle primitive Certose italiane conosciamo gli atti datati tra il 1086 e il 1196, provenienti dalla Grande-Chartreuse, grazie agli studi di Bernard Bligny di metà Novecento. Ed è soprattutto da questi documenti che si evincono gli aspetti fondamentali dell’organizzazione del nuovo ordine religioso.

SONY DSC
Chiostro sup. della Certosa di Pesio. Dal lato est del “desertum”.

Siamo sul finire del XII secolo. Casotto, Pesio e Losa sono – in quest’ordine – Certose maschili fondate nella parte alta di vallate alpine. Entrambe prendono il nome dalle località in cui si trovano – dalle valli e i torrenti omonimi nel caso di Pesio e Casotto, e da un sito montano per la Certosa di Losa in Val Susa – senza, dunque, l’intenzione di appropriarsi dei luoghi, magari riqualificandoli. Ma li accumuna anche l’usanza, già particolarmente diffusa tra gli enti certosini d’oltralpe, della dedizione mariana. L’aspetto unificante delle tre case intitolate a Santa Maria, così come una precisa organizzazione edilizia secondo le regole prescritte dall’ordine, suggeriscono un vero e proprio comportamento preordinato.

SONY DSC
Affresco staccato. Certosa di Pesio

Tralasciamo la quarta casa piemontese, la Certosa di Buonluogo. È una clausura femminile nella piana pinerolese, ubicata in una zona – all’epoca – boschiva, probabilmente di poco anteriore il 1234. Mentre quelle appena menzionate appartengono ancora al secolo precedente. Pesio e Losa sono infatti fondate rispettivamente nel 1173 e nel 1189. Ma della Certosa di Casotto non si hanno fonti certe. Si può presumere che la data sia nei decenni che antecedono il 1172 – e sicuramente dopo il 1155 –, così come si può solamente supporre che la sua nascita si debba all’iniziativa di monaci provenienti da Serra S. Bruno. Curioso però – a questo punto – è avere notizia di dieci monaci e otto conversi che provengono proprio da Casotto, nel cenobio benedettino laziale vicino Frosinone, quando diviene Certosa di Trisulti.

casotto_gallery3
Val Casotto (CN)

Ma torniamo, dunque, ad una visione più ampia del primo impianto monastico certosino. Tra le direttrici unitarie di ciascun ente vi è – nella fase di fondazione – la cura di rispettare la prescrizione dell’ordine, che prevede d’individuare siti tali da soddisfare la scelta eremitica. Ed è proprio la “specializzazione montana”, a confermare l’ostinata volontà di non arrendersi di fronte allo scarso favore.
La Regola è introdotta con il riconoscimento ufficiale del nuovo ordine monastico. Guigo è il vero e proprio legislatore delle norme certosine, autore delle Consuetudines Cartusiae (1121-1128). Così la comunità è organizzata, oltre che con dodici monaci, da un priore che riceve la donazione, esplicitamente dichiarata come “de ordine Cartusiensi”. Ed è precisa l’indicazione di edificare “a una certa distanza dal monastero, la casa inferiore o Correria” (Guglielmotti, Gli esordi della Certosa di Pesio), ovvero la sede dei conversi. Quei fratelli laici, di grado subordinato ai certosini, cui venivano affidati i lavori manuali. Affinché i monaci non venissero turbati dagli “affari mondani”. Nel caso della Certosa di Pesio, la Correria precede addirittura l’edificazione del monastero vero e proprio. Mentre per Casotto è menzionata una casa inferiore solo nel 1202 (Barelli, Cartario della Certosa di Casotto, 1957).

Manola Plafoni - Certosa di Pesio Chiostro sup. _per Ch. Antica 2017 (1)
Chiostro superiore della Certosa di Pesio (particolare)

La conduzione economica dei nuovi ordini religiosi è, inoltre, legata ad un aspetto sostanzialmente nuovo, rispetto alla gestione dei monasteri benedettini. L’introduzione di “aziende agricole” denominate grange è un elemento di forza per l’economia delle case. Permettono di essere autosufficienti attraverso lo sfruttamento agricolo-pastorale delle terre. Soprattutto perchè i vari complessi fondiari sono gestiti direttamente, attraverso la manodopera certosina. Sono infatti le sedici unità di conversi, coordinati da un procuratore – o grangerius -, ad occuparsi delle grange.

P1080210
Crocefisso nella chiesa inferiore della Certosa di Pesio

I monasteri divengono, a mano a mano, pienamente autosufficienti e in grado di espandersi patrimonialmente. I monaci si premurano di liberare le proprie terre da carichi signorili e di espandersi anche in aree di pianura. Non certo solo per differenziare le coltivazioni, o creare buoni condizioni per l’allevamento bovino, ma anche per aumentare le proprie ricchezze come oculati latifondisti.

san michele valle pesio
Grange sopra la Certosa. Valle Pesio

Purtroppo nel caso della Certosa di Pesio, questa nuova forma di espansione – sebbene non per le due grange di pianura, vicino a Cuneo, ma all’interno della vallata stessa – provoca non pochi problemi. Le “grangias sive domunculas” di S. Michele e Rumiano danno origine a contese e discussioni. Si sentono depauperati nell’incolto produttivo sia gli abitanti locali del villaggio “della Chiusa”, quanto i contadini dei due villaggi del versante opposto di Tenda e Briga. Come cita l’autore di una Chronica del 1435, il Priore certosino Stefano di Crivolo (Caranti, La Certosa di Pesio). Incendi, invasioni e scorrerie di vario genere provocano, a più riprese, la parziale distruzione del monastero. Così i monaci, circa a metà del XIV secolo, sono costretti ad abbandonare la loro Certosa, lasciandola per quasi cinque decenni deserta.

Manola Plafoni

Articolo comparso sul N. 32 (dicembre 2017) del periodico di informazione storico-culturale “Chiusa Antica”.

Un affettuoso ringraziamento a Vanessa Gatti per i preziosi suggerimenti.

Il noviziato nella Certosa

Attraverso un’intervista ad un frate della Consolata, la testimonianza sulla vita dei novizi, nella Certosa di Pesio. Per circa quarant’anni luogo di formazione religiosa dei futuri missionari.

4 ottobre 12 (12)

Un incontro cordiale ed estremamente semplice, con Fratel Gaetano. Uomo mite e dall’aspetto genuino di chi è abituato a lavorare e a rimboccarsi le maniche. L’intervista avviene una mattina di fine inverno, in piedi, nel porticato del chiostro superiore della Certosa. E, subito, la sua voce rivela le sue origini piemontesi. Inizia, così, una piacevole conversazione, a proposito della sua esperienza di novizio, di oltre cinquant’anni fa.

SONY DSC
Fratel Borgo – Certosa di Pesio, primavera 2017

Manola: Come si chiama?
Fratel Borgo: Mi chiamo Borgo Gaetano. Nato ad Alpignano, in Provincia di Torino, il tredici novembre del 1939.
M: Lei è un frate, non è vero?
F B: Sì, sono un fratello, un laico. Un frate. Ho i voti religiosi: povertà, castità, obbedienza.
M: Si trova da molto qui alla Certosa?
F B: Sono arrivato il cinque settembre del 2015.
M: Lei è stato in missione in Kenya per quarantaquattro anni, e tre anni in Inghilterra. Ma facciamo un passo indietro: quando si è avvicinato al mondo religioso?
F B: Avevo diciannove anni.
M: E poi ha fatto il Noviziato qui alla Certosa.
F B: Sì, nel ‘61/’62. Guardi… io sono arrivato qui per la prima volta – non l’avevo mai vista la Certosa, ne avevo solo sentito parlare – e mi ha stupito il fatto che tutto questo fosse dei Missionari della Consolata. Ero proprio stupito.
M: Un complesso molto grande, in effetti. Com’era 55 anni fa?
F B: Mi ricordo che di là [fa un cenno con la mano verso est] a San Giuseppe c’era ancora tanta gente. Li vedevo solo venire a messa la domenica, con i bambini. E anche là [questa volta indica la Correria] c’era un bel gruppetto, con i figli.
M: Chi era, all’epoca, il Priore?
F B: Padre Rabaioli. Giovanni. Che veniva già dal Kenya, però con cinque anni di prigionia, durante la guerra in Sud Africa. Tutti i missionari della Consolata che erano in Tanzania, Kenya, Etiopia, erano stati messi nei campi di concentramento. E avevano arrestato anche le suore della Consolata, che erano duecentoquaranta. Loro non le hanno deportate ma le avevano messe in un unico convento a Nyeri, sotto la supervisione di militari fino alla fine della guerra.
M: Lei sa per quanto tempo qui nella Certosa ci sono stati i noviziati?
F B: Dal 1934. E l’ultimo noviziato è stato nel 1975.
M: Lei è venuto qui all’inizio degli anni Sessanta, il Padre Superiore era dunque Rabaioli…
F B: Sì. Era uno molto pratico.
M: Ma i primi “passi” della sua vita ecclesiastica dove sono iniziati?
F B: Ad Alpignano. Nella Casa di formazione dei Fratelli. Proprio nel mio paese. Perché io andavo a scuola là da bambino, a fare l’avviamento professionale. È per questo che ho conosciuto i missionari della Consolata.
M: E ha deciso di farsi Fratello…
F B: Sì, perché mi piaceva quello stile di vita.
M: E cosa, in particolare, la colpiva e le piaceva?
F B: Il fatto che ci fosse sia la preghiera che il lavoro. Un po’ sullo stile Benedettino…

P1160735
Chiostro superiore della Certosa

M: Quindi lei ha iniziato nel suo paese.
F B: Per sei mesi, nell’istituto. Però io conoscevo i missionari già da bambino, perché andavo là la domenica. Ero un ragazzo dell’oratorio e andavamo a giocare al pallone.
M: E dopo questo primo periodo?
F B: Dunque… da lì ad Alpignano, eravamo un bel gruppo, eravamo tredici! Cioè, eravamo un gruppo di diciassette ma prima di venire qui ne hanno già scartati alcuni.
M: Li scartavano perché non seriamente intenzionati?
F B: Perché non erano adatti. Oppure cambiavano idea. Il ché era una buona cosa, non bisogna mica forzare…
M: Quindi da lì intraprese il suo cammino.
F B: Io avevo già un mestiere. A casa facevo il contadino e in fabbrica facevo il tornitore. E allora avevo già “il mestè”, come si dice. E siccome loro mi conoscevano da lunga data… non mi han fatto fare l’anno completo ad Alpignano. Ad ottobre si iniziava qui alla Certosa – per tutti, sia per coloro che volevano farsi Fratelli, che per chi studiava da prete – e ho incominciato l’anno di prova. Questo anno di prova andava dal primo ottobre a fine settembre dell’anno successivo.
M: Un intero anno.
F B: Sì, era obbligatorio. L’anno di prova si chiama: Noviziato.
M: Questo prima di prendere i Voti.
F B: Prima di andare via da qui si facevano i Voti per tre anni. Poi se uno voleva ancora decidere d’andarsene, se ne andava. E molti se ne andavano…
M: E alla fine di questi tre anni?
F B: Si facevano i Voti Perpetui.
M: Ma la differenza tra lei che è Frate e i Preti, in cosa consiste?
F B: Che oltre ai tre voti loro hanno l’ordinazione sacerdotale.
M: Quindi possono celebrare messa. Mentre i Frati no, come le suore.
F B: Esatto e noi, invece dei preti, studiavamo materie tecniche. Mentre loro studiavano teologia e filosofia. Perché in missione c’è bisogno sia di chi predica che di chi lavora. Perché è anche necessario costruire.
M: Quando lei è venuto qui nella Certosa quanti anni aveva?
F B: 21 anni.
M: E quando è arrivato cosa le è stato detto, all’inizio?
F B: Arriva il Superiore, Padre Rabaioli, e dice: “Chi vuol prendersi la responsabilità dell’acqua calda, dell’acqua fredda, delle fogne, dei lavori tecnici, eccetera?” Ed io – siccome c’era un altro più giovane di me – ho pensato: lasciamo che se ne occupi lui. Però già ad Alpignano mi avevano preparato un po’, per fare lavori da tubista. E quindi poi il Superiore mi disse: “Lei, Fratel Borgo, si prenda la responsabilità dell’acqua”. Poi ricordo che c’era un altro, sui trent’anni, bresciano. Sabaini. Faceva il falegname. Era responsabile di tutto quel che riguardava il legname. Porte, finestre… Con cui poi ho collaborato anche dopo, per più di trent’anni, nella scuola missionaria in Kenya. È mancato l’anno scorso.
M: Quanti eravate, qui, a fare il noviziato?
F B: 63 chierici e 13 fratelli.
M: Secondo lei perché erano di più quelli che studiavano per diventare preti?
F B: Non saprei. Nelle congregazioni miste, come la nostra, ci sono sempre più sacerdoti che Fratelli.

SONY DSC
Lo scalone (del Boetto) mette in comunicazione la parte inferiore con quella superiore dove si trova il grande chiostro.

M: Erano presenti anche delle suore?
F B: Sì, lì nell’ala sud. [Indica la parte terminale del braccio porticato del chiostro, che va verso la montagna]. Quella che adesso si chiama “ala Deserto”. Mi pare fossero anche un bel gruppo. Quasi venti. Perché per loro era una casa di formazione, mi pare. Ma non le vedevamo mai. Solo la domenica a messa. Perché al mattino c’era l’altro Padre che andava a dir messa là.
M: Ma la domenica partecipavano tutti, alla messa?
F B: Sì, nella chiesa grande. Era tutto pieno.
M: E le sorelle cosa facevano durante la settimana?
F B: So che avevano anche delle ore di studio. Noi non le vedevamo mai. Da una delle ruote, lasciate già dai certosini [indica quelle nei muri del chiostro], c’era una campana. E se uno aveva bisogno di qualcosa – siccome le suore lavavano, cucivano, stiravano – si andava là e si suonava la campana. Allora una arrivava dalla ruota e si sentiva solo la voce. Diceva: “Sia lodato Gesù Cristo”. “Sempre sia lodato”. “Cosa desidera?” E magari serviva un paio di calze, oppure una giacca o la talare…
M: La talare?
F B: La veste nera. Avevamo tutti la talare. A noi Fratelli veniva data quando venivamo qui, mentre i chierici l’avevano già due anni prima.
M: Quindi vi passavano l’occorrente attraverso la ruota.
F B: La ruota era a due piani. La suora incaricata metteva la roba lì. Tutto il resto ce lo facevamo noi. Non le vedevamo mai. Io le vedevo a volte perché magari avevano qualche problema con l’acqua calda, o i rubinetti da aggiustare.
M: E durante il noviziato com’era strutturata la vostra giornata?
F B: Al mattino dalle otto e mezza alle undici e un quarto circa, c’era il lavoro per noi Fratelli. Per i chierici, invece, c’era lo studio.
M: Voi, dunque, facevate dei lavori manuali e loro si dedicavano allo studio di materie religiose.
F B: Facevamo restaurazioni. Ognuno di noi riparava qualcosa qua alla Certosa. Poi dalle undici e mezza a mezzogiorno: meditazione nella chiesa grande. E d’inverno faceva freddo…
M: Poi c’era il pranzo nel refettorio?
F B: Sì. E dopo pranzo, alle due, si iniziavano i lavori. Ma prima c’era del tempo libero. Circa un’oretta.
M: E cosa facevate in quel tempo a disposizione?
F B: In inverno, a volte, andavamo a sciare. Magari fino ad un quarto alle due, per rientrare in tempo. Ogni tanto qualcuno si rompeva una gamba… Oppure si passeggiava fino ad Ardua, o giù fino alla Correria. Ma non si stava qui, si usciva. A meno che non piovesse a dirotto.
M: Alle 14:00 di nuovo lavoro. Per tutti?
F B: Sì. Io, ad esempio, avevo sotto di me due chierici. Comunque ognuno di noi aveva un compito preciso. C’era quello che era responsabile dei muratori: Fratel Torta, che è stato qui ultimamente. Lui era il capo dei muratori, per la riparazione dei muri di cinta. E lavori ce n’erano sempre. C’era l’incaricato della pulizia, degli alberi, dei prati… E, dato che faceva freddo, anche chi era incaricato di portare la legna dove c’era la caldaia, o dalla chiesa.
M: Ognuno aveva un suo compito. Ma c’erano anche persone esterne?
F B: C’erano dei Famigli. Era il nome di quelli che adesso chiamiamo volontari. Uno si chiamava “Ciapèla” e faceva il calzolaio. Era gente onesta, che lavorava. Dell’altro non ricordo il nome.
M: Erano di San Bartolomeo?
F B: Non ricordo esattamente. Erano della zona però. Erano soli. Adesso vanno all’ospizio…
M: Ma allora quanti anni avevano?
F B: Sui settanta.
M: E loro davano una mano con i lavori?
F B: Sì. Lavoravano e poi mangiavano e dormivano anche qui. Noi ci prendevamo cura di loro come fossero uno di noi. L’unica differenza era che non avevano i voti.
M: E l’altro Famiglia di cosa si occupava?
F B: Guardava le mucche. Avevamo un po’ di maiali e anche cinque o sei mucche. Ah, poi avevamo anche il pollaio.
M: Il pollaio era già laggiù in fondo al chiostro?
F B: Sì. E la stalla delle mucche era qua sotto dove ora c’è il garage [All’ingresso del viale alberato, sulla destra]. Nella stalla vicina, poi, c’erano quattro o cinque maiali.
M: Dove dormivano i Famigli?
F B: Qui, vicino a noi. E poi mangiavano con noi.
M: E voi religiosi dove dormivate?
F B: Tutti qui, in quella che adesso è chiamata “Ala noviziato”. Di fianco a dove ora c’è il museo, nel chiostro inferiore.
M: Erano dei dormitori?
F B: C’erano due o tre cameroni. Si dormiva lì. Eccetto quelli che erano più anziani. Dei dottori che erano già stati in missione e poi avevano deciso di farsi missionari.
M: E quanti anni avevano, all’incirca?
F B: Sui quaranta. Poi, c’erano anche due o tre sacerdoti che venivano dalle diocesi. E volevano farsi missionari della Consolata.
M: Quindi questo periodo chiamato Noviziato è obbligatorio per tutti.
F B: Sì e durante quell’anno viene spiegata com’è la vita nell’istituto in cui vuoi andare. Cosa devi fare, cosa sarà tuo e cosa non sarà tuo, e cosa ti faran fare i superiori o cosa possono dirti di fare. Perché uno ha bisogno di idee chiare. Perché sarà per la vita…
M: Da quel che mi racconta occorrevano molte stanze per alloggiare tutti voi.
F B: Certo. E poi qui venivano i seminaristi. [Indica l’ala nord, non più porticata, del chiostro superiore]. I seminaristi di Mondovì. Infatti quella ora si chiama “Ala Mondovì”. In quegli anni ce n’erano tanti.
M: E chi erano i seminaristi?
F B: Quelli che studiavano per diventare diocesani. Quei sacerdoti che sono nelle parrocchie. Che si chiamano “Don”, non “Padre”.
M: Ma i diocesani non posso essere anche missionari?
F B: Allora no. Dovevano lasciare la diocesi e venire da noi. E allora ce n’erano sempre tutti gli anni , due o tre.
M: Quanti erano i seminaristi di Mondovì?
F B: Un centinaio e più.
M: Ma erano qua tutto l’anno?
F B: No, solo d’estate, durante le vacanze, per circa due mesi. Anche “l’Ala Cuneo”, adesso si chiama così perché alloggiavano lì un centinaio di seminaristi di Cuneo. All’ingresso della Certosa, arrivando proprio dalla strada.

SONY DSC
L’ingresso della Certosa visto dal viale intero (arco dx). Denominata “Ala Cuneo”

M: Dunque d’estate eravate almeno trecento!
F B: Eh sì, eravamo tantissimi. Poi d’inverno diventava quasi vuoto. Ma d’estate era pieno perché c’erano anche molti turisti in visita. E alla domenica si vedeva gente da ogni parte!
M: E i seminaristi cosa facevano?
F B: Erano per conto loro. Messa per conto loro, pasti per conto loro… Erano ospiti, diciamo. Poi studiavano anche un poco. Ma al pomeriggio erano liberi.
M: Ma non vi incontravate con loro?
F B: No. Avevano altri orari. E anche il cibo se lo facevano loro. Anche perché se no, tutti assieme non ci saremmo mica stati…
M: Ma torniamo a voi novizi della Consolata. Alle due del pomeriggio, cosa facevate?
F B: Dalle due alle quattro: lavori manuali per tutti, anche per i chierici. E dopo si faceva merenda.
M: Si ricorda cosa mangiavate?
F B: Un pezzo di pane. Solo una pagnotta senza nient’altro. Poi alle cinque: studio. Per tutti. Fino alle sei. Quindi c’era la conferenza. La spiegazione della costituzione, ovvero la Regola.
M: La Regola religiosa dei missionari?
F B: Sì. Poi alle sette meno un quarto si andava in chiesa, per vespri e rosario. E dopo cenavamo. Infine circa tre quarti d’ora di ricreazione. La chiamavamo così. Si stava assieme, si leggeva il giornale, si chiacchierava. E a un quarto alla nove, di nuovo preghiera e infine andavamo a dormire.
M: A seguito del noviziato, avveniva una cerimonia?
F B: C’era la cerimonia dei Voti perpetui, quelli dei tre anni. Se ammessi dall’istituto e se uno voleva continuare, naturalmente. Ma già al termine del noviziato, qui, si faceva una cerimonia molto solenne.
M: Quindi l’ha fatta qui.
F B: In realtà no, a Rosignano. Gli ultimi mesi ci han mandati via perché eravamo in troppi. Quindi sono stato qui circa nove mesi, perché c’erano troppi turisti, più tutti gli altri… ed eravamo disturbati. Se no la cerimonia l’avrei fatta qui. Si faceva dentro la chiesa. E subito dopo si andava via. I Chierici a Torino a completare i loro corsi religiosi, o a continuare con la filosofia e la teologia. Mentre i Fratelli andavano di nuovo ad Alpignano, per perfezionarsi nelle materie tecniche, per poter andare in missione. E così ho fatto anch’io. E ad Alpignano sono poi andato a scuola dai Salesiani, che sono noti per l’educazione attraverso le scuole tecniche.
M: Dello stile di vita qui nella Certosa durante il suo noviziato, cosa ricorda?
F B: Facevamo una vita molto regolare. Di preghiera e meditazione. E di lavoro, naturalmente. Tra di noi non si parlava molto. C’era molta meditazione, ricordo.
M: Ma con le altre persone che erano qua, come si trovava?
F B: Il rapporto era molto buono. Anzi, in quell’anno di noviziato nasceva uno spirito di gruppo. Come per i coscritti. Così c’era molta più comunicazione. Sia qui che poi nella missione.
M: E questo è positivo perché creava le basi dell’aggregazione per una vita comunitaria.
F: Proprio così. La nostra non è una vita solitaria. È una vita bilanciata tra preghiera e lavoro. E a me questa vita è sempre piaciuta.

 

Intervista di Manola Plafoni, comparsa sulla rivista d’informazione storico-culturale “Chiusa Antica” / giugno 2017